Sarebbe impossibile documentare tutti i Miracoli attribuiti all’intercessione di Bonaventura che si sono avverati sia durante la vita che dopo la morte del Santo.
La maggior parte delle documentazioni, non leggendarie, si basano sulla raccolta delle testimonianze rilasciate durante il famoso Processo di Lione del 1480, indagine che ha portato alla canonizzazione di Bonaventura da Bagnoregio. Avvenuto tra il 26 gennaio e il 5 febbraio, durante sette sedute furono ascoltati 54 testimoni, ognuno dei quali descriveva i prodigi che aveva potuto sperimentare, o aveva sentito narrare, riferiti alla intercessione miracolosa di Bonaventura.
Se alcuni Miracoli sono diventati più noti, grazie alla loro tradizione popolare, meno conosciuti risultano quelli riferiti durante il Processo di Lione, che invece ha voluto elencare lo studioso Francesco Petrangeli Papini nel volume intitolato S. Bonaventura da Bagnoregio, Viterbo, Agnesotti, 1962. L’autore non ha riportato per intero le testimonianze, ma ha prodotto un loro riassunto, rispettando comunque l’ordine cronologico delle deposizioni effettuate.
Personalmente ho affrontato il loro studio per ricercare fra di essi i prodigi che potevano documentare le guarigioni legate ai benefici della vista e dell’ udito, poiché esaltati in un Inno musicale dedicato a Bonaventura. Se esistono sei testimonianze correlate alla sanità ottenuta agli occhi, nessuna parla di guarigioni operate sull’udito, mentre la maggior parte delle deposizioni descrive come intervento miracolistico il recupero dei problemi ambulatoriali.
In queste poche pagine ho quindi trascritto il lavoro di Francesco Petrangeli Papini solo allo scopo di divulgare in maniera più ampia i Miracoli ottenuti per intercessione di S. Bonaventura.
Bagnoregio 15.5.2020 Emiliano Ramacci
Come si esprimono l’Alense, Tommaso e Bonaventura,
molti e molti dal vedere tali miracoli si convertono alla Fede,
ed altri nella medesima si confermano.
1) Frate UMBERTO RANDERIJ, professore in sacra teologia, priore e provinciale dei Carmelitani nella provincia di Narbona, residente a Lione nel convento del suo Ordine, di anni 55: ha inteso dire da molte persone che, in occasione del trasferimento del corpo di Bonaventura dalla vecchia alla nuova tomba, fu trovata la lingua intatta, come se la morte fosse avvenuta di recente, e che ciò si attribuiva a miracolo; ed ha appreso, altresì, che moltissimi infermi hanno ottenuto un grande sollievo ai loro mali, dopo aver pregato devotamente presso il sepolcro di Bonaventura.
2) MICHELE DE CHIEL «corduannerus», di anni 50 (e forse più): circa ventisei anni or sono, fu presente alla traslazione del corpo di Bonaventura dalla vecchia alla nuova chiesa dei Minori, vide il corpo stesso e nei baciò il capo, assieme a molti altri, e per la devozione che egli e gli altri nutrivano per Bonaventura. Non vide la lingua, ma da diverse persone, presenti alla cerimonia, udì affermare che avevano veduto la lingua, entro la bocca, sana, integra è fresca, come se non fosse trascorso gran tempo dalla morte. Molti dicevano che tal prodigio si era verificato, perché Bonaventura, durante la sua vita, aveva tenuto edificanti sermoni e scritto pregevoli libri sacri. Ha udito riferire da molte persone che tanti infermi si recano a pregare presso il sepolcro di Bonaventura e, per intercessione di lui, riportano grandi consolazioni e ottengono la guarigione delle loro infermità.
Circa 15 anni or sono, il teste fu colpito al fianco sinistro dal calcio di un cavallo e soffrì, in conseguenza, di gravi disturbi, al punto che gli riusciva faticoso Il respiro è impossibile non solo cavalcare ma dedicarsi a qualsiasi lavoro. Per circa tre mesi rimase In tali condizioni invano sperimentando diverse cure. Un giorno, nella chiesa dei Minori, udì un frate predicatore che esaltava i meriti Bonaventura e ricordava le numerose guarigioni ottenute da persone inferme per la di lui intercessione. Spinto da un sentimento di devozione, fece voto di portare un dono in cera, fino al peso di una libbra, alla tomba di Bonaventura se avesse conseguito la guarigione. Immediatamente cominciò a sentirsi meglio, raggiunse in breve tempo la sanità e ottemperò perciò alla promessa fatta.
3) Maestro GIOVANNI GARBOTJ, regio notaio e segretario della città di Lione, di anni 50: circa 20 anni or sono e forse più, udì riferire da molte persone rispettabili e degni di fede che una volta, essendo stato aperto il sepolcro di Bonaventura, fu veduta la lingua integra è fresca, come se il beato fosse deceduto da poco. Circa sei anni fa, sua moglie fu colpita da una grave malattia che i medici non riuscivano a diagnosticare. Spinto dalla devozione che già da tempo nutriva per Bonaventura, il teste si recò presso la tomba di questi, pregò devotamente e fece un'offerta. Tornato a casa poté constatare che sua moglie stava già meglio. Entrata in quello stesso istante in convalescenza, la donna conseguì a poco a poco la completa guarigione.
In seguito, due suoi figlioli si ammalarono uno dopo l'altro della malattia comunemente detta “infirmatis calous”. Raccomandati devotamente i due infermi a Bonaventura, subito anch'essi perfettamente guarirono.
Il suo amico e vicino di casa Enrico Calendrarij, mercante, soffriva da circa un anno di tosse in maniera così violenta e fastidiosa, che appena poteva parlare. Per suo suggerimento Enrico invocò la intercessione di Bonaventura e lo stesso teste pregò per la salute dell'amico che immediatamente ottenne la guarigione.
4) Maestro FRANCESCO MASSODJ, regio notaio di Lione, di anni 40: ha sentito ripetutamente dire che molti infermi riacquistano la sanità dopo essersi raccomandati a Bonaventura.
Suo figlio Umberto, di anni 13, fu colpito nel dicembre scorso da un attacco di gotta che gli impediva di camminare. Confidando nella Divina Grazia, condusse il figliolo sopra un cavallo al monastero di Chassagnie, dove è una cappella in onore di S. Caterina, per invocare la intercessione della Santa a favore dell'infermo. Fatta una novena, il malato poté cominciare a muoversi servendosi di due bastoni. Persistendo però il male, il teste per suggerimento di una devota signora, fece un voto per suo figlio presso il sepolcro di Bonaventura ed iniziò una novena. L'ultimo giorno della novena lo stesso malato volle, con l'aiuto del padre, recarsi presso il sepolcro. Dopo avere ascoltato la Santa Messa si trovò subito guarito, sicché lasciati i bastoni e sorretto dal padre, torno a casa. Si servì per qualche tempo di un solo bastone ed ora, per grazia di Dio, non ha più alcuna traccia del male.
5) PIETRO TORUCONIS, dottore in legge, di anni 40: hai inteso dire che, mentre Bonaventura era frate Minore in un convento italiano, il Pontefice dell'epoca gli inviò per mezzo di un nunzio il cappello cardinalizio. Il nunzio trovò Bonaventura che stava rigovernando la cucina del convento e che si mostrò subito restìo ad accettare l’onorifica insegna. Tuttavia, per consiglio del nunzio e per non disobbedire alla Santa Sede Apostolica, prese il cappello e lo posò da una parte. Circa trenta anni fa, quando il teste era ancora bambino, il corpo di Bonaventura fu traslato dalla vecchia alla nuova chiesa dei Minori. In tale circostanza egli vide in mezzo al coro della chiesa è vicino al corpo di Bonaventura una pisside, nella quale era una lingua d’uomo che tutti dicevano appartenesse a Bonaventura, e che era intatta e non corrotta, come di uomo defunto e sepolto da poco. E ciò, benché il corpo fosse completamente disfatto. La cosa aveva destato in lui e negli altri grandi ammirazione, e tutti attribuivano al fatto il carattere di miracolo. Più tardi sentì dire che detta lingua era stata rubata da un frate dell'Ordine dei Minori. Ha appreso da diverse persone che Bonaventura, dopo la sua morte, ha operato molti miracoli.
