Il Biennio rosso
(1919-1920)
(1919-1920)
Il Partito Socialista Italiano (PSI) fu fondato nel 1892 da un raggruppamento di vari piccoli partiti. A partire dagli anni Dieci, il PSI si affermò sia tra gli operai delle grandi città industriali sia tra i contadini poveri.
Sulla scia dei movimenti agrari che si svilupparono in Italia a partire dal 1900 e della crescente influenza degli organizzatori socialisti, nel 1906 fu fondata la Confederazione Generale del Lavoro (CGL), con circa 700 sindacati locali e 250.000 lavoratori iscritti. I sindacalisti rivoluzionari, che erano in minoranza, preferirono ritirarsi dalla CGL.
Vi era una forte componente anarchica, soprattutto verso la fine del XIX secolo e nel sud. Si verificarono numerose rivolte che portarono a una pesante repressione. Nel 1900, un anarchico assassinò il re. Il governo sfruttò queste occasioni per reprimere l'intero movimento operaio.
Tuttavia, il PSI continuò a crescere, passando dal 2,9% delle elezioni parlamentari del 1895 al 17,7% del 1913. Come la maggior parte delle socialdemocrazie europee, il PSI adottò una linea centrista. Nel 1907 furono espulsi i sindacalisti rivoluzionari. Nel 1911, fu espulsa la corrente di Bissolati, apertamente riformista e socialsciovinista, cche sosteneva il governo nell'invasione della Libia.
Nel 1911, i sindacalisti rivoluzionari costituirono l'Unione Sindacale Italiana (USI).
Le campagne italiane furono teatro di una grande lotta di classe. Nel 1884, i braccianti del sud del paese crearono le Leghe di resistenza. Durante i grandi scioperi del 1882 e del 1884-1885, chiesero la riforma agraria e la tutela dei lavoratori a giornata. Nel 1901 fu fondata la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra), con aspirazioni socialiste, che radicalizzò il movimento. In risposta alle mobilitazioni bracciantili, i grandi proprietari terrieri avevano già formato una Lega per la difesa della terra nel 1885.
Tra il 1889 e il 1894, un'organizzazione chiamata Fasci Siciliani dei Lavoratori pose grossi problemi ai proprietari terrieri. Ispirato dal socialismo e dall'anarchismo, ma fortemente influenzato dal tradizionalismo e dalla religione, il movimento si oppose ai proprietari terrieri e ai proprietari delle cave e delle miniere. Le donne giocarono un ruolo centrale. Nel 1894 fu dichiarato lo stato di emergenza e lo stato represse il movimento con uno spargimento di sangue.
Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 e l'emergere di una coscienza di classe tra i contadini e gli operai d'Europa, si manifestarono i primi timori nella borghesia e nelle classi medie, che vedevano nell'affermazione del bolscevismo la fine dei privilegi e dei diritti acquisiti. Questa paura delle democrazie occidentali era rafforzata dal fatto che la Russia sovietica stava attivamente diffondendo il comunismo nei paesi europei.
Lenin incoraggiò la creazione di partiti comunisti in tutto il mondo, che dovevano separarsi dai partiti socialdemocratici sciovinisti per prolungare la rivoluzione iniziata in Russia. Il partito bolscevico decise di riunire tutti i partiti comunisti in un'organizzazione internazionale, l'Internazionale Comunista (la Terza Internazionale o Comintern). Il suo programma era la rivoluzione proletaria mondiale. Nel 1920, a Mosca, il Secondo Congresso del Comintern elaborò un documento in 21 punti che condizionava l'adesione all'Internazionale Comunista. I 21 punti implicavano una sorta di sottomissione della linea dei comunisti europei al partito bolscevico e provocarono una spaccatura tra socialisti riformisti e comunisti, causando la scissione di molti partiti socialisti europei.
Tra il 1919 e il 1920, l'Europa fu colpita da un'ondata di scioperi e manifestazioni di lavoratori che chiedevano salari più alti e la giornata di 8 ore. Le lotte non si limitarono ai sindacati: nelle fabbriche presero il potere i consigli operai, creati spontaneamente sul modello dei soviet russi, destinati a rappresentare la classe operaia nella società comunista. L'intensità e le conseguenze delle lotte operaie variarono da paese a paese:
In Germania, i consigli operai e i soldati occuparono le fabbriche e le sedi dei giornali, partecipando alla gestione delle aziende e imponendo le loro condizioni allo stato. Berlino fu teatro di numerosi scontri, manifestazioni e tentativi di rivoluzioni e insurrezioni.
In Ungheria, i socialisti e i comunisti ungheresi crearono la Repubblica dei Consigli Ungheresi, chiaramente ispirata al modello sovietico. Il progetto era di estendere l'esperimento all'Austria, ma i comunisti ungheresi si trovarono isolati e fallirono.
In Finlandia i comunisti furono sconfitti.
Il biennio rosso fu l'ondata di rivolte operaie e contadine che attraversò la penisola a partire dalla primavera del 1919.
Nel febbraio 1919, i datori di lavoro accettarono una giornata lavorativa di 8 ore.
