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LA SALVEZZA SI APPOGGIA ALLA STORIA.
Una lettura teologica del libro di J. Ratzinger, San Bonaventura, 2008.
di Gianluigi Pasquale OFM Cap
È ritonato in libreria, dopo lunga assenza, San Bonaventura. La teologia della
storia, Edizioni Porziuncola, Assisi (PG) 2008, una delle opere fondamentali di Joseph
Ratzinger-Benedetto XVI1. Il giovane studioso2 si accostò al Dottore Serafico su
invito del suo maestro Gothlieb Söhngen (1892-1971) con l’intento di dare un contributo
chiarificatore a un vivace dibattito della teologia del suo tempo. Nell’incontro
tra il pensiero riformato della prima metà del Novecento e il pensiero scolastico pre-
1 JOSEPH RATZINGER, San Bonaventura. La teologia della storia. Edizione italiana a cura di MAURO
LETTERIO, traduzione di MARCELLA MONTELATRICI (“Viator” 4), Edizioni Porziuncola, Assisi (PG)
2008. ISBN 978-88-270-0613-9. Cm 23,5x17. Pp. 253 [d’ora in poi SB; = indica il rimando
all’originale] che è: J. RATZINGER, Die Geschichtstheologie des heiligen Bonaventura, München –
Zürich 1959. Si tratta della Habilitationsschrift scritta per accedere all’insegnamento a Monaco di
Baviera. Le recensioni al libro si possono trovare collezionate in: H. HÖFL, Bibliographie Kardinal
Joseph Ratzinger, in W. BAIER – S.O. HORN – V. PFNÜR, ed., Weisheit Gottes – Weisheit der Welt,
Festschrift Joseph Kardinal Ratzinger zum 60. Geburtstag, II, EOS Verlag, St. Ottilien 1987, pp.
1*-77*, qui p. 3*.
2 Joseph Ratzinger è nato a Marktl, una piccola cittadina nel sud della Baviera nel 1927. Dopo le
scuole superiori a Salisburgo, ha studiato teologia a Freising, dove aveva anticamente sede il vescovado
di Monaco, città, quest’ultima, in cui ha frequentato anche l’Università. Ordinato sacerdote nel
1951, ha ottenuto il dottorato in teologia nel 1953 e ha, quindi, conseguito la libera docenza nel
1957, dal 1958 espletata presso le Università di Freising, Bonn, Münster, Tübingen e Regensburg.
L’incontro a Bonn con il Cardinale Alfrink gli permise di partecipare come suo consigliere ai lavori
del Concilio Vaticano II. Nel 1977 è stato eletto arcivescovo di Monaco di Baviera e nominato Cardinale
da Paolo VI, mentre, nel 1981, Giovanni Paolo II lo chiamò a Roma in qualità di Prefetto
della Congregazione per la Dottrina della Fede. Fu elevato al soglio pontificio il 19 Aprile 2005 con
il nome di Papa Benedetto XVI. Ratzinger ha al suo attivo un’ingente produzione letteraria, soprattutto
se considerata alla luce degli incarichi ecclesiali a cui è stato chiamato, sia a servizio della
Chiesa locale di Monaco, come pure di quella universale. Lo scorso Ottobre 2008, grazie
all’intraprendenza dell’attuale vescovo di Regensburg, è uscito il primo volume dell’imponente
nuova serie JOSEPH RATZINGER, Gesammelte Schriften, GERHARD LUDWIG MÜLLER herausgeber, IXVI,
Herder, Freiburg im Breisgau 2008, il cui sedicesimo volume sarà completamente dedicato alla
completa sua «Bibliographie» con un opportuno «Gesamt-Register».
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valente in ambito cattolico emergeva una difficoltà che sembrava insormontabile: lì
dove i riformati, in particolare Karl Barth (1886-1968), sottolineavano il carattere di
evento della rivelazione che ogni volta pone il credente di fronte alla decisione di aderire,
la tradizione cattolica presentava un pensiero metafisico, statico e ben definito,
che sembrava prescindere dal carattere ogni volta personale dell’atto di fede. La soluzione
verso la quale propendevano alcuni studiosi anche cattolici era quella
dell’abbandono della metafisica, della deellenizzazione che sembrava antitetica rispetto
all’originale carattere semitico della fede3.
