La Grande Depressione
(1929-1939)
(1929-1939)
La “Madre migrante”, la foto simbolo della Grande Depressione
Le crisi economiche sono parte integrante del modo di produzione capitalistico. Il rallentamento economico riflette il fatto che gli investimenti dei capitalisti erano bassi, a causa della loro incapacità di generare un tasso di profitto sufficiente. Questo basso tasso di profitto ha le sue radici nella sovra-accumulazione di capitale del periodo precedente.
La causa scatenante è stata la crisi finanziaria del 1929. D'altra parte, la profondità e la durata della depressione furono, secondo molti economisti, aggravate dalle decisioni prese dalla maggior parte dei leader dell'epoca.
La fila alla mensa popolare organizzata da Al Capone a Chicago nel 1931
New York, la folla si accalca di fronte alla Borsa alla notizia del crollo
In origine fu lo scoppio di una bolla speculativa a causare una crisi finanziaria.
Il Crash del 1929 fu una crisi del mercato azionario che ebbe luogo alla Borsa di New York tra giovedì 24 ottobre e martedì 29 ottobre 1929. Questo evento, uno dei più famosi nella storia del mercato azionario, segna l'inizio della Grande Depressione. Ai giorni chiave del crollo vennero dati soprannomi distinti: il 24 ottobre è noto come "giovedì nero", il 28 ottobre come "lunedì nero" e il 29 ottobre come "martedì nero", tutte date fondamentali nella storia del mercato azionario. Come diretta conseguenza, la disoccupazione e la povertà esplosero negli Stati Uniti durante la Grande Depressione, spingendo pochi anni dopo a una profonda e necessaria riforma dei mercati finanziari.
Oltre a questa crisi economica, molti storici ed economisti specializzati nella Grande Depressione hanno dimostrato come il crollo del mercato azionario abbia destabilizzato le politiche economiche tedesche, portando all'ascesa al potere di Adolf Hitler e del partito nazista in seguito all'improvviso ritiro dei capitali americani dalla Germania, oltre a destabilizzare la situazione economica, sociale e politica in diversi paesi dell'America Latina, portando a diversi colpi di stato.
"Il paese può guardare al presente con piacere e al futuro con ottimismo"
il presidente degli Stati Uniti Calvin Coolidge nel 1928
Possiamo distinguere tre fasi. La prima fase è specificamente americana. L'attività raggiunge il suo picco nell'agosto del 1929. Il declino della produzione industriale ha subito una forte accelerazione a partire dal crollo di ottobre. Il sovraindebitamento delle famiglie ha aggiunto i suoi effetti. Il credito al consumo (un'innovazione recente) ha svolto un ruolo importante nell'acquisto di automobili. La prima ondata di chiusure di banche iniziò nell'ottobre 1930.
Il crollo del PIL negli USA in miliardi di dollari costanti
La folla dei correntisti si accalca per ritirare i propri depositi
Parigi, 1932, una mensa popolare nel 18° arrondissement
"La crisi mondiale" titola il Journal des Finances a Parigi il 12 gennaio 1930
All'inizio del 1931 iniziò un processo di ripresa, ma che fu interrotto dalla seconda ondata di sospensioni delle banche americane, iniziata nel giugno 1931. Si tratta della seconda fase della crisi, influenzata dagli eventi europei. L'11 maggio 1931 furono rese pubbliche le perdite del Creditanstalt, segnando l'inizio della crisi bancaria austriaca. L'ondata di sfiducia si abbatte poi sulla Germania. Nonostante un prestito concesso alla Reichsbank dalle altre banche centrali e nonostante la proposta del presidente americano Herbert Hoover, il 20 giugno 1931, di sospendere per un anno tutti i pagamenti dei debiti intergovernativi (debiti di guerra e riparazioni), la corsa a ritirare i depositi dalle banche continuò e una delle maggiori banche tedesche, la Danat, non poté essere salvata. Il 14 luglio, tutte le istituzioni finanziarie tedesche furono chiuse e furono introdotti controlli sui cambi. In termini di volume, il prodotto nazionale netto tedesco diminuì del 3,5% nel 1930, ma del 10,8% nel 1931.