I socialisti organizzarono uno sciopero generale internazionale per le giornate del 20 e del 21 luglio 1919, in difesa delle repubbliche socialiste sorte in Russia e Ungheria contro l'aggressione militare delle potenze imperialiste.
Le adesioni di massa ai sindacati crescono esponenzialmente e il Partito Socialista Italiano passa da 50.000 a 200.000 aderenti.
Nel luglio 1919, i contadini occuparono le terre nel Lazio, poi il movimento si estese al sud e alla pianura padana. Il decreto Visocchi del 2 settembre 1919 legalizzò l'occupazione delle terre in cambio della loro coltivazione. Il governo concesse terre incolte o scarsamente coltivate: 25.000 proprietari acquistarono 250.000 ettari. I movimenti di occupazione vennero repressi. I grandi latifondisti italiani riuscirono ad ottenere il sostegno anche da parte dei proprietari terrieri di medie dimensioni che utilizzavano poche unità di lavoratori agricoli.
Il movimento cooperativo divenne più radicale. Nel 1920, la Lega Nazionale delle Cooperative decise di abbandonare la sua tradizionale posizione di “neutralità” e si avvicinò al Partito Socialista Italiano e alla centrale sindacale della CGL. La Lega venova chiamata Lega Rossa, mentre il movimento cooperativo cattolico era conosciuto come Lega Bianca.
Nel novembre 1919, su richiesta dei partiti socialista e popolare, si tennero le elezioni di rappresentanza con una legge elettorale proporzionale, anche se il voto era limitato ai soli maschi. Le elezioni si basarono su liste piuttosto che su singoli candidati, troppo spesso “sponsorizzati” dai potentati locali. A vincere le elezioni furono i due partiti di massa: il Partito Socialista, che si affermò come primo partito con il 32% dei voti, e il Partito Popolare, che ottenne il 20% dei voti alla sua prima prova elettorale. Questi risultati non garantirono però la stabilità del paese e il PSI, che aveva più peso, continuò a rifiutare qualsiasi alleanza con i partiti borghesi. L'Italia vide quindi alleanze tra il partito popolare e i liberali.
Nel 1920, dopo gli scioperi e le occupazioni delle terre, le manifestazioni si intensificarono con l'occupazione delle fabbriche.
Nella primavera del 1920, i metalmeccanici di Torino formarono consigli di fabbrica (un embrione di soviet) e lanciarono un duro sciopero per costringere i padroni a riconoscerli, ma senza successo.
La FIOM (il sindacato dei metalmeccanici) chiese il rinnovo dell'accordo sugli aumenti salariali e altre richieste, che gli industriali accettarono solo in parte. La risposta della classe dirigente provocò una grande tensione, che portò all'inizio di uno sciopero generale. Gli industriali decretarono la chiusura delle fabbriche organizzando una serrata.
In agosto iniziò l'occupazione delle fabbriche, guidata dai sindacati rossi, e in breve tempo 300 fabbriche a Torino, Milano e Genova furono occupate da oltre 400.000 lavoratori. Gli operai organizzarono milizie armate di sorveglianza e in alcuni casi continuarono la produzione.
L'anarchico italiano Errico Malatesta fece un'osservazione preveggente all'epoca:
Se alla fine non saremo vigili, pagheremo con lacrime di sangue le paure che abbiamo instillato nella borghesia.
Tra i partecipanti al biennio rosso vi furono Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, i futuri fondatori del Partito Comunista d'Italia. Antonio Gramsci, che vedeva l'importanza centrale dei consigli autorganizzati, aveva anche le idee molto chiare su come sarebbe stato il fascismo:
La fase attuale della lotta di classe in Italia è quella che precede o la conquista del potere da parte del proletariato rivoluzionario, per passare a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano la ripresa della capacità produttiva; o una terribile reazione da parte della classe possidente e della casta governativa. Non si risparmierà la violenza per sottomettere il proletariato industriale e agricolo al lavoro servile: l'obiettivo sarà quello di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (il Partito Socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (sindacati e cooperative) negli ingranaggi dello stato borghese.
Gramsci invitava a cogliere il momento rivoluzionario:
La direzione deve immediatamente studiare, redigere e diffondere un programma di governo rivoluzionario per il Partito Socialista in cui siano previste le soluzioni reali che il proletariato, divenuto classe dirigente, apporterà a tutti i problemi essenziali - economici, politici, religiosi, educativi, ecc. - che si pongono con urgenza ai vari strati della popolazione attiva italiana. (...) il Partito deve lanciare un manifesto in cui si ponga chiaramente la conquista rivoluzionaria del potere politico, in cui si inviti il proletariato industriale e agricolo a prepararsi e ad armarsi, e in cui si indichino gli elementi di soluzione comunista dei problemi attuali: controllo proletario della produzione e della distribuzione, disarmo dei corpi mercenari armati, controllo dei comuni da parte delle organizzazioni operaie.
dal suo volume L'occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Einaudi 1964
Tra mercoledì 1° e sabato 4 settembre 1920, gli operai metallurgici occupano tutti gli stabilimenti della penisola.