Nella Prefazione all’edizione italiana, e a quella americana4, Ratzinger già Cardinale
ha continuato a sottolineare l’attualità del tema trattato. All’epoca nel cassetto5
aveva ancora degli appunti per un’ulteriore messa a punto che speravamo di trovare
all’inizio della nuova edizione6. Non è stato evidentemente possibile.
3 Cf G. PASQUALE, La base storico-salvifica della teologia della teologia nel Vaticano II. La «soluzione
ecumenica» tra pensiero protestante e cattolico, in C. APARICIO VALLS – C. DOTOLO – G.
PASQUALE, ed., Sapere teologico e unità della fede. Studi in onore del Prof. Jared Wicks, Editrice
Pontificia Università Gregoriana, Roma 2004, pp. 535-552.
4 Cf J. RATZINGER, The theology of history in St. Bonaventure, Franciscan Herald Press, Chicago
1971, dove, appunto, nell’importantissima Prefazione Ratzinger si spinge innanzi nella critica a
quel presunto allontanamento da parte della teologia cattolica dall’istanza metafisica dal Dio che
opera nel tempo e nella storia.
5 L’informazione mi fu trasmessa dall’allora Officiale della Segreteria di Stato Mons. Dr. Domprälat
Georg Gänswein ancora nel 1999, che mi onoro di avere come amico, e attuale Segreterio Personale
del Papa. Quegli appunti mi sarebbero serviti per un lavoro che stavo completando mentre ero
Assistente scientifico nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana (1999-2001).
Intesi, però, che l’allora Cardinal Ratzinger aveva ancora in spe il desiderio di pubblicarli, cosa che
mi è stata confermata dal sottitolo previsto nel secondo volume delle Gesammelte Schriften: Offenbarungsverständnis
und Geschichtstheologie Bonaventuras. Die ungekürzte Habilitationsschrift
und weitere Bonaventura-Studien.
6 Si tratta dell’ultima parte della Habilitationsschrift respinta da Michael Schmaus (1897-1994),
come ci ricorda lo stesso J. RAZTINGER, La mia vita. Ricordi (1927-1977), (Attualità e Storia 19),
Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1997, pp. 70-71: «A quel tempo nessuno di noi immaginava
quali nubi temporalesche si addensassero su di me. Gottlieb Söhngen aveva letto subito con
entusiasmo la mia tesi di abilitazione, citandola più volte anche a lezione. Il professor Schmaus, che
era il mio correlatore, a causa dei suoi numerosi impegni la lasciò da parte per un paio di mesi. […]
Nel corso del convegno di Königstein Schmaus mi chiamò per un breve colloquio, in cui in maniera
piuttosto fredda e senza alcuna emozione mi dichiarò che doveva ricusare il mio lavoro di abilitazione,
perché non rispondeva ai criteri di rigore scientifico richiesti per opere di quel genere. Aggiunse
che i particolari mi sarebbero stati resi noti dopo la decisione del consiglio di facoltà. Era
come se mi avesse colpito un fulmine a ciel sereno. Tutto un mondo minacciava di crollarmi addosso
».
