I SICILIANI IN AMERICA
Manuele Biondi, Filippo Monte, Carmelo Rubolotta e Davide Trovato – 3°B
Noi alunni di 3 B abbiamo approfondito in classe il tema dell’Emigrazione e, in particolare, dell’emigrazione dei Siciliani in America. Abbiamo fatto delle riflessioni di gruppo sulla loro vita in Sicilia, dall’Ottocento ai primi anni del Novecento, sulla loro nuova vita, sull’accoglienza ricevuta all’arrivo in America e sulle condizioni misere in cui furono costretti a vivere per anni prima di essere considerati cittadini americani.
Vogliamo riportare alcuni aspetti della nostra ricerca e delle parole in esse riportate:
- A bordo
Sino alla fine dell’Ottocento il trasporto degli emigranti avveniva con vecchi velieri. Il viaggio, poteva durare anche un mese in condizioni di vita inimmaginabili. Le cuccette, nella parte bassa della nave, per lo più ricevevano aria soltanto dai boccaporti. Di conseguenza, al mattino, qualunque fossero le condizioni atmosferiche, tutti erano costretti a trasferirsi sui ponti: le malattie polmonari e intestinali, specialmente, erano diffuse e la mortalità alta.
La Valigia è stata a lungo il simbolo dell’emigrazione; prima c’era il “fagotto”: un pezzo di stoffa in cui avvolgere le cose da portare con sé, nel fagotto o nella valigia, c’era tutto un “mondo”: ricordi della famiglia, un biglietto per un parente o un compaesano, una lettera di presentazione che, si sperava, potesse essere utile. Con la costruzione negli anni Venti dei grandi piroscafi da crociera che trasportavano anche emigranti, la durata del viaggio e le condizioni di vita a bordo migliorarono.
All’arrivo gli immigrati si rendevano conto di essere giunti nell’America com’era e non quella sognata. Alla dogana venivano sottoposti a pesanti formalità burocratiche, molti respinti perché affetti da malattie invalidanti. Gli ammessi erano trattati come al mercato degli schiavi. In Argentina e Brasile, una volta sulla terraferma venivano alloggiati in strutture simili a prigioni fino alla fine della quarantena per le malattie contagiose ma il punto di forza dell’emigrante era la “catena migratoria”, la rete di parenti, amici, compaesani che, avendo già vissuto l’esperienza dell’emigrazione, cercava di facilitare il suo inserimento nel nuovo paese.
- La “Merica”
Negli Stati Uniti, all’arrivo a New York, gli emigranti venivano sbarcati a Ellis Island per i controlli e spesso subivano umiliazioni. Rigorose norme operavano una drastica selezione: si veniva respinti per malattia, per povertà estrema, età giovanile o troppo avanzata, stato civile (donne e orfani privi di sostegno nel nuovo paese). Nel 1917 fu varato il Liberty Act, una legge sull’analfabetismo che impose una stretta all’immigrazione e colpì tantissimi italiani specialmente meridionali.
La Statua della libertà (Miss Liberty) fu donata dalla Francia agli Stati Uniti e si legò al fenomeno dell’emigrazione. Quella bella signora sembrava essere grande come l’America e come i sogni degli emigranti di “fare la Merica”. Eppure, nell’immaginario di molti immigrati la Statua della libertà è diventata l’America; poi scoprirono che le strade non erano pavimentate di oro e che quelle strade sarebbe toccato a loro costruirle.
- Modelli di insediamento
Le principali aree di insediamento siciliano negli Stati Uniti includevano i principali centri industriali del paese tra cui: New York, New Jersey, Massachusetts, California, Illinois e alcune parti del sud, tra cui Louisiana e Texas. Le concentrazioni più pesanti di siciliani americani erano a New York, Chicago, Boston, New Orleans e San Francisco, dove erano prontamente disponibili posti di lavoro per lavoratori non qualificati. I siciliani emigrarono anche in aree rurali come Bryan, in Texas, dove oltre 3.000 siciliani si erano stabiliti nel 1890. Questa generazione di immigrati siciliani tendeva a raggrupparsi in gruppi a seconda delle regioni da cui erano emigrati. A New York City coloro che emigravano dal villaggio di Cinisi si rannicchiavano insieme sulla East 69th Street, mentre sezioni più grandi come Elizabeth Street contenevano emigranti da diverse zone tra cui Sciacca e Palermo.
I siciliani dei villaggi di pescatori si stabilirono a Boston sulla North Street, mentre altri si stabilirono a North Beach di San Francisco. Molti dei distretti furono presto considerati "Piccole Italie". I siciliani di Chicago si radunavano in un'area conosciuta come "Piccola Sicilia" e quelli di New Orleans vivevano in un quartiere soprannominato "Piccola Palermo". Mentre grandi proporzioni di siciliani americani continuano a vivere nelle aree urbane, le generazioni successive di siciliani americani si sono gradualmente allontanate dai vecchi quartieri. La prosperità economica ha permesso a molti di possedere le proprie case in periferia, una realizzazione dei sogni dei loro nonni immigrati.
Le nostre riflessioni sono proprio su questi tristi momenti di vita di tantissime persone che partirono, furono circa ventuno milioni di italiani provenienti dal Veneto, dal Piemonte e dalle regioni meridionali, in particolare, dalla Sicilia. Ma un aspetto che ci ha colpito di più è stato il modo in cui si sono integrati nella società americana perché come si legge in tante testimonianze venivano considerati inferiori e costretti a fare i lavori più umili, proprio perché la maggior parte erano analfabeti e non conoscevano la lingua inglese ma, i loro figli, diventati cittadini americani, si sono riscattati e oggi l’America deve dire grazie agli attori, cantanti e registi cinematografici tutti italo americani.
Allora ci siamo detti…. tanti ci rappresentano in America e ne siamo orgogliosi