Dopo la moneta tedesca (il reichsmark) venne la sterlina, la cui convertibilità in oro fu sospesa il 21 settembre 1931. Tra agosto e dicembre 1931, la valuta britannica si svalutò di oltre il 30% rispetto al dollaro, che era ancora sostenuto dall'oro. Il colpo fu terribile. Le pressioni deflazionistiche (pressione al ribasso sui prezzi) aumentarono in tutto il mondo: i prezzi delle esportazioni britanniche diminuirono in proporzione al deprezzamento della sterlina e i produttori stranieri furono costretti a seguirne l'esempio per resistere alla concorrenza. Il dollaro statunitense (legato all'oro) fu rapidamente attaccato. Per difendere la sua parità, la banca centrale statunitense, la Federal Reserve Bank (o Fed) aumentò bruscamente il tasso di interesse, attirando capitali e salvando (temporaneamente) il dollaro, ma peggiorando la situazione economica generale. Nel 1932, i consumi delle famiglie e gli investimenti privati subirono un calo più marcato che in qualsiasi altro momento.
Gli Stati Uniti attraversarono la terza e ultima fase della loro crisi con una nuova ondata di sospensioni bancarie, che iniziò nell'ultimo trimestre del 1932 e terminò il 6 marzo 1933 con la chiusura generale delle banche. Questa ondata era strettamente legata alla decisione sempre più evidente del neoeletto presidente Franklin Delano Roosevelt di far uscire il dollaro dalla sua base aurea, il che alimentò i timori di un futuro deprezzamento del dollaro e portò la Fed ad aumentare il tasso di interesse, il che raddoppiò i colpi inferti a un'economia in crisi.
Il minimo mondiale era stato raggiunto nel terzo trimestre del 1932. Ma il 19 aprile 1933 gli Stati Uniti abbandonarono ufficialmente il gold standard (la convertibilità fissa del dollaro in oro). Dopo la sterlina, il dollaro si svalutò. Ancora una volta, la pressione deflazionistica aumentò per i paesi che erano rimasti fedeli all'oro, che furono presto raggruppati in un “blocco aureo”, tra cui la Francia. La Conferenza di Londra del giugno e luglio 1933, convocata per porre rimedio alla situazione, si risolse in un fallimento e la crisi francese portò al Fronte Popolare.
Fu la Seconda guerra mondiale a rianimare ancora una volta il capitalismo in decomposizione. Il primo effetto fu un radicale riorientamento della produzione, di solito sotto l'impulso dello stato, come è consuetudine in tempo di guerra. Dalla Germania nazista agli Stati Uniti, la produzione capitalista fu massicciamente riorientata verso il militarismo, offrendo alla borghesia belligerante mercati succulenti. Negli Stati Uniti, la vendita di automobili private fu addirittura vietata mentre l'industria si concentrava sulla guerra. Dall'aprile 1942 alla fine del 1944, per quasi tre anni, negli Stati Uniti non si costruirono praticamente automobili.
La distruzione materiale (soprattutto in Europa) fu immensa, di gran lunga superiore alla guerra di trincea del 1914-1918. La pressione sulla popolazione, e quindi sui lavoratori, fu molto forte, legittimata da varie campagne di propaganda nazionalista. Nel momento in cui l'economia dovette essere convertita alla produzione civile, il capitale (sia materiale che umano) aveva subito una forte svalutazione, che permise una spettacolare ripresa dell'accumulazione. Questo avvenne immediatamente negli Stati Uniti e solo successivamente in Europa, dopo la stabilizzazione politica controrivoluzionaria e l'impulso fornito dagli Stati Uniti con il Piano Marshall, ed altri finanziamenti.
Negli Stati Uniti l'impatto della crisi fu profondo e le condizioni dei lavoratori si deteriorarono. La disoccupazione di massa e i numerosi contadini in rovina che migravano attraverso il paese in cerca di lavoro lasciarono un segno profondo. Quel periodo è efficacemente raccontato in numerosi romanzisi possono trovare in romanzi come Furore (The Grapes of Wrath) e come Uomini e topi (Of Mice and Men) di John Steinbeck.
L'assurdità del sistema capitalistico venne alla luce. L'amministrazione Roosevelt arrivò a comprare e distruggere i raccolti per far salire i prezzi, anche se il numero di persone che morivano di fame nel paese aumentava.