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1. Sguardo retrospettivo alla teologia cattolica della storia
In San Bonaventura vi è espressa, innanzitutto, la ragione determinante che
spinse Ratzinger a questa singolare opera di ricerca, vale a dire il tentativo di offrire
una risposta al problema sorto dai contatti con la teologia protestante, ossia quello di
un ipotetico allontanamento dell’istanza metafisica dal Dio che opera nel tempo e
nella storia. A questo scopo, appariva all’Autore un soggetto naturalmente più adatto,
ancor più di Tommaso d’Aquino, il teologo francescano san Bonaventura7, assieme
alla profonda messa in discussione dell’immagine medievale della storia da parte di
Gioacchino da Fiore (1130-1202) e Francesco d’Assisi (1181-1226). Lo manifesta,
infatti, la stessa suddivisione del saggio, articolata in quattro grossi capitoli. In essi la
teologia della storia del Dottore Serafico, viene osservata da quattro angoli visuali: la
sua ricostruzione sulla base delle Collationes in Hexaëmeron di Bonaventura8, il con-
7 Cf SB, 13. Bonaventura nacque a Bagnoregio presso Viterbo nel 1217. Suo padre era probabilmente
medico. Da bambino guarì da una grave malattia grazie all’intercessione di San Francesco.
Di qui una grande venerazione verso il santo di Assisi e la decisione di entrare nell’Ordine da lui
fondato. Appassionato degli studi nel 1238, si recò a Parigi per portare a termine il suo percorso
formativo. Ottenne la Licenza in teologia e successivamente, dopo il 1250, fu nominato maestro di
teologia. Sembrava l’inizio di una brillante carriera di insegnamento ma, dopo pochi anni, nel 1257,
venne eletto ministro generale dell’Ordine francescano. Restò in carica fino al 1273 quando il Papa
Gregorio X lo nominò Cardinale. Come tale partecipò al concilio di Lione e svolse un ruolo nelle
trattative unionistiche con i Greci. Morì a Lione il 15 luglio 1274. All’apice del Medioevo, contemporaneo
di san Tommaso d’Aquino e come lui professore a Parigi, elaborò un pensiero caratterizzato
dalla fiducia nella tradizione. Legato a sant’Agostino, ne condivise il primato dell’amore,
l’immagine trinitaria riflessa nello spirito creato. Confluiva, poi, in lui la linea di pensiero avviata
da Dionigi l’Areopagita. Tra le sue letture vi erano Anselmo con la sua prova ontologica e ancor più
la teologia spirituale di san Bernardo. Questo patrimonio culturale-spirituale ruotava, tuttavia, intorno
al pensiero e alla vita francescana che è il punto sorgivo da cui trae origine e irradia la teologia e
la concezione della vita cristiana di Bonaventura.
8 Le Collationes in Hexaëmeron [Hex.] sono l’ultima opera composta da Bonaventura (Bagnoregio
1217-Lione 1274) un anno prima della sua morte e, pertanto, rimasta incompiuta: cf P. GLORIEUX,
Répertoire des Maîtres en Théologie de Paris au XIIIe siècle, Vrin, Paris 1933, p. 43; V.C. BIGI, La
teologia della storia in San Bonaventura, «Divus Thomas» 101 (1998) n. 2, pp. 78-83. Esse si riallacciano
alla tradizione esegetico-patristica di connettere le sei età del mondo ai sei giorni della
creazione, mediata in teologia della storia da Agostino d’Ippona (354-430) e, successivamente da
Rupertus von Deutz (1077-1135). Trattandosi di conferenze, il testo che noi conserviamo coincide
con la trascrizione fattane dai discepoli, per cui ora compare con il titolo di Illuminationes (ecclesiae),
ora come Collationes in Hexaëmeron. A ciò si aggiunga il suo carattere frammentario, dovuto
al fatto che il suo completamento venne interrotto dall’elezione a Cardinale di Bonaventura: cf Prolegomena
in quintum tomum, in BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Collationes in Hexaëmeron
[Hex.], in Opera omnia, V, Ad Claras Aquas (Florentiae) 1891, pp. XXXVIb-XXXVIIa; F. DE
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tenuto di speranza della salvezza ivi espresso, la sua collocazione storica e il rapporto
con l’aristotelismo come suo luogo filosofico ultimo di effettiva comprensibilità e interpretabilità.