6) GIOVANNI DE SOLIER, maniscalco, povero, di anni 60: ha udito da parecchie persone, alcune delle quali, secondo quanto asserivano, avevano constatato con i propri occhi il prodigio che nel momento della traslazione del corpo dalla vecchia alla nuova chiesa dei Minori, la lingua di Bonaventura fu veduta intatta e non corrotta. Circa tre anni fa il teste soffrì di una malattia nella tibia sinistra, con evidenti sintomi di cancrena, per cui, martoriato da un continuo dolore e non potendo di conseguenza lavorare, ne dormire, ne aver pace, chiedeva che la gamba gli venisse senz'altro amputata, certo che ormai non sarebbe più guarito. Era già in letto da quattro mesi senza avere un minuto di requie e si raccomandava umilmente al Signore e alla beata Vergine Maria perché si degnassero suggerirgli in qual modo avrebbe potuto riacquistare la sanità. Ed ecco che, all'improvviso, quasi per rivelazione Divina gli venne in mente di consacrare se stesso al beato Bonaventura, invocando la di lui intercessione. Mandò perciò la propria moglie a deporre sulla tomba di Bonaventura una tibia di cera e immediatamente si sentì alquanto sollevato. Scomparso il dolore, poté riposare e dormire. Cominciò da quell'istante a migliorare e finalmente guarito del tutto. Convinto di dovere la grazia al beato Bonaventura, ne visita spesso il sepolcro e si raccomanda devotamente al Beato.
Ha udito che molti malati di gotta e di altri infermità ricorrono al sepolcro di Bonaventura ed ottengono per intercessione del beato la guarigione.
7) GIOVANNI NOYER, «natarius» mendicante, zoppo, camminante con due bastoni, di anni 57: circa quaranta anni fa, allorché il corpo di Bonaventura fu trasferito dall'una all'altra chiesa dei Minori, il teste fu personalmente presente al rito e vide la bocca del beato fresca e incorrotta e parimenti i capelli del capo intatti. Non gli fu possibile vedere la lingua per la grande affluenza di gente intorno alla salma. Il padre del teste, mentre viveva, faceva il Molinaro e possedeva un molino sulle rive del Rodano. Durante una inondazione Il mulino restò completamente sommerso dalle acque e il padre del teste disperato per la temuta sua rovina, corse alla chiesa dei Minori e devotamente supplicò il beato Bonaventura perché, con la sua intercessione, gli ottenesse la grazia di evitarli tanta sciagura. Tornato sul posto constatò che il mulino, abbandonato dalle acque, era intatto.
Il teste, che per ben diciassette anni dovete tenere il letto senza potersi muovere, esattamente due anni e tre mesi or sono fu colpito da nuova infermità, sulla cui natura non sa dare spiegazioni. Seguendo il consiglio di sua moglie mandò questa a portate nel luogo delle oblazioni, presso il sepolcro di Bonaventura, la sua camicia piena di avena. Ciò fatto si sentì subito sollevato e durante quattro settimane migliorò continuamente finché la sua malattia scomparve del tutto.
Certi Jamno e Caterina de Lespinè gli hanno confidato di essere stati liberati dalle loro infermità, dopo aver pregato Bonaventura.
8) DIONISO DE FORESTA, mercante, di anni 60: cinque o sei anni or sono, si ammalò agli occhi, sicché non vedeva più bene. Recatosi presso la tomba di Bonaventura ed invocata la intercessione del Beato, si sentì subito meglio e guarì completamente da quell'istante. Adesso, per devozione e gratitudine, visita spesso la tomba.
9) GIOVANNI ADNISSE, cappellaio, di anni 43: a tempo suo, ma mentre era assente da Lione, fu traslato il corpo di Bonaventura dalla vecchia alla nuova chiesa dei Minori. Molti gli hanno riferito che il giorno della traslazione, videro la lingua entro la testa posta in un bacile («in uno disco») sull'altare della Cappella di San Lodovico nella chiesa dei Minori, e che nello stesso giorno la lingua fu estratta dal capo. Ignora dove la lingua sia stata riposta, però circa due anni fa, mentre si celebrava nel convento dei Minori il capitolo Provinciale dell'Ordine ed egli personalmente si trovava nella anzidetta chiesa, in presenza di due o tre monaci del monastero di Lione, udì affermare dal figlio del nominato Bidellon Tonellerey che la lingua non era custodita nel convento e che egli sapeva dove si trovava. Interrogato in proposito rispose che era posseduta dalla madre del signor Francesco Buclety, dottore in leggi e che egli l'aveva veduta poco tempo prima nelle mani di detta signora.
Il teste dichiara che un suo figlio di anni 15 fu colpito, circa sei anni or sono da grave infermità, che gli impediva di camminare e di compiere qualsiasi lavoro. In tale stato rimase per otto mesi. Un veggente interpellato disse al teste che, per opera dei medici, il malato non avrebbe mai potuto guarire e che solo una grazia Divina avrebbe potuto salvarlo. Egli raccomandò allora il figliolo al beato Bonaventura, iniziando una novena. Al sesto giorno il malato cominciò a migliorare e al termine della novena era completamente guarito.
Mentre aveva luogo la ricordata novena, un altro figliolo del teste di anni 2 fu colpito da paralisi, restando totalmente impedito in una metà del corpo. Il teste si raccomandò di nuovo devotamente a Bonaventura, facendo il voto di una novena. Entro tre ore dall'istante in cui aveva fatto la preghiera e la promessa, e mentre il figlio maggiore si era recato nella chiesa per adempiere il voto, il malato fu completamente restituito alla sanità.
Un certo «tonellerius» di Lione di cui ignora il nome (si tratta del marito della teste N. 30) era gravemente infermo per essere stato investito da una botte piena di vino e le cure dei medici non gli giovavano affatto. Per suggerimento del teste si raccomandò Bonaventura facendo un voto. Più tardi il teste vide sopra il sepolcro di Bonaventura i bastoni con i quali l'infortunato si sosteneva per muoversi quando era infermo.
Infine, narra della guarigione per intercessione di Bonaventura di una donna «de piscaria lugdunensis» di cui ignora il nome, colpita da infermità agli occhi e al viso («infirmitas in oculis et perturbatio in visu»).
10) CLAUDIO COMPERE «espinolerius», di anni 60: fu presente alla traslazione, circa trenta anni or sono, e vide nella cassa di legno scoperchiata le ossa e il capo. Nella bocca era la lingua rosea, fresca e intatta, che fu veduta dal teste e dalle numerose persone presenti. Circa i miracoli di Bonaventura, sa che molti infermi si recano a pregare presso il sepolcro del beato ed ottengono la sanità.
11) FRANCESCO DAVENZER mendicante zoppo e deambulante con due bastoni, di anni 40: fu presente assieme a moltissimi altri alla traslazione, avvenuta circa trenta anni fa. Interrogato sui motivi della traslazione, spiega che l'antica chiesa dei Minori stava andando in rovina e, poiché Bonaventura era considerato un Santo, i frati non vollero abbandonare il suo corpo nel tempio crollante, e perciò in modo onorifico, processionalmente, con fiaccole e candele accese, lo trasportarono nella loro nuova chiesa, seguiti da una folla di popolo. Circa otto anni fa, la madre del teste si ammalò gravemente («infirmitate equilencie») essendole stata portata alla Santa Comunione, la donna aggravatasi, non riuscì a rendersi conto dell'atto che stava per compiere e perciò non poteva accostarsi al Sacramento. Il teste, spinto da un sentimento di devozione, si recò presso il sepolcro di Bonaventura, supplicando il Beato perché gli ottenesse la grazia per l’inferma. Il giorno seguente, accortosi che sua madre stava meglio, il teste le fece portare di nuovo la Santa Comunione, che la donna ricevette con fervore e con piena coscienza. Non avendo avuto figli durante i primi due anni di matrimonio, il teste pregò devotamente il Signore, la Beata Maria madre di Lui, il beato Francesco e Bonaventura, facendo voto che se avesse avuto un figlio maschio, lo avrebbe ascritto all'Ordine dei Minori. In seguito ebbe successivamente quattro figlie. Attribuisce la grazia ricevuta alle preci e ai meriti di Bonaventura.