Se si eccettua la Venezia Giulia – dove, però, vi è una situazione politica tesissima, con i primi scontri tra fascisti e socialisti e lo sciopero generale a Trieste… nonché qualche altro piccolo centro nel quale i lavoratori ottengono subito gli aumenti richiesti e un nuovo contratto sulla base del memoriale della Fiom – l’occupazione è totale.
Gli occupanti ammontano a più di 400.000 operai. La cifra raggiungerà il mezzo milione quando anche le maestranze di officine metallurgiche in alcune altre città procederanno all’occupazione.
Il dato di fatto, così omogeneo, fornisce di per sé alcuni elementi costitutivi della situazione. Non solo nel "triangolo industriale", anche a Roma, Napoli, Palermo, Firenze, la disposizione delle centrali sindacali operaie viene immediatamente attuata. Dai grandi centri ai paesi del Veneto, della Liguria, della Toscana, delle Marche, ovunque ci sia una fabbrica, un cantiere, un’acciaieria o una fonderia in cui si lavori il metallo, il fatto che avvenga l’occupazione operaia colpisce notevolmente.
Ciò prova come i lavoratori, organizzati o meno, condividano la parola d’ordine dei sindacati e la attuino. Ciò prova, al tempo stesso, come le autorità locali di polizia (salvo qualche caso isolato e riprovato dal ministero degli Interni) lascino del tutto via libera all’occupazione che, infatti, si effettua in un modo straordinariamente pacifico.
Le comunicazioni dei prefetti del Regno giungono monotone e fitte al Viminale.
continua il racconto di Paolo Spriano
Un rapido elenco di località può dare la misura del fenomeno. In Piemonte, oltre a Torino non solo Alessandria e Asti, Novara e Vercelli ma Acqui, Arquata Scrivia, Novi Ligure, Casale, Tortona, Gallarate. In Liguria non solo tutto il Genovese, Savona, Vado, La Spezia ma Porto Maurizio e Oneglia. In Lombardia dalla fascia industriale di Milano a Bergamo, da Cremona a Crema, da Pavia a Legnano, da Como a Lecco, da Varese a Brescia. Nel Veneto, Verona, Udine, Padova, Venezia, Treviso, Castelfranco Veneto, Battaglia. In Emilia: Bologna, Modena, Ferrara, Reggio, Piacenza. In Toscana: Firenze, Pisa, Siena, Pontedera, Piombino, Portoferraio, Livorno, Arezzo, Pistoia, Grosseto, San Giovanni Valdarno, Castelfiorentino, Lucca. Nelle Marche: il cantiere navale di Ancona. Nell’Umbria: Terni e Perugia. In Campania: Napoli, San Giovanni a Teduccio, Castellamare, Torre Annunziata; in Sicilia, Palermo.
Quanto al numero e al tipo di stabilimenti, alla loro consistenza produttiva e alla loro dislocazione, se appare immediatamente sensibile l’elemento strutturale più cospicuo – il fatto cioè che soltanto a Torino, Milano e Genova l’occupazione assuma un carattere massiccio tale da costituire il grande avvenimento delle rispettive città dove centinaia di migliaia sono gli occupanti – non privi d’interesse restano gli altri elementi. A Piombino, ad esempio, sono 5.000 i lavoratori impegnati nella lotta. A Portoferraio si occupano gli altiforni e i ferrovieri immettono nel binario che li porta all’interno degli stabilimenti occupati otto vagoni di materiale vario. A Livorno dal cantiere Orlando, occupato il 2 settembre, si varerà il cacciatorpediniere San Martino. “Il varo – telegrafa il prefetto – si effettua senza incidenti, senza bandiere rosse e senza mutare il nome della nave”.
A Firenze vengono occupate, il 2 pomeriggio, la Galileo (1200 operai) il Pignone (600 operai) e altre sei fabbriche con un centinaio di lavoratori ciascuna. Alla Galileo, dove anche i tecnici restano al loro posto, le bandiere rosse spuntano ovunque e una fanfara improvvisata suona l’inno dei lavoratori. Alla fonderia degli altiforni di Terni l’occupazione si festeggia con “una magnifica colata”. “È stato fuso – si apprenderà dall’”Avanti!” – un delicatissimo cilindro, grandissimo, per le ferrovie”.
Nel Valdarno, oltre alle maestranze (1500 persone) delle ferriere di San Giovanni, anche i minatori partecipano al movimento occupando i pozzi. Nel Trevigiano si occupa addirittura un’officina di San Mario della Rovere dove lavorano quaranta operai. La bandiera rossa spunta sul cantiere navale di Palermo e quella anarchica rossa e nera sui tetti delle officine di Verona, dove la prevalenza dei sindacalisti dell’USI renderà l’occupazione particolarmente accesa.
A Napoli, il mattino del 2, i primi a muoversi sono i 2500 operai degli stabilimenti del Vasto e della Bufola, delle Officine ferroviarie meridionali.
L’occupazione procede ovunque nella giornata, compresi i bacini di carenaggio, da Napoli a Castellamare (i cantieri metallurgici), a Torre Annunziata (le ferrovie Vesuvio). Il transatlantico Mafalda è fermato nel porto di Napoli dagli operai. Soltanto alla Miani-Silvestri, presidiata, il tentativo di occupare è ripetutamente respinto, il 2 e il 3, dalla forza pubblica. A Venezia si occupano i cantieri navali della Giudecca e dell’Arsenale.