1.1 Eziologia e nuova forma della teologia della storia in Bonaventura
L’ambito prospettico in cui si pone la concezione bonaventuriana della storia
dipende, leggendo questo libro di Ratzinger, da quella dell’abate calabrese Gioacchino
da Fiore, per il quale la conoscenza della storia si muove in un gioco di contrapposizione
tra Antico e Nuovo Testamento, decisamente rifiutata da Agostino9.
L’affermazione di Ratzinger appare qui non tanto un approccio di ordine meramente
storiografico, bensì una prospettiva ermeneutica per la teologia della storia di Bonaventura,
che non è rimasta aliena da alcune critiche10 e da altrettante discussioni11. Per
il momento e a livello preliminare, si può dire che tale approccio rappresenta anche
un colpo orientativo alla lettura delle Collationes in Hexaëmeron che guiderà Ratzinger
in tutto il suo libro. La teologia della storia in Bonaventura sarà per lui
un’interpretazione che il Dottore Serafico stesso farà della Scrittura, proprio perché,
LORME, S. Bonaventurae Collationes in Hexaëmeron et bonaventuriana quaedam selecta ad fidem
codd. mss., Ad Claras Aquas (Florentiae) 1934, pp. XIV-XVII; SB, p. 19= p. 17, nota 1. .
9 Cf J. RATZINGER, Volk und Haus Gottes in Augustins Lehre von der Kirche, K. Zink, München
1954, pp. 77-78; ID., Herkunft und Sinn der Civitas-Lehre Augustins. Begegnung und Auseinandersetzung
mit Wilhelm Kamlah, in F. CAYRE, ed., Augustinus Magister. Congrès International Augustinien
Paris 21-24 September 1954. II. Communications, Études Augustiniennes, Paris 1955, pp.
965-979, qui pp. 970-972. In ciò che si viene a dire, l’autore si riferisce all’opera di JOACHIM VON
FIORE, Concordia Novi ac Veteris Testamenti, Venedig 1519 [Unveränderter Nachdruch, Minerva,
Frankfurt am Main 1964], e a quella di AGOSTINO D’IPPONA, De civitate Dei, l. 18, c. 52, CChr.SL
47-48, ed. B. Dombart – A. Kalb, Brepols, Turnholti 1955, pp. 650-652; cf SB, pp. 20-22= pp. 13-
14.
10 Cf per esempio quella di H. STOEVESANDT, Die letzten Dinge in der Theologie Bonaventuras,
EVZ-Verlag, Zürich 1969, pp. 33-40; pp. 53-55, successivamente ripresa da P. MARANESI, Verbum
inspiratum. Chiave ermeneutica dell’Hexaëmeron di san Bonaventura, Istituto Storico dei Cappuccini,
Roma 1996, pp. 388-393.
11 Si riportano soltanto alcuni studi che hanno completato il lavoro di Ratzinger, perché riconosciuto
come assai valido: cf E. RIVERADE VENTOSA, Tre visiones de la historia Tre visiones de la historia:
Joachim de Fiore, San Bonaventura y Hegel. Estudio comparativo, in A. POMPEI, ed., San Bonaventura
maestro di vita francescana e di sapienza cristiana, Atti del Congresso Internazionale per il
VII Centenario di San Bonaventura da Bagnoregio (Roma 19-26 Settembre 1974), I, Collegio San
Bonaventura di Grottaferrata, Roma 1976, pp. 779-808, qui pp. 784-786; K. FLOSS, Bonaventura da
Bagnoregio und die Probleme der Geschichtlichkeit, in ibid., pp. 757-766, qui pp. 765-766; P.
BREZZI, La concezione della storia in San Bonaventura, «Doctor Seraphicus» 11(1964) pp. 39-54,
qui pp. 46-48; V.C. BIGI, La teologia della storia, pp. 71-72.