Questo fu lo sfondo dell'intero decennio di agitazioni operaie che la borghesia americana chiamò significativamente gli “anni Trenta rossi”. Uno degli eventi più intensi della lotta di classe in questo periodo fu il grande sciopero dei camionisti del 1934 a Minneapolis (nell'immagine sopra la prima pagina del giornale The Onganizer della International Brotherhood of Teamsters).
In Germania, il deterioramento sociale fu ancora più drammatico che altrove, a causa delle conseguenze della Prima guerra mondiale e delle condizioni imposte dalla parte vincitrice con il Trattato di Versailles. Il partito di Hitler riuscì a convogliare la rabbia della piccola borghesia, e poi del proletariato, contro vari capri espiatori (stranieri, ebrei, zingari, omosessuali, ecc.), aiutato dalla moderazione conciliatrice della socialdemocrazia e dalle politiche suicide del KPD stalinista (vedi la pagina sul nazismo). Questo particolare tipo di fascismo assoggettò i lavoratori tedeschi ai loro padroni e permise all'imperialismo tedesco di superare la crisi entrando in guerra, a vantaggio di tutti gli imperialisti... (nel manifesto la propaganda per la lista nazista con lo slogan "Lavoro e pane")
In Francia, tra il 1930 e il 1935, la produzione diminuì di un terzo; nel 1935, secondo le cifre ufficiali, c'erano 500.000 disoccupati, in realtà probabilmente più del doppio. Per avere un'idea più precisa della situazione sociale, dobbiamo anche ricordare che non esistevano i sussidi di oggi, come la cassa integrazione o l'indennità di disoccupazione, né nessuna forma di reddito garantito.
È in questo contesto che l'estrema destra ha iniziato a rafforzarsi in Francia e nel resto d'Europa. Ma “grazie” al tradimento delle organizzazioni del movimento operaio (SFIO, CGT, PCF), la borghesia non ricorse alla “soluzione fascista” e se la cavò pagando qualche prezzo con il Fronte Popolare del 1936.
L'Italia, a quel tempo, si trova già in uno stato di debolezza causato da alcune decisioni di politica economica del fascismo, una su tutte la famigerata Quota 90 che tenne artificialmente alto il valore della lira penalizzando le aziende esportatrici. Pertanto le conseguenze della Grande Depressione furono devastanti. Episodi drammatici si susseguirono: fallirono aziende, andarono in crisi banche come la Banca commerciale italiana, il Credito italiano e il Banco di Roma, che non riuscirono a recuperare i loro capitali investiti nelle imprese. Migliaia le persone persero il lavoro. Per uscire dalla tremenda crisi fu necessario un consistente intervento dello stato, a quel tempo sotto il dominio fascista, che mise in moto una serie di strumenti, immettendo liquidità nel sistema, regalando montagne di soldi a fondo perduto alle imprese attraverso una specie di istituto di credito pubblico, l’Istituto mobiliare italiano (Imi) fondato nel 1931. Nel 1933 lo stato mise in campo uno strumento ancora più robusto, l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), attraverso il quale si arrivò di fatto alla nazionalizzazione di importanti banche e aziende. Contestualmente, fu creato l’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, immettendo un po' di fondi anche per creare strutture di protezione sociale, un po' sul modello di quel che avvenne nell’America di Roosevelt, e dando il via alla stagione dello “stato imprenditore”, con molte aziende e banche affidate a ultra pagati funzionari del regime, come Alberto Beneduce, il primo presidente dell'IRI (nella foto qui a fianco).
Nella foto, disoccupati americani in fila per il pane
Questa teoria è un classico che sta tornando in auge di fronte alla crisi attuale. Secondo questa teoria, negli anni Venti i salari reali sono cresciuti molto più lentamente della produttività del lavoro, determinando una distribuzione sempre più diseguale del valore aggiunto (a vantaggio dei profitti) e una crescente sproporzione tra i tassi di espansione della produzione della Sezione II (beni di consumo) e quelli della Sezione I (beni di produzione). Il risultato è stato una crisi di sbocchi. Ma la discrepanza tra i tassi di crescita dei salari reali e della produttività del lavoro, evidente nel settore manifatturiero, non è così a livello nazionale. Infatti, durante gli anni Venti, la quota dei salari sul reddito nazionale era stabile, mentre la quota dei consumi sul prodotto nazionale lordo (PIL) era in aumento.