A Roma, alla Tabanelli, uno stemma dei soviet domina l’entrata delle officine. Mentre i tranvieri vi inviano quattro vetture per la riparazione, i ferrovieri “forniscono cuscini di prima classe agli occupanti rendendo meno disagiato il riposo notturno”. Il direttore è sequestrato e viene rilasciato dopo un intervento del commissario di PS del quartiere. Con la Tabanelli i metallurgici romani occupano le officine dell’Auer, Contini, Fatme, Socis, Sascher Lori e Rocco Bonaldi.
Può essere interessante, per rendere il clima del momento – che afferra gli operai non meno di quelli dei grandi centri industriali – riferire quanto un cronista dell’”Avanti!” segnala, dopo una visita alla Fatme:
In ogni angolo figurano iscrizioni rispecchianti principi schiettamente socialisti: “chi non lavora non mangia”, “onestà e lavoro, ecco il nostro scopo”, “spezziamo catene e lacci”, “non vogliamo ricchezze in oro ma libertà”. I commissari di fabbrica raccomandano economia di materiale e risparmio di luce elettrica. Si consiglia, per la sera dopo le 23, “di dormire non all’aperto ma nei posti indicati dal Comitato di fabbrica, di curare la pulizia personale, e di dedicarsi alla lettura serale anziché passare la maggior parte del tempo in trastulli infruttuosi.
In genere, in tutte quelle zone dove le maestranze metallurgiche non costituiscono una massa imponente, l’occupazione si svolge con grande ordine. Gli incidenti sono rarissimi; qualche caso di sequestro di dirigenti e tecnici è risolto in poche ore col loro rilascio previa attestazione di non aver subito violenze. Vi è molto entusiasmo; i tecnici in prevalenza continuano a lavorare sotto la gestione operaia anche se la produzione è scarsa: un po’ per il naturale trambusto, un po’ per mancanza di materiale, molto perché, seguendo le direttive delle organizzazioni, procede l’ostruzionismo.
I giornali, per la domenica del 5, riferiscono scene festose e un’atmosfera di euforia. Alla Galileo di Firenze, il quadro che offre il cronista dell’”Avanti!” è idilliaco. “La giornata scorre tranquilla tra canti e frizzi che denotano l’entusiasmo della massa operaia. Grammofoni, orchestre di mandolini e altri svariati divertimenti rallegrano le oziose ore domenicali”. Non diversa l’impressione raccolta dal cronista della “Nazione”.
Ma, come si è detto, è a Torino, a Genova e a Milano che l’occupazione assume un aspetto ben altrimenti massiccio, interessa, colpisce, allarma l’opinione pubblica, esprime le novità più interessanti, dà luogo ad episodi vivacissimi e in qualche caso – come a Genova – drammatici e luttuosi. Riflette, insomma, tutta la carica di una pressione operaia che presto sarà gravida di conseguenze sul terreno politico.
A Torino l’occupazione coinvolge in pochi giorni quasi centomila operai. Già sappiamo che alla serrata, proclamata la notte tra il 31 agosto e il 1° settembre, fa seguito l’ingresso in officina, la mattina del 1°, della massa lavoratrice. L’occupazione avviene senza violenza. I custodi aprono i cancelli, gli operai vanno al loro posto di lavoro. “Poiché si trattava di un fatto nuovo – annota il cronista della 'Stampa' – il lavoro a tutta prima, ancora regolato all’ostruzionismo, non fu ripreso. Gli operai rimasero inoperosi davanti alle macchine mentre i membri delle Commissioni interne e i commissari di reparto decidevano sul da farsi”.
Alla Fiat Centro, Giovanni Parodi, il segretario della Commissione interna (espressa dal Consiglio di fabbrica) parla alle maestranze, incita alla disciplina, alla vigilanza armata, al lavoro secondo le disposizioni federali che prevedevano appunto la continuazione dell’ostruzionismo. Ciò che avviene alla Fiat Centro è il frutto dell’organizzazione consiliare, per commissari di reparto.
Tutti i poteri sono assunti dal Consiglio che emana tosto il suo primo comunicato:
La Commissione interna operaia, d’accordo con la Commissione interna dei tecnici, invita tutti gli operai a rimanere al loro posto di lavoro continuando la propria opera come per il passato (ostruzionismo) con rispetto reciproco. Operai! Dimostrate che anche privi della direzione padronale, sapete disimpegnarvi nel funzionamento accurato dell’officina. La vostra Commissione Interna tutelerà i vostri interessi e saprà chiamarvi al momento opportuno.