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nella contrapposizione tra Antico e Nuovo Testamento, la Scrittura allude al futuro,
ma la profezia di ciò che sarà può comprenderla solo chi conosce il passato12. La prima
conseguenza che ne deriva corrisponde, pertanto, anche alla nuova forma della
teologia della storia bonaventuriana, come scrive Ratzinger stesso:
Viene qui proposta una nuova speranza messianica interna al mondo ed interna alla storia;
viene inoltre messo in discussione il fatto che con Cristo sia già data la misura più alta
di una realizzazione che si compie dentro la storia e che la speranza escatologica continui
a poggiare soltanto su ciò che si trova al di là di ogni possibile storia. Bonaventura
crede in una salvezza che si realizza nella storia, entro i confini di questo tempo terreno13.
Secondo Ratzinger si tratta, insomma, di approfondire il metodo attraverso il quale
Bonaventura trasferisce nella sua teologia della storia le intuizioni gioachimite, specificando,
successivamente, il modo e il livello con cui queste esercitarono la loro influenza
sul Dottore Serafico e sulla teologia medievale in genere.
1.2 Il periodare della storia universale interpretato dalla combinazione dello schema settenario
doppio e di quello delle tre età del mondo
Il distanziamento da Agostino e la dipendenza da Gioacchino si può convenientemente
rintracciare, seguendo Ratzinger, nella scelta bonaventuriana dello
schema settenario doppio da lui elaborato, ossia lo schema della settimana cosmica
della durata del mondo14, in contrapposizione a quello settenario semplice del vescovo
12 Cf SB, pp. 19-20= pp. 11-12. Per Bonaventura, nella Sacra Scrittura vi sono tre aree di significato:
la «spiritualis intelligentia» (Hex. XIII, n. 2, p. 388), le «figures sacramenta-les» (Hex. XIV-XV,
pp. 392-402) e le «multiformes theoriae» (Hex. XIII, n. 2, p. 388). Le ultime due sono sottolineature
caratteristiche della sua lettura della Bibbia. Con la terza, in particolare, si ha il rispecchiarsi nella
Scrittura dei tempi futuri perché «le teorie traggono origine dall’osservazione del passato. La loro
definizione richiede la conoscenza della storia sacra passata, che costituisce la base indispensabile
per comprendere ciò che ancora è di là da venire»: V.C. BIGI, La teologia della storia, pp. 82-83.
13 SB, p. 34= p. 15.
14 È opportuno ricordare brevemente che l’espressione «schema settenario» si riferisce a idee tardoebraiche,
cristiano-antiche e addirittura filosofico-speculative che computavano in seimila anni la
durata della settimana cosmica. In questo modo, mentre per gli Ebrei il settimo giorno avrebbe rappresentato
l’eterno regno di Dio, per i cristiani l’inserimento del settimo giorno della risurrezione —
in quanto tempo di splendore — correva parallelamente al tormentato e faticoso sesto giorno. A
questi due uniti si aggiungeva, infine, l’ottavo giorno eterno, introdotto con la risurrezione e il giudizio;
cf SB, pp. 42-43= pp. 16-17. La stessa ermeneutica è attuata da S. OTTO, Die Denkform des
Joachim von Fiore und das Caput Damnamus des 4. Laterankonzils, «Münchener Theologische
Zeitschrift» 13 (1962), pp. 145-154, qui p. 153, dove scrive: «Geschichtstheologie und Trinitätstheologie
haben bei Joachim eine gemeinsame Wurzel: Das Wissen um den Bildcharakter der
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di Ippona: in quest’ultimo Cristo appare la fine dei tempi, in Bonaventura ne è il centro15.
Ora, lo schema settenario semplice o agostiniano divideva l’intera storia universale
nel succedersi di sette periodi, da Adamo fino alla fine dei tempi, e rimase in vigore
per quasi tutto il medioevo. Quello doppio sovrapponeva, invece, alla matrice
dello schema semplice la dialettica gioachimita tra i due Testamenti comportando per
il settimo giorno un periodo storico proprio, ossia uno stato assolutamente ultramondano16,
ma, ovviamente, pre-escatologico in quanto «spazio» di tempo («Zeitraum»).