Interrogato se gli risulti che altre persone ricorrono al sepolcro di Bonaventura per ottenere la guarigione dei loro mali, risponde affermativamente, spiega che molti Infermi di gotta e di altre malattie fanno offerta di candele e sono esauditi nelle loro invocazioni, e cita il caso di certo GIOVANNI «lathorius» che fu liberato dalle febbri, dopo essersi recato presso il sepolcro.
12) Frate BENEDETTO DE ULMO, religioso dell'Ordine di Sant'Antonio e procuratore del convento di Sant'Antonio al Lione, di anni 40: non fu presente alla traslazione perché In quell'epoca era assente da Lione. È a conoscenza delle grazie ottenute da infermi che ricorrono alla intercessione di Bonaventura.
Due o tre anni fa, il teste smarrì un «terrearium» cioè un registro in cui sono descritti i censi e i crediti del suo convento. Dopo aver fatto invano diligenti ricerche, promise di portare un cero sulla tomba di Bonaventura se avesse ritrovato l'importante registro. Lo ritrovò dopo circa tre mesi e sciolse il suo voto.
13) RICCARDO RYDAN, bracciante, di anni 60, residente a Lione da circa dieci anni: circa tre anni fa si trova presente mentre una certa signora vedova del defunto Giovanni Formondy, narrava a un frate Minore che essa stessa, il giorno della traslazione, aveva veduto la lingua e la bocca di Bonaventura rosee, integre e non corrotte. Circa due anni or sono sua moglie, trovandosi in stato interessante, si era gravemente ammalata, sicché dubitava che il nascituro potesse essere battezzato in tempo. Il test prego Iddio, la Beata Maria e Bonaventura ed offrì anche un cero. Subito dopo nacque una bambina che morì poco dopo, non prima però di ricevere il santo battesimo.
Una volta, avendo perduto un attrezzo del suo lavoro, prego Bonaventura e portò sulla sua tomba una candela. Subito dopo qualcuno lo informò che una persona aveva ritrovato l’attrezzo e l’aveva appeso davanti all'immagine della Beata Maria. Altra volta perdette il suo orologio, pregò, fece la sua offerta come sopra e subito ritrovò l’oggetto smarrito sull'altare maggiore della chiesa di sant'Aniceto, nella quale lo stesso giorno lo aveva perduto nel fare la Santa Comunione.
Ha appreso da una donna che, essendosi ammalato con febbri un suo figlio, fece voto di porre una lampada davanti al sepolcro di Bonaventura se l'infermo fosse guarito. Recata la lampada, che il teste stesso vide ardere sopra il sepolcro, il malato guarì.
14) GIOVANNI LANCELLOT, bracciante, di anni 30: ha udito dalla vedova di Giovanni Formondi (già ricordata dal precedente teste) e da un uomo di cui ignora il nome che, presente alla traslazione, videro la bocca di Bonaventura rossa e bella. Circa quattro anni or sono, il teste fu assalito da febbri e avendo saputo che molta gente conveniva presso il sepolcro di Bonaventura ed otteneva, per intercessione del beato, la guarigione, fece voto di offrire tre candele di cera e una lampada piena di olio. All'indomani si recò nella chiesa dei Minori e sciolse il suo voto. Tornato a casa le febbri ripresero a tormentarlo. Bevve allora un bicchiere di aceto, fu preso da conati di vomito e le febbri lo abbandonarono definitivamente.
Poco tempo dopo anche il padre del teste, ammalatosi di gotta, ricorse per suggerimento del figlio, alla intercessione di Bonaventura recandosi a pregare presso il sepolcro. Subito si sentì sollevato e da quel momento migliorò di giorno in giorno, sicché, recandosi presso il sepolcro per adempiere al voto fatto, poté lasciare qui il bastone col quale si aiutava a camminare.
Il suo vicino di casa Antonio Cathelan, ammalatosi con febbri, fece voto di portare alla tomba di Bonaventura una lampada piena d'olio che lo stesso teste gli vendette. Il malato, dopo aver sciolto la sua promessa, guarì.
15) GUITTO DE BLETERNAY, tessitore, di anni 36: circa cinque anni or sono fu colpito da una infermità che sembrava al teste un principio di paralisi, ed invano ricorse all'ausilio dei medici e dei medicamenti. Infine supplico devotamente il Signore, la Beata Vergine e Bonaventura perché fosse liberato dalla sua infermità, promettendo al Beato che, in caso di guarigione, avrebbe osservato ogni anno la sua festa, anche recitandolo l’Officio completo, qualora la Chiesa lo avesse canonizzato. Per tre giorni consecutivi visitò la tomba, recando offerte di candele. Entro gli otto giorni seguenti si trovò completamente guarito e non ebbe più attacchi del male che lo aveva colpito.
Pure in altre circostanze invocò la intercessione di Bonaventura riportò sempre grandi consolazioni. E sa che molte altre persone hanno ritratto grande giovamento nelle loro sventure, dopo essersi raccomandate al Beato.
16) GIOVANNETTA GORNELLE, moglie di Ugonino Francesco Codureri, di anni 50: circa un anno fa, ammalatasi di gotta, fece una novena presso il sepolcro di Bonaventura, offrendo ogni giorno una candela e raccomandandosi alle preghiere del Beato. Entro la quindicina seguente si trovò completamente guarita.
Molte persone le hanno confidato di avere ottenuto grande sollievo alle loro infermità, dopo aver fatto ricorso all'intercessione di Bonaventura.
17) MARGHERITA, vedova del defunto Giovanni Petit (o Finet), tessitore, di anni 54: fu presente alla traslazione e vide l'abito di panno, non consunto di Bonaventura, ma non vide il capo, la bocca e la lingua. Interrogata se il giorno della traslazione Bonaventura fece qualche miracolo, dice di ignorarlo, perché v’era grande folla e la traslazione veniva effettuata professionalmente, con ceri e luminarie. Circa sette anni or sono, durante una corsa di cavalli entro la città di Lione, un cavallo passando vicino alla teste le proiettò contro un occhio un po' di fango, arrecandole un fortissimo dolore ed impedendole di vedere coll’occhio stesso. Dopo aver pregato il Signore, la Beata Vergine e il beato Bonaventura, si trovò immediatamente e completamente guarita.
Un anno fa la teste cadde da un solaio riportato la frattura di ossa, per cui, gravemente inferma, tenne il letto per cinque settimane. Ricordando il beneficio ottenuto nella precedente circostanza per intercessione di Bonaventura, inviò una giovane che dimorava con lei al sepolcro del Beato, con l'offerta di una candela. Ritornata la giovane e saputo da lei che aveva eseguito quanto le aveva ordinato, l'inferma provò ad alzarsi dal letto. Ciò le riuscissi felicemente e da quell'istante cominciò a migliorare. Benché ancora non possa dirsi completamente guarita, ha riportato un grande sollievo al suo stato e può andare in giro per la città aiutandosi con un bastone.
18) MARGHERITA, moglie di Benedetto Garim (o Garini) «carpentatoris», di anni 35: un anno fa suo figlio fu dovuto operare di ernia. Le sue condizioni apparvero subito allarmanti e si disperava di poterlo strappare alla morte. Rammentando che tanti fermi ricorrevano al sepolcro di Bonaventura ed erano esauditi, la teste raccomandò devotamente il figlio al Beato, iniziando una novena. Il giorno in cui la novena fu terminata, la donna torno a casa e trovo il figlio del tutto guarito. Crede fermamente che la grazia le sia stata concessa per intercessione di Bonaventura.
19) CATERINA DE BAULME, vedova di Pietro Pouchonis, di anni 60: fu presente alla traslazione del corpo di Bonaventura circa trenta anni fa. Vide la sommità del capo ma non poté vedere la bocca e la lingua, a causa della grande folla convenuta nella chiesa per la solenne processione. Molte persone dichiararono di aver veduto la lingua sana, integra e non corrotta, e che ciò si era verificato perché Bonaventura, quando era in vita, aveva tenuto bellissimi sacri sermoni, predicando devotamente il verbo del Signore. Circa quattro anni fa, la teste cadde in una grave infermità, per cui dovete tenere il letto per sette mesi, non sperando più di scampare alla morte. Alcuni suoi servitori la raccomandarono a Bonaventura e subito comincio a migliorare. Ella stessa, consigliata da suoi procuratori, pregò devotamente il Beato, fece un voto e si accorse subito di essere assistita dall'aiuto di Dio e di Bonaventura. A poco a poco, anche i dolori che accompagnavano la sua infermità vennero a cessare e, nello spazio di due mesi, poté considerarsi completamente guarita. Da allora, ogni volta che si reca nella chiesa dei Minori, suole pregare presso il sepolcro del Beato.