In tutte le altre fabbriche (ne vengono presto occupate 185) la situazione è analoga: dall’Itala alla Lancia, dalla Dubosc alla Westinghouse, dalla Diatto alla Garavini, dalle Fonderie Subalpine alle officine del Moncenisio, dall’Ansaldo San Giorgio ai Cantieri aeronautici. Sulla presenza dei tecnici e degli impiegati in officina le fonti operaie sono poco attendibili. È evidente la preoccupazione di rincuorare i titubanti (poi verrà la minaccia di licenziamento agli assenti) assicurando che la maggioranza dei colleghi è presente. In verità, le diserzioni sono invece larghissime e tendono ad aumentare rapidamente. Qualche dirigente è trattenuto a forza ma sono casi rarissimi che “La Stampa” stessa tende a sdrammatizzare, come il prefetto del resto. Gli industriali rivolgono a quest’ultimo una lettera aperta di protesta per l’occupazione “compiuta con l’annuire dell’autorità pubblica locale, che, avvisata formalmente più volte ed ancora ieri sera a tarda ora, non ha creduto di prevenire l’evento previsto né di attuarne in qualche modo le conseguenze”.
La prima giornata passa tranquilla. Le maestranze fanno due turni di 12 ore (8 di lavoro e 4 di riposo). La sera “alle porte, sull’alto degli edifici, come su spalti di fortezza, hanno vigilato le nuove scolte ma senza allarmi ed incidenti degni di nota”. Soltanto alla Fiat Lingotto la polizia tenta un’irruzione per giungere in possesso di mitragliatrici ivi posizionate da tempo; se non che gli operai le hanno già dislocate in vari stabilimenti e la missione fallisce.
Quanto all’armamento operaio si spandono le notizie più disparate. Vengono descritti i preparativi che gli operai vanno svolgendo nei maggiori stabilimenti, “non solo di difesa, con fili elettrici carichi di corrente, reticolati, mitragliatrici già portate, ma anche preparativi di offesa per una eventuale azione contro la forza pubblica e per provocare qualche azione violenta”. Le notizie non mancano di esagerazione “ma si segue attentamente la situazione” – informa l’autorità prefettizia.
Il tratto caratteristico dell’occupazione a Torino si coglie però, sin dai primi giorni, nello sforzo di organizzare un “sistema” di gestione operaia delle fabbriche metallurgiche che assicuri il coordinamento della produzione, degli scambi del materiale, il rifornimento di materie prime, creando un comitato apposito presso la Camera del lavoro e varie commissioni di lavoro. La disciplina è assai rigorosa e nei primi giorni, fino alla domenica 5 settembre, la produzione è lenta ma continua nei reparti, l’ordine pubblico sostanzialmente alterato; nei pressi degli stabilimenti esso è “garantito” dalle guardie rosse.
A volte i camion che fanno servizio tra l’uno e l’altro degli stabilimenti occupati vengono fermati e perquisiti dai carabinieri o dalle guardie regie: tutti però, col loro carico, vengono lasciati proseguire verso destinazione: più clamorosa si farà, via via, la “tolleranza” delle autorità nei confronti di vagoni ferroviari carichi di materiale ferroso, di carbone, di combustibili, che gli stessi operai svincolano dai depositi e i ferrovieri solidali instradano sui binari di raccordo che li collegano agli stabilimenti siderurgici o metallurgici destinatari.
Che l’atmosfera sia relativamente calma e scevra di ostentazione è confermato da un noto dirigente sindacale nazionale, Emilio Colombrino della FIOM, il quale, a detta dell’”Avanti!”, affermerebbe il 4 settembre:
La prima cosa che colpisce chi arriva a Milano è il grande numero di bandiere rosse che sventolano in tutte le ciminiere, su tutti i comignoli. In Torino, anche oggi, che siamo al quarto giorno di possesso, in giro per gli industri cantieri della periferia, i simboli esterni del fatto compiuto non sono molti. Qualche drappo rosso, qualche vedetta appostata sui muriccioli ma le forze sono concentrate nelle fabbriche occupate. La cosa di cui gli operai si occupano a preferenza è l’organizzazione tecnica del lavoro, sia in ogni singola officina, sia nel complesso dell’industria cittadina.
In effetti, al di là di una certa retorica di occasione, l’aspetto di concretezza è quello prevalente nella “città dell’automobile”. Già qualcuno, nei Consigli di fabbrica e presso il sindacato, comincia a chiedere che venga organizzata la vendita dei prodotti. La FIOM è contraria. “La produzione – dice il comunicato della sezione torinese – è della collettività e come tale deve essere amministrata dagli organismi superiori che rappresentano gli interessi di tutti”.
Si sollecita l’inventario del materiale prodotto.
A dire dello stato d’animo che prevale, basti questo particolare. Lo stesso comunicato che abbiamo citato prospetta questo inventario “soprattutto in vista di eventuali scambi diretti di commerci con la Russia dei Soviet dalla quale non è escluso possano venire i mezzi per consolidare la conquista operaia”. A sua volta “La Stampa” narra, con ironia, un curioso colloquio telefonico: “Un procuratore di una ditta di spedizioni che doveva fare una consegna di vagoni merci di alla Fiat ebbe l’idea di telefonare per schiarimento, nella speranza di parlare con qualche dirigente. “Pronto, con chi parlo?” “Fiat Soviet” “Allora, scusi, sarà per un’altra volta…”
Uno stile “comunista”, di rigore morale, contrassegna disposizioni ed episodi della vita d’officina. Nessuno può entrare o uscire senza permesso, gli operai sono perquisiti all’uscita (e, ove si riscontrino tentativi di furto, severamente puniti). È vietata nel modo più assoluto l’introduzione di alcool o di bevande alcoliche negli stabilimenti. Il corpo delle guardie rosse vigila intorno alla fabbrica per tenere lontani eventuali disturbatori.