Secondo Ratzinger, Bonaventura dipende da Gioacchino esattamente in questa
sovrapposizione: tra la storia dell’Antico e del Nuovo Testamento c’è corrispondenza
e se ne può evincere, pertanto, uno schema nuovo17. Si deve altresì precisare che tale
sovrapposizione comportava l’accettazione previa delle famose tre età del mondo
Schöpfung». Cf pure K.-H. SCHWARTE, Die Vorgeschichte, 260-290, e Hex. VX, n. 12; n. 18, p.
400.
15 Contro O. CULLMANN, Christus und die Zeit. Die urchristliche Zeit- und Geschichtsauffassung,
Evangelischer Verlag, Zollikon – Zürich, 19482, pp. 70-81, e H. CONZELMANN, Die Mitte der Zeit.
Studien zur Theologie des Lukas, Mohr, Tübingen 19624, pp. 172-188, Ratzinger non ritiene attribuibile
al cristianesimo della comunità primitiva l’idea di Cristo-centro-del-tempo come è intesa da
noi oggi e proveniente da Oscar Cullmann. «Il cristianesimo primitivo non ha mai inteso
l’avvenimento Cristo come “centro” ma sempre e soltanto come “pienezza”, cioè sostanzialmente
come “fine” dei tempi. […] Pertanto se si vuole lavorare con il concetto di “tempo centrale” già nel
Nuovo Testamento e al tempo dei Padri, si potrà allora vedervi tutt’al più una concezione del tempo
di Cristo quale tempo eccezionale e normativo, ma non già la concezione di esso come principio di
una nuova èra, idea allora non ancora esistente. Per ragioni di chiarezza sarebbe preferibile dunque
lasciar cadere il concetto di centro quando si tratta di esporre il modo in cui il Nuovo Testamento e i
Padri comprendevano la storia»: SB, p. 38, nota 62 = p. 18, nota 8. I corsivi sono nostri. Vi è pure
un secondo livello nella critica mossa da Ratzinger a Cullmann, vale a dire l’errata interpretazione
dell’eternità in quanto assenza dei confini del nostro tempo. Dopo aver distinto un tempo cosmico,
umano e storico (Geschichtszeit), così, infatti, egli scrive in J. KARDINAL RATZINGER, Das Ende der
Zeit, in T.R. PETERS – C. URBAN, ed., Ende der Zeit? Die Provocation der Rede von Gott. Dokumentation
einer Tagung mit Joseph Kardinal Ratzinger, Johann Baptist Metz, Jürgen Moltmann und
Eveline Goodman-Thau in Ahaus, Grünewald, Mainz 1999, pp. 77-93, qui p. 19: «Wenn ich da einem
christlichen Aristotelismus widerspreche, so widerspreche ich auch Oscar Cullmann, der in
verständlicher Reaktion auf Aristotelismus und Platonismus meinte, in der Bibel gehöre auch Gott
der Zeit zu, und nun alles gleichermaßen Zeit und Geschich-te nennt. Treffender scheint mir schon
der Vorschlag von Emil Brunner zu sein, Gottes Ewigkeit vom christlichen Gottesbild her nicht als
Zeitlosigkeit, sondern als Zeitmächtigkeit zu definieren». Il testo citato di riferimento si trova in E.
BRUNNER, Dogmatik. I. Die christliche Lehre von Gott, Zwingli Verlag, Zürich – Stuttgart 19603,
pp. 272-288. Cf pure J. RATZINGER, Ewigkeit, II. Theologisch, LThK2, III, Herder, Freiburg im
Breisgau 19692, pp. 1268-1270, qui p. 1269.
16 Cf SB, p. 46= pp. 19-20.
17 Cf SB, pp. 34-35= pp. 13-14.
p. 7
gioachimite, la terza delle quali — quella dello Spirito o del settimo giorno — rappresenta,
dunque, uno stato di salvezza di genere completamente nuovo18, nel quale si
avverano le grandi profezie di Ezechiele e di Isaia e in cui la redenzione si offre in
tutta la sua pienezza di senso19. Tuttavia, e proprio a questo livello, le Collationes in
Hexaëmeron non si riallacciano al discorso escatologico di Gesù. La stranezza di
questa «dimenticanza» può essere spiegata, secondo Ratzinger, solamente pensando
che l’apocalittica di tale discorso non concedesse alcun spazio al pensiero della grande
pace che ci sarebbe stata nel settimo giorno20.