Con molte sfumature, i keynesiani continuano a leggere la Grande Depressione in termini di “domanda”, e quindi di “soluzioni” per superarla. Paul Krugman ha scritto nel 2008:
“La Grande Depressione negli Stati Uniti è stata portata a termine da un massiccio programma di lavori pubblici finanziati in deficit, noto come Seconda Guerra Mondiale”.
La speculazione in Borsa colpevole di tutto
Per altri, fu la crisi finanziaria (il crollo del mercato azionario del 1929) a far precipitare nel caos la sana economia reale. Questa spiegazione, che denuncia (come oggi) un settore finanziario particolarmente colpevole, godeva di una certa popolarità. A parte l'illusione fondamentale che gli aspetti finanziari e industriali siano scollegati e possano essere contrapposti, questa ipotesi non regge.
L'attività economica iniziò a diminuire nell'agosto del 1929, prima del crollo, e molte statistiche particolarmente sensibili alla situazione economica raggiunsero un picco in agosto o settembre. I prezzi delle azioni scesero del 19,2% nel 1930, ma erano già crollati (sempre negli Stati Uniti) del 22,7% nel 1877 e del 18,7% nel 1907, senza causare una grande crisi.
L'ipotesi monetarista è particolarmente popolare negli Stati Uniti. Tre grandi ondate di fallimenti bancari avrebbero causato una drammatica caduta di oltre un terzo dello stock di moneta dall'inizio alla fine della depressione americana (con effetti disastrosi sull'attività economica) senza provocare una reazione adeguata da parte della Fed, la banca centrale americana, che non reagì come aveva fatto fino ad allora.
In realtà, la prima ondata di crisi bancarie non ha avuto un impatto apprezzabile sull'economia reale. La seconda ondata (iniziata nel giugno 1931) fu il risultato dell'inizio della crisi bancaria europea (con il crollo del Creditanstalt austriaco nel maggio 1931) e della caduta della sterlina (che abbandonò la sua base aurea nel settembre 1931), innescando una violenta speculazione contro il dollaro.
La Fed reagì secondo la sua dottrina, aumentando i tassi per difendere il legame del dollaro con l'oro e mettendo in secondo piano il sostegno alle banche.
La terza ondata di fallimenti bancari iniziò nell'ultimo trimestre del 1932: fu innescata dall'elezione di Roosevelt e dalla convinzione dell'opinione pubblica che il neoeletto presidente avrebbe rotto il legame del dollaro con l'oro. La speculazione contro il dollaro riprese vigore e la Fed reagì secondo la sua dottrina tradizionale, aumentando i tassi di interesse per difendere il dollaro e riducendo il sostegno alle banche.
Nel complesso, i fallimenti delle banche, il crollo della massa monetaria e il comportamento della Fed non sono stati cause autonome della crisi, ma piuttosto le conseguenze della crisi europea e la difesa della parità aurea del dollaro.
Questa ipotesi fu difesa all'epoca soprattutto da Irving Fisher, che sottolineò il legame tra l'eccesso di debito e il calo dei prezzi. Gli sforzi degli imprenditori per ridurre i loro debiti avrebbero portato a una rapida caduta dei prezzi, che a sua volta avrebbe aumentato l'onere reale di questi debiti, nonostante gli sforzi fatti per ridurli. Il segreto principale della maggior parte delle grandi crisi, sostiene Fisher, risiede in questo paradosso: più i debitori pagano, più devono. Ma la tesi di Fisher sembra infondata, dal momento che il rapporto tra debito delle imprese e PIL nel 1929 non è nulla di eccezionale, se lo confrontiamo con i rapporti del passato americano.
Ogni crisi di sovrapproduzione è sempre un attacco massiccio del capitale al lavoro salariato. Aumentando la disoccupazione e la paura della disoccupazione, tutto ciò tende a far accettare ai lavoratori la caduta (o la stagnazione) dei salari reali, l'accelerazione dei ritmi di lavoro, la perdita delle conquiste in termini di condizioni di lavoro e di sicurezza sociale e le protezioni costruite durante la fase di prosperità contro la povertà e l'ingiustizia più flagranti.