Non ignora le grazie che tanti altri infermi hanno ottenuto per intercessione di Bonaventura.
20) PERRENETA, moglie di Claudio Posalis, (o Poialis) Codurerij, di anni 27: sua madre, presente alla traslazione, le ha narrato di aver veduto in quella circostanza la lingua intatta del Beato. Dieci anni fa, la teste fu assalita da una malattia alle tibie, in conseguenza della quale per due o tre giorni della settimana non poteva occuparsi delle sue faccende. Durante il periodo della sua infermità contrasse matrimonio. Circa un mese dopo le nozze, per suggerimenti alcuni suoi vicini, rivolse le sue preci a Bonaventura. Incominciata una novena avvertì subito un miglioramento nel suo stato e, al termine della novena stessa, poté considerarsi perfettamente guarita.
Immediata guarigione ottenne pure una sua sorella portante il suo stesso nome (forse la teste N. 22) che si era ammalata con febbri e per la cui guarigione la teste stessa aveva fatto una novena presso il sepolcro del beato.
Sa di molte altre guarigioni operate dal Signore per intercessione di Bonaventura.
21) MARCO DE FERRARIS, dottore medicina, di anni 36: sa che nella circostanza della traslazione fu veduta da molti la lingua del Beato intatta, come se fosse una lingua viva. Ha udito riferire da Guittone Gauterii «drapperius curie lugdunensis», ed anche dalla di lui moglie, che il giorno della traslazione mentre la gente tornava dalla chiesa e narrava di aver veduto la lingua intatta, per cui riteneva che Bonaventura fosse un Santo, essi avendo in casa una persona inferma alla quale le cure dei medici non arrecavano alcun giovamento, la raccomandarono con voto al Beato. L'infermo riacquistò immediatamente la sanità.
Ha inteso dire da molti che nella stessa giornata della traslazione, altri miracoli si verificarono, ma ignora di quali miracoli si trattasse e quali persone ne furono beneficiate.
Circa tre anni fa egli, come medico, aveva in cura il signor De Buizellis «miles» colpito da febbri continue e pestilenziali, ma non nutriva alcuna speranza di poterlo guarire con i mezzi di cui dispone la medicina, tanto che una volta, dopo averlo visitato, ebbe la certezza che durante la notte sarebbe deceduto. Il malato, per suggerimento del suo confessore, si raccomandò a mezzo della moglie e delle sue figlie al beato Bonaventura e immediatamente cominciò a sentirsi meglio. Al teste, che la mattina dopo andò a visitarlo quasi certo di trovarlo morto, il miracolato confidò che durante la notte, mentre la moglie e le figlie supplicavano per lui il beato Bonaventura, si era sentito improvvisamente sollevato. Il malato riacquistò la completa sanità ed il teste condivide pienamente l'opinione del guarito, cioè questi soltanto per le preci ed i meriti di Bonaventura scampò a sicura morte.
22) PERRENETA, moglie di Lorenzo Jacopo Numerii, di anni 36: non fu presente alla traslazione ma intese dire che in quella circostanza, il Vescovo prese per sé come reliquia una scapola del Beato. Circa un anno fa una sua figlia di anni cinque cadde in una grave infermità che, dopo averla tormentata per tre o quattro giorni, la ridusse in condizioni tali che la teste e suo marito avevano perduto ogni speranza di strapparla alla morte. Durante la notte, per suggerimento altrui, il padre la raccomandò devotissimamente al beato Bonaventura, e la mattina seguente si recò nella chiesa dei Minori e continuò le sue preghiere. Tornato a casa trovò la figlia assai migliorata ed ormai fuori pericolo, tanto che nella stessa giornata cominciò a camminare.
Circa un anno e mezzo fa la teste si ammalò in modo così grave che, ricevuti santi sacramenti, si attendeva di dover morire da un momento all'altro. Invece, per grazia di Dio, comincio a migliorare. Allora il marito le disse che non appena avesse potuto camminare, avrebbe dovuto recarsi nella chiesa dei Minori per rendere grazie al beato Bonaventura, alla cui intercessione i due coniugi attribuivano tanto la guarigione della teste stessa quanto quella della figlia.
Rammenta infine la guarigione di altri infermi operata da Bonaventura, e in particolare quella di un figlio è di una figlia di un certo Giovanni Bacherii, liberati dalle febbri dopo aver fatto dire una novena.
23) Fr. GIULIANO MARCHOTI, dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino, professore in sacra teologia e inquisitore della Santa fede presso il reverendissimo arcivescovo di Lione, di anni 50: intese dire ciò che del resto di pubblica fama, che Bonaventura fu un uomo di grande devozione e religioso dell'Ordine dei Minori e che entrò nell'Ordine stesso a seguito di un miracolo sperimentato in se medesimo, già che mentre era ancora secolare, fu colpito da grave infermità dalla quale si trovò liberato per le preci del beato Francesco. Ha inteso pure dire da molti, anche durante pubblici sermoni ascoltati a Parigi, che mentre viveva Bonaventura era comunemente denominato «dottore devoto e serafico». Non fu presente alla traslazione ma ha inteso dire che la lingua di Bonaventura fu trovata integra e non corrotta e che ciò era attribuito a miracolo, come egli stesso a miracolo attribuisce. Ha inteso altresì parlare di un certo miracolo fatto da Bonaventura, mentre era in vita, ma non sa dire di quel miracolo si trattasse.
Non conosce particolari prodigi operati dal Beato dopo la sua morte, ma sa che molti infermi ricorrono alla intercessione di Bonaventura presso il suo sepolcro, ed ottengono copiose grazie.
24) MICHELETTA, moglie di Pereneto Bernisset «carpentatoris», povera, di anni 36 o circa: ebbe successivamente tre figli, i quali colpiti tutti e tre entro i primi sei mesi di vita, da una malattia di cui ignora la natura decedettero. Le nacque in seguito una figlia che all'età di otto mesi fu assalita dallo stesso male del quale erano morte le prime tre creature, sicché vedendo la bimba in gravi condizioni, temeva per essa la stessa sorte degli altri figli.
Sapendo che certo Jacopo Patesserius nonché la figlia di Nicola Le Lieure, sua vicina di casa, erano stati liberati dalle febbri che li tormentavano, dopo aver fatto una novena al beato Bonaventura la teste, piena di speranza e di fiducia, fece voto di una novena presso la tomba del Beato per impetrare la guarigione della figlia. Fatta la novena la bimba, che tuttora vive, immediatamente guarì.
Ha inteso dire che una donna di nome Jaqueta (la teste N. 41) in sospetto di essere lebbrosa ed evitata da molti per l'insolito rossore che aveva sul volto, si raccomandò devotamente al beato Bonaventura e fece una novena. Il rossore del volto scomparve e subentrò la piena guarigione.
25) SIMONA, vedova del defunto Giovanni Regenij, di anni 35: non fu presente alla traslazione ma intese dire più volte da persone intervenute a quel rito, che la lingua di Bonaventura fu trovata e veduta sana e incorrotta, come se la salma fosse stata sepolta da poco tempo. Circa i miracoli di Bonaventura in vita, ha inteso dire da una vecchia signora, chiamata «la Parisote» e da altre persone che, mentre Bonaventura viveva, una donna partorì un bambino che da tutti fu giudicato come nato morto. Chiamato, Bonaventura accorse e, supplicato come un Santo perché venisse in aiuto dei desolati genitori e dell'infante, fece il segno della croce e si allontanò. Subito apparvero i sintomi della vita nel bambino che tuttavia, dopo aver ricevuto il battesimo, morì alla distanza di tre ore.
Circa quattro anni fa, la teste stessa fu Colpita da paralisi della quale soffrì per tre mesi e, infine, dové tenere il letto per cinque settimane senza potersi assolutamente muovere. Un certo Giovanni, servo di suo marito, mosso a pietà dal suo stato la consacrò al beato Bonaventura, facendo per essa una novena. Terminata questa la teste si trovò immediatamente guarita.