Giovanni Parodi ha raccontato, in proposito, un episodio (che trova riscontro, d’altronde, in molte altre fabbriche e altre città) vissuto alla Fiat Centro nei primi giorni dell’occupazione:
Tre signori si aggiravano alle nove di sera intorno alla fabbrica; le guardie rosse si avvicinavano: “Cosa fate qui?” “Mah, eravamo venuti a vedere come si lavora”. “Ah, volete vedere come si lavora? Venite dentro”. I tre fecero un po’ di resistenza, furono portati dentro, furono perquisiti, furono trovate loro addosso delle rivoltelle e cartoncini di appartenenza al fascio di combattimento. “Allora, poiché voi desiderate vedere come si lavora, la miglior cosa è che andate a lavorare con gli operai”. Furono messe loro addosso tre tute e furono mandati ai forni. Qui gridavano che i ferri bruciavano; gli operai risposero: “Per noi bruciano per tutta la vita, per voi bruciano soltanto per questa notte, per cui continuate il lavoro”. Sulla facciata del forno c’era scritto: “Il lavoro nobilita”.
La polizia, che si tiene per solito lontana dalle fabbriche occupate, si limita a presidiare le banche, la sede dell’AMMA, i giornali, e a stendere una cintura protettiva intorno a uno dei borghi più “rossi”: la Barriera di Milano. Intanto, per provvedere di ossigeno industriale molte fabbriche, la FIOM ordina l’occupazione della società Ossigeno e altri gas: ciò che avviene puntualmente da parte degli operai dell’impresa. Il Consiglio delle leghe vota un ordine del giorno in cui si afferma che se altri industriali andranno in aiuto dei colleghi del settore metallurgico l’occupazione operaia si allargherà. E si aggiunge: “La lotta dei metallurgici apre un’era nuova della lotta di classe che si chiuderà con l’avvento dei lavoratori al governo di tutta la produzione”.
Quando giunge la domenica – la prima domenica rossa – un comunicato del Consiglio di fabbrica della Fiat Centro avverte, la sera precedente: “Domenica, niente feste, niente baldorie; sappiano gli operai dare prova di serietà”. Alla Fiat Brevetti viene deciso di lavorare: “Dimostrate – dice quel Consiglio di fabbrica – che sapete disprezzare fatica, disagi, pericoli per l’emancipazione dell’umanità dalle cricche capitalistiche”. In molte fabbriche, si tengono comizi.
I più noti dirigenti socialisti, giovani e anziani, parlano ad assemblee di occupanti: Gramsci alla Garrone Fiat, Pagella e Pastore alla Fiat Centro, Tasca all’Ansaldo e alla Fiat Brevetti, Montagnana e Boero alla Savignano, Togliatti alla Dubosc. L’edizione piemontese dell'Avanti quel giorno si apre con l’editoriale di Gramsci. Vi si sottolinea il valore storico dell’avvenimento;
Le gerarchie sociali sono spezzate, i valori storici sono invertiti; le classi esecutive, le classi strumentali sono diventate classi dirigenti, si sono poste a capo di se stesse, hanno trovato in se stesse gli uomini rappresentativi, gli uomini da investire del potere di governo, gli uomini che si assumono tutte le funzioni che di un aggregato elementare e meccanico fanno una compagnia organica, una creatura vivente.
E conclude:
Oggi, domenica rossa degli operai metallurgici, deve essere costruita dagli operai stessi, la prima cellula storica della rivoluzione proletaria che scaturisce dalla situazione generale, con la forza irresistibile dei fenomeni naturali.
Nel fuoco della lotta, la diffidenza iniziale del gruppo ordinovista si è evidentemente sciolta. Torino è sin d’ora il punto più alto del movimento.
A Genova e dintorni, lavorano 100.000 operai metallurgici. L’economia industriale della città è dominata dall’Ansaldo i cui dirigenti determinano altresì l’orientamento del consorzio. Il proletariato genovese, particolarmente combattivo in questi anni, ha già sperimentato (a Sestri Ponente e a Ciampi), durante le drammatiche giornate del febbraio 1920, ostruzionismo, occupazione e gestione operaia e, in una certa misura, si può parlare anche per esso di una tendenza a una organizzazione “consiliare” per fabbrica, almeno nei termini in cui la pongono i sindacalisti dell’USI.
Se non che, a differenza dei compagni torinesi, gli operai di Genova sono meno organizzati sindacalmente, e assai più divisi, inoltre, nelle loro avanguardie organizzate. Vi sono a Genova tre Camere del lavoro (una nella zona che va fino a Nervi, la seconda a Sampierdarena, la terza a Voltri). E non è solo una ripartizione territoriale. Si manifesta nella prima una prevalenza dei socialisti “autonomi” di Genova a forte tendenza riformista. Nella seconda e nella terza la prevalenza è invece di socialisti massimalisti. A Sestri Ponente, la Camera del lavoro (che conta 14.000 aderenti), diretta da Antonio Negro, è in mano agli anarco-sindacalisti, che possiedono anche loro un organo di stampa, “La Lotta Operaia”. Grande è anche l’influenza sindacalista a Savona e a La Spezia.