La differenza tra la crisi attuale e quella del 1929 è che oggi i governi comprendono meglio di allora i meccanismi della crisi.
Era necessario che l'America entrasse in guerra per creare le condizioni di una ripresa duratura della sua economia capitalista oppure sono state le politiche del New Deal e di tipo keynesiano di denaro facile (bassi tassi di interesse) e di stimolo fiscale (tagli alle tasse e alla spesa pubblica) che hanno fatto il loro dovere ben prima che l'economia di guerra diventasse dominante?
È un punto chiave dell'economia marxista (almeno nella mia versione!) il fatto che le economie capitaliste possono riprendersi in modo duraturo solo se la redditività media dei settori produttivi dell'economia aumenta in modo significativo.
E questo richiederebbe una sufficiente distruzione del valore del "capitale morto" (accumulazione passata) che non è più redditizio impiegare. Da ciò deriva l'argomentazione secondo cui la Grande Depressione degli anni '30 nell'economia statunitense è durata così a lungo perché la redditività non si è ripresa per tutto il decennio.
Fu solo la guerra che pose fine in modo decisivo alla depressione. L'industria americana fu rivitalizzata dalla guerra e molti settori furono orientati alla produzione di difesa (ad esempio, aerospaziale ed elettronica) o ne divennero completamente dipendenti (energia atomica). I rapidi cambiamenti scientifici e tecnologici della guerra continuarono e intensificarono le tendenze iniziate durante la Grande Depressione. Mentre la guerra danneggiò gravemente ogni grande economia del mondo, fatta eccezione per gli Stati Uniti, il capitalismo americano ottenne l'egemonia economica e politica dopo il 1945.
La crisi del 1929 fu una crisi di organizzazione mondiale. La prima globalizzazione, che ha coperto l'ultimo terzo del XIX secolo, si basava su una forma molto specifica di strutturazione spaziale. Si trattava indubbiamente di una vasta area di libero scambio, ma fortemente incentrata su un paese, il Regno Unito (la principale potenza economica, commerciale, finanziaria e politica).
Verso la fine del XIX secolo, questo sistema si ruppe. La vecchia organizzazione del mondo fu sconvolta dal duplice emergere degli Stati Uniti nel nuovo mondo e della Germania nel vecchio. Nel 1880, i prodotti manifatturieri rappresentavano solo l'11% delle esportazioni totali degli Stati Uniti. Nel 1925-29, gli Stati Uniti rappresentavano quasi la metà della produzione industriale mondiale (esclusa l'URSS). Nel 1913 avevano superato il Regno Unito e la loro produzione superava, a seconda delle stime, del 60% o dell'80% quella della Francia.
Ci sono state quindi due crisi all'interno della grande crisi, perché c'erano due crisi di emergenze: una, a livello mondiale, che riguardava principalmente il rapporto tra Stati Uniti e Regno Unito; l'altra, a livello europeo, che coinvolgeva principalmente Germania e Francia. Queste due crisi si sostengono a vicenda, ma ognuna ha le proprie radici, e senza questa sovrapposizione è difficile comprendere la gravità della Grande Depressione.
Non si tratta di un cerchio, ma di un'ellisse, con due fuochi, gli Stati Uniti e la Germania. Il Regno Unito è una sorta di spola tra i due, già troppo indebolito sulla scena internazionale dalla crescente potenza degli Stati Uniti per poter mantenere il suo antico ruolo regolatore sulla scena europea. Ci troviamo in una situazione intermedia: la Gran Bretagna non può più esercitare il suo ruolo precedente e gli Stati Uniti non possono ancora farlo. La crisi del 1929 è stata una crisi di emergenza americana in due sensi, sia a livello interno che internazionale. Così come un'isola che emerge dalle profondità dell'oceano, da un lato, si trova in un equilibrio interno instabile e, dall'altro, solleva un'onda che travolge i continenti già consolidati, la grande crisi americana del 1929 può essere interpretata come una crisi generata dall'improvviso passaggio da un mondo di piccoli produttori a uno di lavoro salariato.
Nell'ultimo terzo del XIX secolo, nella parte orientale degli Stati Uniti erano già scoppiate numerose crisi economiche. Ma queste furono attutite dall'eterogeneità dell'ambiente economico americano, che combinava corporazioni e imprenditori individuali, salariati e contadini, produzione su piccola e su larga scala. Il declino della produzione su piccola scala è stato particolarmente rapido all'incrocio tra il XIX e il XX secolo, probabilmente a causa della contemporanea fine della "frontiera".