Ha inteso dire che molti si recano presso il sepolcro di Bonaventura e ritraggono grande sollievo ai loro malanni.
26) GIOVANNA, moglie di Pietro Pivati, bracciante, di anni 20: ha inteso parlare da molti del ritrovamento della lingua Integra, fresca e non corrotta, in occasione della traslazione. Circa due mesi fa, essendo prossima al parto, la teste fu tormentata per due notti e un giorno senza poter dare alla luce la sua creatura. Per suggerimento delle donne che la assistevano, si raccomandò a Dio e al beato Bonaventura, promettendo che se l'infante avesse potuto ricevere il santo battesimo, lo avrebbe fatto condurre al sepolcro del Beato. Nello spazio di tre ore dopo il voto, il parto avvenne felicemente, il bambino che tuttora vive, fu battezzato e, quando poté levarsi dal letto, la teste e mantenne la promessa conducendo il neonato presso il sepolcro per rendere grazie al Beato, alla cui intercessione è convinta di dovere la liberazione dal pericolo corso da lei e dal bimbo.
Sa che tanta gente ricorre nelle sue afflizioni al sepolcro di Bonaventura e ottiene grandi sollievi.
27) STEFANETTA DE ECCLESIA, vedova di Giovanni Di Michele, di anni 47: circa trenta anni fa, quando era fanciulla fu presente alla traslazione, vide le ossa del corpo di Bonaventura ma non il capo e la lingua, per la gran folla che era in chiesa. In quella circostanza consegnò ad una sua vicina certe orazioni che aveva, pregandola di toccare con esse le ossa del Beato, spinta a far ciò da un sentimento di devozione. Circa cinque anni or sono subì un infortunio, avendo ricevuto l'urto di un pezzo di legno proprio vicino all'occhio, per cui rimase menomata nella vista. Aveva in precedenza inteso dire che un fanciullo suo vicino di casa, colpito da grave infermità ai piedi che lo costringeva a camminare con le grucce, si era recato presso il sepolcro di Bonaventura e quivi aveva ottenuto il miracolo della guarigione, tanto che, lasciate le grucce presso il sepolcro, aveva fatto ritorno a casa perfettamente liberato dal suo malanno. Fiduciosa che la grazia avrebbe potuto essere concessa anche a lei, si raccomandò con fervore al Beato, promettendo la sua perenne devozione e l'offerta di due occhi di cera. Emesso il voto notò in se un notevole miglioramento, che continuò nei giorni seguenti e, nel termine di quindici giorni, dopo aver ultimato una novena, poté constatare di essere perfettamente guarita. Della grazia ottenuta non parlò con nessuno. Qualche tempo dopo si trovò presente al sermone tenuto da un predicatore venuto dall'Italia, il quale sollecitava coloro che avevano ricevuto grazie da Bonaventura a renderle note. La teste esitava in cuor suo se dovesse attribuire la grazia al Signore e alla gloriosa sua Madre oppure all'intercessione del Beato. Le accade allora di ricadere nello stesso male, dal quale si credeva guarita. Corse subito presso il sepolcro di Bonaventura ed umilmente invocò dal Beato la guarigione.
Nello spazio di due giorni ogni suo disturbo scomparve del tutto e la teste non nutre più dubbi di avere la grazia alle preci ed ai meriti di Bonaventura, allo stesso modo che tanti altri infermi, concittadini e forestieri, che si recano presso la tomba del Beato, debbono a questi il sollievo che ritraggono per i loro mali.
28) GIOVANNI CHEMAL, scrivano della Curia secolare di Lione, di anni 56: non fu presente alla traslazione ma ha inteso dire da alcune donne, sue vicine di casa e da altri, che in quella circostanza fu veduta la lingua del Beato sana e non corrotta. Due anni or sono era voce pubblica nella città di Lione che una straniera, sofferente di una malattia alle gambe con gonfiore, si era recata presso il sepolcro di Bonaventura e, dopo essersi raccomandata al Beato ad aver fatto una novena, era tornata a casa perfettamente guarita.
Robineta, moglie di certo Cariusicis o Bocherij, e la di lei figlia vicina di casa del teste, essendoci ammalate con febbre gli acquistarono immediatamente la sanità dopo essersi recati a pregare presso la tomba del Beato.
Lo stesso teste ammalatosi alle gambe e ai piedi, che gli si erano fortemente gonfiati, ricorse all’intercessione di Bonaventura, promettendo di offrire una gamba di tela piena di avena e di recitare una novena. Appena emesso il voto, benché non potesse ancora camminare liberamente, si sentì alquanto meglio. sicché aiutandosi con due bastoni si recò nella chiesa dei Minori. Nello spazio di due mesi non gli restò più traccia della malattia. Ha preso l'abitudine di raccomandarsi in ogni contingenza della sua vita a Dio e al beato Bonaventura, al quale ultimo gli è noto che tanta gente ricorre senza essere delusa.
29) CLAUDIA, moglie del mercante Giovanni Paillien (o Palieu), di anni 30: tre mesi fa venne colpita da infermità agli occhi e, consigliata da una sua vicina, si recò presso il sepolcro di Bonaventura a recitare una novena al cui termine, con l'aiuto di Dio e della Beata Maria Vergine e per intercessione del Beato, si trovò completamente guarita.
30) GIOVANETTA, moglie di Pietro Millet (o Millieti), pescatore e mercante, anni 26: ha inteso dire da molti che al momento della traslazione la lingua di Bonaventura fu trovata e veduta integra e incorrotta, e che il prodigio si era verificato perché Bonaventura in vita fu uomo veritiero e sempre, predicando e parlando, si espresse con verità. Circa cinque anni or sono, il suo primo marito, ora defunto, di nome Guittone Murget, mentre trasportava in cantina una botte piena di vino, inciampò e fu investito con violenza dal pesante fusto, per cui infermatosi gravemente per cinque settimane, non poté in alcun modo reggersi in piedi. Informato da un conoscente circa le grazie che i malati ottenevano presso il sepolcro di Bonaventura, si consacrò devotamente al Beato inviando la moglie, cioè la teste, a cominciare una novena nella chiesa dei Minori, promettendo che se prima della fine della novena avesse potuto muoversi, sarebbe andato lui stesso a terminarla. La teste, recatasi nella chiesa, fece la sua oblazione come è d’uso, e raccomandò con fervore suo marito al Beato. tornata a casa trovo che l'infermo si era levato di letto, muoveva da se alcuni passi, cosa che per lo innanzi non poteva assolutamente fare, e dichiarava di sentirsi alquanto meglio. La teste per ordine del marito continuò la novena e, prima questa fosse terminata, l’infermo, aiutandosi con due bastoni, si recò anch’gli nella chiesa e, dopo aver pregato, avvertì un tale miglioramento che lasciati i bastoni presso il sepolcro tornò a casa guarito senza più avvertire in seguito alcun disturbo (vedere anche la deposizione del teste N. 9).
La moglie di suo fratello, di nome Maria, cadde circa due anni fa per le scale di casa fratturandosi un braccio e una spalla. Per suggerimento della loro madre, il fratello della teste fece voto di una novena presso il sepolcro di Bonaventura, e la infortunata, come ella stessa soleva raccontare, recatasi nella chiesa dei Minori per sciogliere il voto, avvertì uno straordinario dolore («mirabilis dolor») tanto il braccio che alla spalla e subito dopo si sentì completamente guarita.
Sa che al sepolcro di Bonaventura ricorrono i sofferenti e ritraggono grandi sollievi.
31) PIETRO DAVIDIS, rivenditore, di anni 70: fu presente alla traslazione e assieme ai moltissimi altri intervenuti vide la lingua entro la bocca, fresca come quella di un vivente e tutti dicevano che il prodigio era dovuto alla santità di Bonaventura. Moltissime persone e il teste stesso, per la grande devozione che nutrono per Bonaventura, si recano presso il di lui sepolcro, offendo anche candele e ritraggono sollievo alle loro tribolazioni.
Personalmente ha riportato grande beneficio dalle sue preci al Beato, nei periodi di attacco della gotta di cui era solito soffrire.