Si è ormai compreso, quindi, come Ratzinger individui il nucleo della teologia
della storia bonaventuriana in quella sottile sezione che manca alla pace del giorno
settimo, caratteristica della città nuova. Ma quali sono allora, al di là
dell’assimilazione degli schemi del periodare storico, i vari collegamenti tra Gioacchino
e Bonaventura per la teologia della storia?
1.3 La dipendenza di Bonaventura da Gioacchino da Fiore
nella misura dei limiti consentiti
In primo luogo, va riconosciuto, secondo Ratzinger, che l’idea gioachimita di
un nuovo ordine futuro in cui la Chiesa contemplativa degli ultimi tempi, ossia della
terza età, deve trovare la sua vera e definitiva forma di esistenza, è fatta coincidere
dal francescano Bonaventura con l’Ordine nuovo fondato da Francesco d’Assisi21. A
questo si aggiunge l’elemento non secondario della stigmatizzazione a cui Francesco
18 Cf E. BENZ, Joachim-Studien. I. Die Kategorien der religiösen Geschichtsdeutung Joachims,
«Zeitschrit für Kirchengeschichte» 50 (1931), pp. 24-111, qui pp. 44-55.
19 Al settimo giorno nello schema settenario doppio corrisponde in Bonaventura il tempo attuale della
Chiesa: cf SB, p. 38= pp. 17-18. A conferma di questa tesi, il Dottore Serafico ricorrerebbe ad altri
due nuovi schemi «ausiliari» integrati in quello generale settenario doppio: si tratta delle serie
settenarie dell’Apocalisse e l’interpretazione tipologica della passione di Gesù, che raccontano entrambe
il corso della storia della Chiesa suddiviso in sette periodi. Per quanto riguarda la passione
di Gesù, Ratzinger scrive: «Come nella sofferenza di Gesù vi fu dapprima la luce, poi le tenebre e
infine di nuovo la luce, allo stesso modo, anche nel cammino di dolore del corpo mistico si deve
prevedere, nel sesto giorno, un’analoga alternanza»; SB, p. 72= p. 29.
20 Cf SB, p. 72= p. 29; pp. 121-123= pp. 57-58.
21 Cf SB, pp. 90-92= pp. 40-41. Per questa ragione, non è corretto parlare di un «millenarismo»
gioachimita, come osserva opportunamente Y.-D. GELINAS, L’Apocalypse au Moyen Âge, «Cahiers
Évangiles. Supplément» 112 (2000) n. 2, pp. 51-73, qui p. 64: «En aucune manière, Joachim n’a été
millénariste: il n’a jamais parlé d’un règne de mille ans, ni de la venue d’un nouveau Messie. Cependant
son style prophétique a gêné l’autorité ecclésiastique qui voyait mal quelle était la place de
l’Église et des sacrements, de toute l’économie de la grâce, en cet âge “spirituel” qu’annonçait
l’abbé calabrais».