Nel 1880, poco più della metà della popolazione attiva era impiegata nell'agricoltura; nel 1930, poco più di un quinto. Questo balzo in avanti nello spazio coperto dalle imprese e dai salariati ridusse brutalmente la diversità dello spazio economico americano, omogeneizzandolo e aprendo la strada alla Grande Depressione. L'emergenza americana ha giocato un ruolo decisivo anche a livello internazionale. Questo spiega il crollo del valore della sterlina nel settembre 1931, quando la Banca d'Inghilterra si dimostrò incapace di attrarre i capitali necessari, perché New York e il dollaro erano ormai al primo posto.
Doppia emergenza, abbiamo detto, quella degli Stati Uniti ma anche quella della Germania. Una sorta di guerra incompiuta, la Prima guerra mondiale pose il problema dell'emergere della Germania in Europa, ma non riuscì a dare una risposta; si risolse in un trattato di pace che non era altro che un armistizio, e fece degli anni Venti un prolungamento della guerra con altri mezzi. È in questo contesto che possiamo comprendere l'iperinflazione tedesca, i profondi squilibri strutturali che la seguirono e infine l'esplosione di uno straordinario materiale infiammabile nella grande crisi bancaria tedesca del 1931. Le due crisi di egemonia, europea e globale, intrecciarono anche i loro effetti: la questione delle riparazioni avvelenò letteralmente le relazioni franco-tedesche; a ciò si aggiunse la questione dei debiti di guerra (che contrappose gli Stati Uniti ai loro alleati) e le due questioni, intimamente legate, rappresentarono un ostacolo essenziale sulla strada della ripresa.
da Class Struggle (numero del 17 gennaio 1932), organo della Lega Comunista di Lotta (Communist League Of Struggle-CLS), aderente all'Opposizione di sinistra
Negli Stati Uniti, il più potente paese capitalista, l'attuale crisi ha messo a nudo terribili contraddizioni sociali. Dopo un periodo di prosperità senza precedenti, che ha stupito il mondo intero, una sorta di fuochi d'artificio a suon di milioni e miliardi, gli Stati Uniti sono passati improvvisamente alla disoccupazione di milioni di uomini, a un periodo di spaventosa povertà, di miseria biologica per i lavoratori. Uno sconvolgimento sociale di tale formidabile portata non può non lasciare tracce nello sviluppo politico del paese.
È ancora difficile determinare in questo momento - almeno da lontano - quale possa essere la radicalizzazione delle masse lavoratrici americane. Possiamo supporre che le masse stesse siano state così colte di sorpresa dalla crisi catastrofica dell'economia generale, siano state così colpite e stordite dalla disoccupazione o dalla paura della disoccupazione, che non hanno ancora avuto il tempo di trarre le conclusioni più elementari sulla calamità che le ha colpite. Ci vuole tempo. Ma le conclusioni arriveranno.
La vasta crisi economica, che ha assunto un carattere sociale, si trasformerà inevitabilmente in una crisi di coscienza politica della classe operaia americana. È molto probabile che la radicalizzazione rivoluzionaria di ampi settori della classe operaia avvenga non nel periodo di più bassa congiuntura economica, ma al contrario, quando ci sarà un ritorno a una nuova attività, a un nuovo aggiornamento. Possiamo aspettarci nuove commutazioni e permutazioni nei gruppi dirigenti dei partiti, nuovi sforzi per formare un terzo partito, ecc. Ai primi segnali di un cambiamento di direzione della situazione economica dall'alto, il movimento sindacale sentirà il grande bisogno di liberarsi dalle grinfie della vile burocrazia sindacale dell'American Federation of Labor (AFL). Allo stesso tempo, si apriranno possibilità illimitate per il comunismo.