L’occupazione operaia avviene in tutta la Liguria la mattina del 2 settembre, dagli stabilimenti ai cantieri. Un grave incidente scoppia dinanzi al cantiere Odero alla Foce, che è presidiato dalle guardie regie. Gli operai girano il muro di cinta e cercano di penetrare negli scali, salendo sui piroscafi in costruzione. Sono accolti da una scarica di fucileria. Tre operai vengono gravemente feriti. Uno di essi, il calderaio Domenico Martelli, trentacinquenne, giunge cadavere all’ospedale. Altrove, “dove – come nota il “Lavoro” – la truppa si limita a un simulacro di difesa della proprietà borghese”, l’invasione degli stabilimenti, simultanea, non provoca conflitti sanguinosi.
Così avviene a Sestri Ponente, dove gli operai entrano incolonnati negli stabilimenti alle sette di mattina, a Cornigliano, alle acciaierie di Ciampi (dove un tenente di fanteria e un maresciallo sono presi in ostaggio e poi rilasciati) a Voltri dove, nel cantiere navale di Campanella, una squadra di giovani dà la scalata ai cancelli chiusi e li apre dal di dentro. Alle Ferriere di Voltri è la squadra notturna che spezza i catenacci per far entrare i compagni del turno mattutino, così al cantiere aeronautico Gio, Ansaldo, a quello navale, alla Fonderia Multedo, alla San Giorgio, alla Piaggio, alle Grandi Ferriere Gio. Fossati.
L’incidente del cantiere Odero non provoca uno sciopero generale. A scongiurarlo si occupa attivamente il prefetto e l’idea viene scartata dalla Camera del lavoro di Genova anche perché – dietro insistenze del ministero degli Interni - vengono arrestate alcune guardie regie, tra quelle che hanno aperto il fuoco. Il provvedimento provoca un vero tumulto tra gli agenti che pretendono, e ottengono il giorno appresso, la liberazione dei compagni arrestati. Il 3 si svolgono grandiosi funerali dell’operaio ucciso.
L’occupazione operaia a Genova, fino alla domenica 5, prosegue pacifica, in un fervore organizzativo (si nominano ovunque commissari di reparto) analogo a quello torinese. Vistosi sono i segni di caratterizzazione politica dell’occupazione e di vigilanza militare. Li elenca il “Giornale d’Italia” in una corrispondenza che reca queste note:
Su tutta la linea, da Sampierdarena a Voltri, è un abbondante esposizione di bandiere rosse e nere attaccate alle macchine, ai cancelli e sulle navi che sono in costruzione. Sul grande cancello dell’officina Ansaldo di Sestri Ponente è attaccato un cartello con la scritta "Stabilimento Comunista"; su qualche altro vi è pure la scritta seguente: "Operai, se la forza pubblica tentasse di entrare, adottate il sabotaggio"… Nelle officine Ansaldo, al molo Giano, tutto è stato predisposto per respingere la forza pubblica nel caso in cui questa venisse incaricata di prendere d’assalto gli stabilimenti. Le porte d’accesso sono solidamente sbarrate e sono state costruite opere di difesa con materiale rotabile e grossi rottami di ferro. Anche i tre piroscafi in allestimento Duilio, Ansaldo VIII e Cesare Battisti sono stati isolati o su di essi montano la guardia degli operai… le porte d’accesso sono guardate da squadre di operai che inibiscono l’entrata a chiunque non appartenga allo stabilimento. Ai magazzini sono stati adibiti operai di fiducia della Commissione interna e il materiale non può essere consegnato senza la presentazione di un buono firmato dal commissario di reparto.
Quanto a Milano, anche qui è dalla stessa fonte giornalistica che si apprende “come sia confermato che dappertutto sono state create prigioni per rinchiudervi gli operai trovati in possesso di oggetti di proprietà non loro, oppure negligenti al lavoro”. L’armamento operaio, come nelle altre città, pare consistere essenzialmente di rivoltelle e di alabarde, “qualche volta di fucili modello 91, oppure di moschetti di cavalleria”.
A Milano le testimonianza dei giornali sono abbondanti ma non portano elementi di differenziazione notevoli sulla vita di fabbrica da Torino o da Genova. Viene rilasciato, dopo aver firmato una dichiarazione “che durante la sua permanenza nell’officina è stato trattato con ogni deferenza e cortesia”, l’ing. Barin, direttore generale delle Acciaierie e delle Ferriere lombarde, che era stato addirittura “sequestrato” dagli operai dinnanzi alla propria abitazione. Il “Corriere della Sera” del 2 fa sapere che all’Isotta Fraschini gli operai “hanno espulso a pedate un compagno che aveva tentato di impadronirsi di un magnete”. Dal prefetto giunge il 4 settembre notizia che “tutto procede normalmente”. La situazione è così tratteggiata in un telegramma al ministero degli Interni:
Le maestranze che occupano stabilimenti metallurgici seguitano ad armarsi e a rafforzare difesa. Maestranze altre industrie premono sui dirigenti organizzazione per estendere movimento. Ho interessato Buozzi e altri per resistere tali pressioni. Turati da me pregato presterà opera sua diretta facilitare componimento.