32) GIOVANETTA, vedova del defunto Claudio Regis e, presentemente moglie di Guittone Gaucherij, mercante, di anni 40: sa, per averlo sentito dire, che il giorno della traslazione la lingua di Bonaventura fu vista rosa e intatta e che ciò si era verificato perché Bonaventura in vita fu un santo uomo. Sua madre di nome Gonda, si ammalò una volta tanto gravemente che le dovettero essere somministrati tutti i sacramenti. La teste, che allora era una fanciulla di circa dieci o undici anni, per consiglio e decisione di parenti e di amici, i quali opinavano che sarebbero state più accette a Dio ed al Beato le preghiere di una innocente, raccomandò con voto la propria madre della cui salvezza ormai si disperava, al Beato Bonaventura nella chiesa dei Minori. Appena sciolto il voto, l’inferma entrò in convalescenza, guarì e visse ancora parecchi anni. In segno di riconoscenza la miracolata portò una immagine di cera sopra il sepolcro, dove rimase a lungo. Fu convinzione di tutti, della teste, dell'inferma e dei loro amici e parenti, che la guarigione fosse dovuta esclusivamente alle preci ed ai meriti del Beato.
33) Frate GUINETTO GERMANI, Domenicano del convento di Lione, professore di sacra teologia, di anni 50: ha inteso più volte dire, ciò che si legge del resto anche in un'antica cronaca posseduta dai Minori di Lione (evidentemente il libro del Pisano), che Bonaventura entrò nell'ordine Francescano a seguito della guarigione ottenuta per intercessione del beato Francesco, allorché era stato colpito da grave infermità. Ricorda che nella stessa antica cronaca si legge come, essendosi Bonaventura astenuto per diverso tempo dal celebrare la Santa Messa, perché nella sua umiltà si riteneva indegno, una volta mentre ascoltava devotamente la Santa Messa celebrata da un altro sacerdote, una delle parti dell'ostia già spezzata entrò nella sua bocca senza che il celebrante se ne avvedesse. Ha udito predicare ed affermare spessissimo da certo Frate Giovanni Tacotj, Domenicano e maestro in sacra teologia, che Bonaventura compì grandi miracoli in vita è in morte e che, quando era in vita, non passava mai davanti ad una immagine della Beata Maria Vergine, senza salutarla con la frase «Ave Maria». Per questo e per avere egli predicato con tanta efficacia il verbo Divino, il Signore lo ritenne degno di conservargli la lingua Integra e sana anche dopo la morte.
Gli è annoto che moltissimi ricorrono, nelle loro sofferenze, al sepolcro di Bonaventura e ritraggono grandi sollievi ai loro mali.
34) GIOVANNI TURREL, sarto, di anni 33: ha appreso da Jaqueta De pomo, sua maestra, che nella circostanza della traslazione fu veduta la lingua di Bonaventura sana ed integra, come se il corpo fosse stato sepolto da poco tempo. Circa sei anni or sono, detta sua maestra cadde in una certa infermità, per cui era divenuta rossa in viso e presentava altri segni caratteristici della lebbra. Ritenuta da molti lebbrosa era come tale tenuta lontano e schivata. Dopo circa sei mesi da che soffriva di siffatta infermità, avendo appreso che tante persone ottenevano grazie da Bonaventura, ricorrendo alla sua intercessione si raccomandò con grande fervore al Beato. Come ella stessa soleva raccontare, subito avvertì un miglioramento, cui fece seguito poco dopo la completa guarigione. Ha pure inteso dire che un frate Minore, venuto da Roma e sofferente di gotta, visitò Il sepolcro e, liberato dal malanno, offri in ricordo della grazia ottenuta, una immagine di cera che, secondo le dichiarazioni del teste, è tuttora visibile presso il sepolcro.
35) IANA, vedova di Pietro Robin e moglie, in seconde nozze, di Andrea Vite, di anni 30: quattro anni fa, la vigilia della festa del Corpus Domini, mentre era a servizio in casa di Simone Columbier e stava facendo il pane, fu presa da uno svenimento, cade in terra come è morta e in quello stato rimase per circa due ore. Visto che il disturbo non accennava a passare, la padrona di casa chiamò una sua figliola di anni dodici e, poiché la sapeva innocente, la invitò a fare il voto di una novena a favore dell'inferma presso il sepolcro di Bonaventura, ed essa stessa, inginocchiatasi emise lo stesso voto. Immediatamente la teste si sentì guarita e fece essa stessa la novena, convinta di dover e la grazia all'aiuto di Dio e del beato Bonaventura.
36) IACOTINO DAVILLIER, «chausseterius», di anni 60: ha saputo da molte persone degne di fede e indubbiamente veritiere, che nella circostanza della traslazione fu veduta la lingua di Bonaventura sana ed integra, come quella di un vivente. Circa quattro anni or sono, il teste fu assalito da febbri insistenti e cadde in tale stato di infermità che, per cinque o sei giorni, non poté mangiare, né bere e né dormire. Finalmente si raccomandò alla Beata Maria, una cui immagine si venera nella chiesa di San Giovanni, ed al beato Bonaventura, il cui corpo è custodito nella chiesa dei Minori, promettendo di recarsi nelle due chiese e di fare offerte. Detta la preghiera ed espresso il voto, constatò di essere completamente guarito. È convinto di dovere la guarigione alla intercessione di Bonaventura, e dichiara che ricorrerà al Beato in ogni altra contingenza della sua vita, ma confessa candidamente che non ha ancora portato le offerte, pure assicurando che ha intenzione di mantenere la promessa.
37) CLAUDIO POLETI, «codurerius», di anni 36: certo Tommaso Gauterius, suo vicino di casa, che fu presente assieme a moltissimi altri alla traslazione, gli ha riferito di aver veduto il capo e il naso ma non la lingua di Bonaventura. Dal giorno dell'ultima festa del beato Giovanni Battista in poi soffrì molto con una malattia agli occhi che gli procurava impedimento alla vista. Sperimentò molti medicamenti, senza trarne giovamento. Da otto giorni in qua, spinto da un sentimento di devozione, si è raccomandato con fervore al beato Bonaventura, promettendo che nel giorno della purificazione della Beata Maria, che ricorse ieri, avrebbe incominciato una novena. Afferma che da ieri avverte un sensibile miglioramento e lo attribuisce ai meriti del Beato.
Gli è noto che molti malati di febbre ottengono la guarigione presso il sepolcro di Bonaventura.
38) PIETRO DE PANIE, detto De Romedi, «electus regius» della città di Lione, di anni 35: udì affermare da molti, ed il teste è certo che dicessero la verità che, il giorno della traslazione videro la lingua di Bonaventura integra e rosa, come se il corpo fosse stato sepolto da poco tempo. Ha appreso dai frati del convento dei Minori che un loro confratello, normanno di nazione, il quale risiedeva nel loro convento, essendo stato assalito da febbri, riacquistò immediatamente la sanità dopo essersi raccomandato con fervore al beato Bonaventura. In seguito a ciò recò presso il sepolcro del Beato una immagine di cera, che qui rimase per molto tempo. Il teste ha personalmente veduto presso l'anzidetto sepolcro, parecchi bastoni o grucce, nonché immagini di cera lasciati ed offerti da infermi prodigiosamente guariti.
39) ANTONIO MONTANIG, «magister lathomus et juratus» della città di Lione, di anni 70: il giorno della traslazione egli, in qualità di «lathomus» era di servizio nella chiesa dei Minori e fece preparare dai suoi dipendenti il sepolcro nel quale fu riposto il corpo di Bonaventura. Vide il capo e le ossa ma non ricorda di aver veduto la lingua, benché udì affermare da molte persone che avevano veduta la lingua in ottimo stato di conservazione («pulcra»). Circa sei anni fa una sua vicina, moglie di un certo Jaqueto, e perciò chiamata Jaqueta, si era ammalata di un morbo che a causa del rossore che l'inferma aveva sul volto, era ritenuto lebbra. Seppe da alcune donne del vicinato che la detta Jaqueta si trovò guarita dopo essersi raccomandata beato Bonaventura. Ignora se la guarigione fu immediata o avvenne dopo un certo tempo, ma dichiara che egli vide Jaqueta dopo circa un anno completamente guarita.
Sa che molti infermi ricorrono, non invano, all'intercessione di Bonaventura, ed ha veduto sopra il sepolcro del Beato parecchie grucce lasciate da coloro che furono guariti dalla gotta. Egli stesso che soffre di quest'ultimo male si è raccomandato più volte al Beato e ne ha ritratto grande giovamento.