Più di una volta in passato l'America ha conosciuto violente esplosioni di movimenti di massa, rivoluzionari o semi-rivoluzionari. Ogni volta questi movimenti si sono rapidamente spenti, o perché l'America è entrata in una nuova fase di sviluppo economico, o perché i movimenti che si sono verificati erano caratterizzati da un imperialismo volgare, da una totale mancanza di teoria. Di queste due circostanze non rimane più nulla. Una ripresa della vita economica (che non deve essere considerata in anticipo come impossibile) deve poggiare non su un "equilibrio" interno, ma sull'attuale caos dell'economia mondiale. Il capitalismo americano è entrato in un'epoca di imperialismo mostruoso, di aumento costante degli armamenti, di interventi negli affari del mondo intero, di conflitti militari e di sconvolgimenti di ogni genere. D'altra parte, le masse del proletariato americano che si radicalizzano hanno nella forma del comunismo - o più esattamente possono avere, se c'è una politica corretta - non più quello che avevano prima, un misto di empirismo, misticismo e ciarlataneria, ma una dottrina scientificamente fondata, all'altezza degli eventi.
Queste trasformazioni radicali ci permettono di prevedere con certezza che l'inevitabile e relativamente prossimo cambiamento della coscienza rivoluzionaria del proletariato americano non sarà più un semplice "fuoco di paglia", che può essere facilmente spento, ma l'inizio di una vera e grande fiammata rivoluzionaria. Il comunismo in America può progredire con sicurezza verso un grande futuro.
Disastro ecologico, crisi economica, migrazioni, violenza sociale… Furore potrebbe sembrare tristemente di attualità se il libro di John Steinbeck non fosse soprattutto un capolavoro senza tempo ricco di un’umanità che è più fragile che mai. Si svolge nell'America degli anni ’30. racconta l’esodo della famiglia Joad dalla terra di adozione devastata dalla “tempesta di sabbia” e ambita dalle grandi società bancarie e dall’industrializzazione dei raccolti, famiglia che spende fino all’ultimo centesimo per migrare verso una terra promessa dove troverà solo sfruttamento umano e frustrazioni economiche. John Steinbeck lavora su una materia che fa emergere speranza e miseria, generosità e meschinità, amore e stanchezza…
Il libro, che già nel 1939, pochi mesi dopo la pubblicazione, frutterà all'autore il premio Pulitzer e successivamente il premio Nobel per la letteratura nel 1962, premio da molti contestato nel clima di maccartimo ancora dominante, è poi stato trasposto in un film dal medesimo titolo e diretto da John Ford.
Il crollo dell’economia americana, alla fine dell’estate del 1929, e le conseguenze dirette per le persone, i più fragili e indigenti, sono superbamente descritti da Steinbeck nella vicenda della famiglia Joad. Le frequenti e violente tempeste, poi unite ad un’implacabile siccità, si abbattono sul Middle West e distruggono i raccolti della famiglia Joad. La ferocia delle banche che si impadroniscono di tutte le case dei contadini divenuti insolventi, spinge i Joad a lasciare l’Oklahoma, credendo di raggiungere il paradiso, ovvero il californiano “El Dorado”. La strada è difficile e disseminata di dolorose insidie, su questa Route 66, all’epoca priva di qualsiasi romanticismo. Per Tom Joad, il capofamiglia, il cerchio si completa sotto forma di una discesa agli inferi, poiché, uscito di prigione prima di lasciare l’Oklahoma, vi farà ritorno in California, per via delle sue scelte e dei suoi impegni.
La versione cinematografica, prodotta nel 1940 dalla Twentieth Century Fox, solo un anno dopo la pubblicazione del libro, è non del tutto fedele alla trama del romanzo, ma comunque in breve tempo si afferma come un classico, ritenuto tra i dieci migliori film americani di tutti i tempi, anche se la destra americana lo denuncia come antiamericano e minaccia di boicottarlo. Va segnalato che al momento della produzione, nel cast utilizzato da John Ford, l'unico attore professionista è Henry Fonda. Il fil frutterà a Ford l'Oscar come miglior regista e a Jane Darwell (che interpreta il personaggio di Ma', la madre di Tom, quello come migliore attrice non protagonista.
Va segnalata anche la canzone The Ghost of Tom Joad del cantautore statunitense Bruce Springsteen.
Illustrata dalle foto dei fotografi: come Dorothea Lange, Walker Evans e Ben Shahn
Accompagnate dalla canzone "Brother, Can You Spare A Dime" (Fratello puoi darmi un centesimo) cantata da Judy Collins