Nella stessa serata, il prefetto Alfredo Lusignoli esprime il parere che è indispensabile fare ogni sforzo per comporre subito la vertenza prima che si allarghi ad altre industrie il movimento. Che a Milano l’atmosfera sia non dissimile da quella di Torino e di Genova – pur essendo qui la classe operaia maggiormente dispersa in una miriade di piccole e medie officine – è provato da un episodio sintomatico di cui è protagonista Benito Mussolini. Il direttore del “Popolo d’Italia” è vivamente impressionato dello spettacolo. E va a trovare Bruno Buozzi per fargli un discorso assai simile a una profferta d’aiuto. “Mussolini dichiarò – ricorderà lo stesso Buozzi – che a lui importava poco che le fabbriche fossero degli operai piuttosto che degli industriali e che se l’occupazione fosse sboccata in un movimento rivoluzionario costruttivo, egli sarebbe stato a fianco dei rivoluzionari”. Gaetano Salvemini commenterà, rammentando l’episodio, che si trattata di un caso tipico della tattica mussoliniana “di tenere il piede in due scarpe”. Verso la fine dell’occupazione le profferte d’aiuto mussoliniane s’indirizzeranno in ben altra direzione. Se non che proprio il suo opportunismo, che lo spinge ad accodarsi ora al movimento, prova come la forza d’urto operaia che si sprigiona nei primi giorni sia vigorosa e come l’imbarazzo degli ambienti politici conservatori sia notevole. Una reazione squadrista nelle grandi città del triangolo è ancora addirittura impensabile.
Per molti l'occupazione avrebbe dovuto essere l'inizio di una rivoluzione, ma la mancanza di una strategia e l'incapacità di estendere il movimento ne decretarono la fine, con l'aiuto della CGL, che voleva fermare un movimento che non controllava.
L'occupazione indebolì il governo Nitti, che si dimise per lasciare il posto a Giovanni Giolitti, allora ottantenne. Gli industriali lo esortarono a far evacuare le fabbriche dall'esercito. Al contrario, Giolitti ritenne necessario proporre compromessi ai riformisti, che furono ben felici di farlo. Giolitti disse poi al Senato:
Come potevo impedire l'occupazione? Stiamo parlando di 600 aziende del settore metalmeccanico. Per impedire questa occupazione avrei dovuto mettere un presidio in ognuna di queste fabbriche, un centinaio di uomini nelle piccole, alcune migliaia nelle grandi: avrei usato tutte le forze a mia disposizione per occupare le fabbriche! E chi avrebbe tenuto d'occhio i 500.000 operai rimasti fuori dalle fabbriche? Era una guerra civile.
Il Partito Socialista decise formalmente che le occupazioni erano di competenza delle direzioni sindacali. La CGL decise allora, in una specie di congresso straordinario, con voti 591.245 (i dirigenti votavano a nome di tutti gli iscritti che formalmente rappresentavano) a favore del documento con la prima firma Ludovico D'Aragona, 409.569 voti a favore del documento presentato dalla "sinistra sindacale2, primoi firmatario Ercole Bucco, e 93.623 astenuti (in gran parte della FIOM. L'ordine del giorno D'Aragona rifiuta esplicitamente di perseguire la via rivoluzionaria e impone di raggiungere un accordo con i padroni. La rivoluzione è "respinta a maggioranza".
Le fabbriche furono evacuate pacificamente, in cambio degli aumenti salariali richiesti e della promessa, mai mantenuta, di un controllo sulla gestione aziendale. Il cuore del movimento - i metalmeccanici delle fabbriche - fu demoralizzato. E i guadagni materiali furono rapidamente spazzati via dall'aumento della disoccupazione.
Otto mesi dopo l'occupazione delle fabbriche, il più noto leader del PSI, Giacinto Menotti Serrati, ammise: “Mentre tutti parlavano di rivoluzione, nessuno si preparava per essa”. Pietro Nenni, che sarà una figura di spicco del Partito per i successivi sessant'anni, ammise: “Il PSI non era altro che una grande macchina elettorale ed era organizzato solo per una lotta condotta con metodi che ripudiava in teoria”. Angelo Tasca, attivista torinese, ricorda: “I metodi delle organizzazioni operaie e socialiste [...] erano alternativamente quelli di richiamare alla calma [le] masse sovraeccitate [...] e di promettere loro la rivoluzione... La vita politica italiana si trasformò in una lunga riunione in cui il capitale della 'rivoluzione nascente' fu dilapidato in un'orgia di parole”.
Nonostante il (relativo) riflusso delle lotte, il terribile spavento generato dal Biennio Rosso (227 morti e 1.072 feriti nel 1920) spinse la classe dominante e gli uomini delle istituzioni (la monarchia, i liberali, anche i repubblicani moderati) e tutti coloro che erano al potere a cercare di allontanare definitivamente lo spettro di una rivoluzione socialista, arrivando a sostenere l'ascesa del fascismo.