40) PIETRO DI ENRICO, «sellerius», di anni 59: fu presente assieme a molti altri alla traslazione e vide la lingua di Bonaventura, bella, rosa e intatta, come se la salma fosse stata sepolta da poco tempo. Vide pure che un certo frate Giovanni Bertheti, allora guardiano del convento dei Minori, estrasse la lingua dalla bocca di Bonaventura e la mostrò ai presenti che ammirati, spiegavano il prodigio col fatto che Bonaventura era un Santo e gli era stata conservata integra la lingua in memoria della sua santità. Il teste ha in casa, come donna di servizio, una certa Margherita, la quale asserisce che essendosi una volta ammalata, anche con forti febbri («infirma de febribus et malo calido et gravi infirmitate tenetur»), consigliata da una sua vicina, espresse il voto di visitare il sepolcro di Bonaventura e si fece anzi condurre, senz'altro, presso il sepolcro stesso. Immediatamente si trovò guarita (si tratta forse della teste N. 42). Circa quattro mesi or sono, egli personalmente, fu colpito da grave infermità accompagnata da febbri («incurrit infirmitatem febrium et alias infirmitates graves»), per cui dovette tenere il letto per tre mesi continui. La di lui moglie, disperando della sua guarigione, lo raccomandò al beato Bonaventura, promettendo di fare una novena. Recatasi poi nella chiesa dei Minori, fece celebrare una Santa Messa presso il sepolcro e, tornata a casa, trovò il marito che levatosi dal letto, camminava per la camera. Da quell'istante il teste cominciò a migliorare fino a guarire completamente. Ricorda infine di avere ottenuto da Bonaventura anche la guarigione di un bimbo lattante, e dichiara di essere a conoscenza delle numerose grazie che i sofferenti ottengono presso il sepolcro del Beato.
41) GIOVANNETTA, vedova del defunto Jacopo Botaut quondam Codurerij, di anni 72: circa ventisette anni fa, alla presenza di suo marito che la informò dell'avvenimento, e di moltissimi altri, fu traslato il corpo di Bonaventura dalla vecchia alla nuova chiesa dei Minori. Poco tempo dopo la traslazione un certo frate Giovanni Bertheti, allora guardiano del convento dei Minori, predicando pubblicamente nell’anzidetto convento, presenti la teste e molte altre persone, mostrò sopra una mano una lingua di uomo e spiegò che si trattava della lingua di Bonaventura. La lingua sembrò alla teste in perfetto stato di conservazione (vedere anche la deposizione del teste N. 40). Circa quattordici anni or sono, di notte, la teste si sentì male e la mattina dopo si trovò con il volto accalorato e rosso. Le caddero anche le sopracciglia ed apparvero sul suo viso altri segni, per cui ebbe l'impressione di essere stata colpita dalla lebbra. Convinta anzi di ciò, chiese al marito che le permettesse di essere ricoverata in un lebbrosario. Atterrito dal pensiero di una decisione in tal senso, il marito non volle aderire al desiderio dell'inferma e le consigliò di fare un voto e di compiere una visita alla Beata Madre di Dio Maria nella chiesa di S. Aniceto, raccomandandosi fervidamente alla di lei intercessione. La teste seguì il suggerimento e subito si sentì a quanto sollevata. Dopo otto giorni, ricordandosi della traslazione del corpo del beato Bonaventura ed avendo udito che molti ricorrevano al sepolcro di lui, si raccomandò devotissimamente al Beato, ne visitò la tomba e fece una novena. Immediatamente il miglioramento si accentuò. Tornarono a crescerle le sopracciglia, scomparvero dal suo volto il rossore gli altri segni del male, e la teste, per i meriti della beatissima Vergine Maria e del beato Bonaventura, poté considerarsi in breve completamente guarita.
Circa dieci anni or sono, un suo servo di nome Giovanni, essendosi ammalato, riacquistò la sanità, dopo aver ricorso, dietro suggerimento della teste, alla intercessione di Bonaventura. (La teste è evidentemente la stessa persona Jaqueta, vedova di Jaqueto cioè Jacopo, intorno alla cui guarigione deposero i testi N. 24, N. 34 e N. 39).
42) MARGHERITA, moglie di Giovanni De Bauls, di anni 22: circa quattro anni or sono cade in una grave infermità, che la ridusse in condizioni di sfinimento e la costrinse a tenere il letto per cinque settimane. Per suggerimento di un suo vicino di casa, si raccomandò devotamente al beato Bonaventura e, facendosi accompagnare da due persone e aiutandosi con due stampelle, con grande difficoltà si trascinò fino alla chiesa dei Minori. Ivi giunta, fu presa da un gran pianto al pensiero che nel ritorno avrebbe dovuto soffrire, e forse più intensamente, la pena e la difficoltà con cui aveva compiuto il tragitto. Iniziata la preghiera, avvertì poco dopo in se l'aiuto del Signore, riuscì a levarsi in piedi e constatò di essere completamente guarita. Lasciate le stampelle presso il sepolcro, assieme a sua madre e agli altri, ma senza che alcuno la aiutasse, tornò a casa. Allorché avverte qualche sintomo della stessa infermità, si reca a pregare presso il sepolcro ed immediatamente i suoi disturbi scompaiono.
43) Maestro STEFANO COILLETI, regio notaio, di anni 75: sa che molte persone, per la devozione nutrita verso il Beato, si recano a pregare presso il suo sepolcro e ritraggono grande sollievo alle loro infermità e ai loro affanni.
44) CLAUDIO LAIVER, mercante, di anni 40: Seppe da sua moglie che una loro vicina di nome Giovanna (la teste N. 26), moglie di Pietro Pivati, essendo in procinto di partorire e prolungandosi insolitamente il parto, si raccomandò al beato Bonaventura e subito dette felicemente alla luce una creatura.
Ha inteso parlare da diverse persone dei grandi miracoli di Bonaventura.
45) ROBINETO BENEDETTO DE LA SOSSAYE, tintore, di anni 35: ha inteso dire da una distinta vecchia signora che al momento della traslazione, essa aveva venduto la bocca o la lingua (il teste non ricorda bene) di Bonaventura, che era bella e rosea. E poiché in seguito vide sopra il sepolcro di Bonaventura immagini di cera, stampelle ed altre offerte, ed apprese che quando era in vita Bonaventura scrisse ed insegnò cose verissime intorno alla passione di Nostro Signor Gesù Cristo, il teste prese l'abitudine di recarsi ogni venerdì presso l'anzidetto sepolcro e di raccomandarsi al Beato; ed ha deciso di far questo finché vivrà, essendo persuaso di aver trovato in Bonaventura un buon patrono ed un sicuro soccorso in ogni contingenza. Gli è noto che una certa signora di Alta Riva nel Delfinato, gottosa e podagrosa, si trovò subito alquanto sollevata nella sua infermità dopo che, per suggerimento del teste, si raccomandò devotamente a Bonaventura e mandò presso il sepolcro, a mezzo dello stesso teste, una oblazione.
46) GIOVANNI DRUILLATI o DRILLATI, di anni 60: intese riferire da persone degne di fede che, nel momento della traslazione, videro la lingua di Bonaventura sana ed integra, come se non appartenesse ad un morto. Ha conosciuto nel convento dei Minori un frate dello stesso ordine, Normanno di nazione e proveniente da Roma, il quale ammalatosi gravemente, era costretto da molto tempo a tenere il letto, disperando della guarigione. Per consiglio di qualcuno si raccomandò umilmente a Bonaventura e fece portare sul di lui sepolcro una immagine di cera. Subito si trovò guarito. Il frate stesso disse al teste che egli attribuiva la sua sanità alle preghiere di Bonaventura (si tratta evidentemente dello stesso frate intorno alla cui ragione deposero i testi N. 34 e N. 38).
Ha udito parlare da molti altri delle grazie elargite dal Beato, e sa che i graziati in segno di testimonianza, recano presso il sepolcro immagini e oblazioni. Egli stesso ha l'abitudine di recarsi spesso a pregare davanti alla tomba.
47) Maestro PAOLO DE SALA, baccelliere in medicina, di anni 40: circa tre anni or sono, si recò un giorno al monastero di Isola Barbara, per la devozione che nutre per Nostra Signora qui venerata. Al ritorno prese una sudatura è una infreddatura e si ammalò. In seguito, mangiò qualcosa di poco adatto, ebbe una polmonite e si aggravò talmente che, chiamato un sacerdote, volle ricevere i santi sacramenti. Fortemente impensierito per il suo stato e temendo di morire, si raccomandò al beato Bonaventura, promettendo di fare una novena. Mandò infatti oblazioni alla chiesa dei Minori, per mezzo di una incaricata, che iniziò la novena. Subito dopo il teste cominciò a star meglio, tanto che alla fine della novena, visitò personalmente Il sepolcro completamente guarito. Udì dal suo ospite Giovanni Drillati (il teste N.46) e da molti altri che, dopo aver ricorso al sepolcro predetto, si trovarono liberati dalla gotta ed altre infermità.
48) Frate UMBERTO DE COSTA, dell'Ordine dei Carmelitani, professore di sacra teologia, di anni 65: or non è molto, gli è stato raccontato da certo Bertrando «illuminator» che una sua vicina di casa, essendo stata colpita da febbri e non trovando alcun rimedio al suo male, si raccomandò a Bonaventura e immediatamente guarì. Il detto Bertrando asseriva di avere avuto notizia di ciò dalla stessa donna, la quale era certa di dovere la grazia ottenuta alle preci e all'intercessione di Bonaventura.
Sa di altri infermi prodigiosamente guariti dopo aver pregato presso il sepolcro del Beato.
49) Maestro PIETRO SORNERY o FORNERY, licenziato in leggi, di anni 60: in gioventù per decisione di suo padre, ha iniziato gli studi della grammatica e della logica nel convento dei Minori di Lione, sotto la guida di certo frate Giovanni Crapilleti, e sempre intese parlare dai Frati ed altre persone della santità e della dottrina di Bonaventura. Spesso vide portare candele al sepolcro del Beato, da parte di donne che confidavano nella intercessione di Bonaventura.
50) NICOLA PAVIS o PANIS, dottore nelle arti e in medicina, di anni 38: ha inteso dire che la regina di Francia e S. Tommaso d'Aquino videro una volta Bonaventura sollevato da terra, mentre era in contemplazione ai piedi del Crocifisso. Di tale avvenimento è tradizione nelle regioni della Gallia. Ha inteso dire da un cittadino di Lione che, in occasione della traslazione, fu trovata e vista la lingua di Bonaventura integra e rosea.
51) ANTONIO PISI, licenziato nell'uno e nell'altro diritto, «miles» nella chiesa maggiore di Lione, di anni 40: una volta si recò a Viterbo e quivi gli fu indicata la località chiamata Bagnoregio, nella quale si diceva che era nato Bonaventura. Altra volta a Parigi, udì narrare pubblicamente da un predicatore, durante un sermone su S. Tommaso d'Aquino, che mentre questo Santo trovavasi nella sua cella per comporre l'Officio del Corpus Domini, Bonaventura sopraggiunse con altri scolari per sottoporre al Santo una certa questione. Avvicinatosi da solo alla porta, attraverso uno spiraglio di questa vide S. Tommaso che scriveva e lo Spirito Santo in forma di colomba, avente il becco nella bocca del Santo, quasi per suggerirgli ciò che questi doveva scrivere. Tornato presso gli altri, Bonaventura disse «andiamocene, perché dove lavora lo Spirito Santo, invano lavoriamo noi». Dopo avere rivelato ai compagni quanto aveva veduto, fece in pezzi davanti ai compagni stessi un papiro che aveva in mano e nel quale aveva scritto sullo stesso argomento che teneva occupato S. Tommaso, invitando i presenti a non divulgare che egli aveva compiuto quell’atto per il fatto di essersi accorto che lo Spirito Santo guidava la mano di S. Tommaso. Una volta, a Parigi, durante una disputa alla quale partecipavano, assieme al teste molti maestri in teologia e baccellieri, sorse il quesito se Bonaventura dovesse essere considerato Beato. Tutti furono del parere che tale attributo gli competesse, ed un famoso maestro in teologia, nominato Berengario, presente alla disputa, affermò pubblicamente che Bonaventura poteva essere detto senz'altro Beato, attestandolo il fatto che la sua lingua, che egli asseriva di aver veduto a Lione, era stata ritrovata integra, sana e rosea, come se non appartenesse ad un defunto. Ha veduto presso il sepolcro di Bonaventura lampade, candele, immagini di cera e grucce, lasciate da infermi in segno di devozione e di recuperata sanità. Egli stesso, dopo aver ritrovato un suo orologio, abbandonato nella chiesa dei Minori e considerato perduto, fece riprodurre e portò presso la tomba del Beato un modello in cera del recuperato oggetto.
52) Padre GUGLIELMO THURINI, dell'Ordine dei Domenicani, dottore in sacra teologia, Vescovo gerusalemitano, di anni 35: accenna in modo alquanto impreciso all'incarico affidato a Tommaso d'Aquino ed a Bonaventura di scrivere l'Officio del Corpus Domini. Su altre questioni relative al Beato Bonaventura si riporta completamente a quanto ha letto in un certo libro (certamente la cronaca di Bartolomeo Pisano), che proprio ieri i frati del convento dei Minori di Lione gli hanno mostrato.
53) COLMETA, moglie di Nicola Chuqueti (o Cuchueti), di anni 20: ha inteso dire da molti che in occasione della traslazione del corpo di Bonaventura, fu vista la lingua fresca e integra, come se il corpo stesso fosse stato seppellito da poco tempo. Due o tre anni or sono, un certo Pietro, figlio di Giovanni Adnisse, zoppo di ambedue le gambe, tanto che doveva camminare sorreggendosi con le stampelle, si trovò completamente guarito, dopo essersi raccomandato a Bonaventura e dopo che i suoi parenti ebbero fatto una novena presso la tomba del Beato. Ha conosciuto il ragazzo quando era zoppo e lo ha rivenduto dopo la guarigione sicché è convinta che questa fu ottenuta per intercessione di Bonaventura (vedere la deposizione del teste N. 9).
Essendo incinta del quarto figlio e soffrendo di flusso sanguigno e di altri disturbi, la teste supplicò il Signore, la Beata Maria e il beato Bonaventura, perché le fosse concesso di poter battezzare il nascituro. Venne finalmente alla luce una bambina, che ricevette il santo battesimo. La teste si dice convinta che il felice esito del parto fu dovuto alle preci e ai meriti di Bonaventura.
Ha inteso dire da molti che, quando le creature di recente nate sembrano morte, i parenti le portano presso il sepolcro di Bonaventura e che le stesse creature appariscono vive e possono essere battezzate, dopo che i frati hanno cantato il Salve Regina. Ha veduto davanti al Sepolcro le offerte dei miracolati, come grucce, ceri ed altri oggetti, e tal vista l’ha spinta alla devozione per il Beato.
54) GIOVANNI ROZZETI, «apothecarius», di anni 55: quattro o cinque anni or sono, suo figlio Giovanni cadde in una certa infermità, per la quale si gonfiò in tutto il corpo e si aggravò talmente che non si sperava più di poterlo strappare alla morte. Dietro suggerimento di una donna, il teste raccomandò il figliolo ai santi Eutropio e Bonaventura, in onore dei quali fece anche una novena. Aggravandosi sempre di più lo stato dell'infermo, la moglie del teste si recò presso il sepolcro di Bonaventura, facendovi celebrare una S. Messa, mentre il teste si recò nella chiesa dei Domenicani e pregò nella cappella intitolata alla Beata Maria della Consolazione. Al ritorno il teste si incontrò con la moglie che, a sua volta, faceva ritorno dal sepolcro di Bonaventura. Entrati insieme a casa trovarono il figlio completamente guarito. Il teste attribuisce la grazia alla intercessione dei santi Eutropio e Bonaventura.
Attribuisce altresì alla intercessione della Vergine e del beato Bonaventura, ai quali si era devotamente raccomandato, la guarigione della propria moglie che, essendo incinta era caduta e si era talmente infermata, da lasciar dubitare della salvezza del nascituro. Ha veduto molti oggetti offerti presso la tomba di Bonaventura, ed egli stesso vi ha portato due immagini di cera.
Dal: https://www.academia.edu/43069279/S._Bonaventura_da_Bagnoregio_-_Miracoli