p. 8
«angelus ascendens ab ortu solis» (Ez 9,4; Ap 7,2) era stato sottoposto, sorprendentemente
in coincidenza con la profezia dell’abate da Fiore, di per se stessa assolutamente
indipendente da quell’avvenimento22. Secondo tale profezia, l’apparizione
dell’angelo apocalittico23 che viene da Oriente e portante con sé il sigillo del Dio vivente,
sarebbe coincisa con l’inizio del nuovo ordine:
22 Eppure, secondo E. BENZ, Ecclesia spiritualis. Kirchenidee und Geschichtstheologie der franziskanischen
Reformation, Kohlhammer, Stuttgart 19642, p. 318 — citato da Ratzinger in uno di Benz
studio del 1934 — «diese Deutung wird geschichtlich näher begründet». Non bisogna dimenticare,
comunque, che per Gioacchino tali speculazioni non erano solamente mere profezie, ma venivano
dedotte dall’analisi fenomenologica in cui versava la Chiesa di quel tempo. Infatti, «Von da aus
kam ihm die Überzeugung, daß dies noch nicht die endgültige Form die Kirche Gottes auf Erden
sein könne und daß vor der Wiederkunft Christi, dem Ende der Welt, auf dieser Erde, in dieser Geschichte
noch ein neuer Schritt Gottes bevorstehen müsse. Er ersehnte eine Kirche, die wahrhaft dem
Neuen Testament und den Verheißungen der Propheten, der tiefsten Sehnsucht des Menschen überhaupt
entsprechen sollte. […] Von da aus wuchs seine neue Vision, in der er vom trinitarischen
Gottesbild her den Rhythmus der Geschichte zu deuten ver-suchte: Nach dem Reich des Vaters im
Alten Testament und dem Reich des Sohnes in der bisherigen hierarchischen Kirche werde etwa
von 1260 an ein drittes Reich, ein Reich des Heiligen Geistes, kommen, das ein Reich der Freiheit
und des universalen Friedens sein werde. Für Joachim waren solche Überlegungen mehr als bloße
Zukunfts-spekulationen, mit denen er sich über das Ungenügen der Gegenwart hinwegtröstete»: J.
RATZINGER, Der Gott Jesu Christi Betrachtungen über den Dreieinigen Gott, Kösel Verlag,
München 1976, p. 86; cf pure ID., Eschatologie. Tod und ewiges Leben, Pustet Verlag, Regensburg
1977, pp. 26-27, e H.U. VON BALTHASAR, Herrlichkeit. Eine theologische Ästhetik. II. Fächer der
Stile, Johannes Verlag, Einsiedeln 1962, pp. 276-284, per quanto concerne la riflessione bonaventuriana
sulla coincidenza tra l’impressione delle stigmate in Francesco d’Assisi, «dessen endzeitliche
Existenz in der Armut» (ibid., p. 284, con nostra sottolineatura) aveva provocato sia l’Ordine francescano,
sia le precedenti interpretazioni gioachimite.
23 Assieme a L. Tondelli e contro A. Dempf (1891-1982), anche Ratzinger è d’accordo che Gioacchino
«non ha mai posto all’inizio della terza età una riapparizione dell’“homo Christus”. Il corrispettivo
di Cristo, in cui si compie secondo modalità supe-riori ciò che nel Cristo è rappresentato,
Gioacchino non lo individua in una singola figura ma nel nuovo popolo di Dio del “novus ordo”;
un’idea che risulta assolutamente accettabile in virtù della superiorità, secondo la patristica, del
Xristo\j pneumatiko/j= la Chiesa, nei confronti del Xristo\j sarkiko/j storico»: SB, pp. 84-85= pp.
36-37, nota 40; cf anche J. RATZINGER, Eine deutsche Ausgabe der Franziskuslegende Bonaventuras,
«Wissenschaft und Weisheit» 26 (1963), pp. 87-93. Secondo A. DEMPF, Sacrum Imperium. Geschichts-
und Staatsphilosophie des Mittelalters und der politischen Renaissance, Oldenbourg,
München – Berlin 1929, p. 273, invece, «es mußte also auch eine Trias am Anfang des ersten Reiches
kommen, zwei Vorläufer und der neue homo Christus des johanneischen Evangeliums, der
neue homo des siebten Tages, auf den sich dann die ganze Fülle der Verheißungen des dritten Reiches
senken soll, der dux novus de Babylone, der neue Führer aus Babylon heraus, und zugleich
universalis pontifex novi Jerusalem». I corsivi sono nostri. Si noti — è importante che questa tesi —
di Raztinger era stata precedentemente esposta anche da E. BENZ, Die Geschichtstheologie der
p. 9
Abbracciando con lo sguardo la sorprendente combinazione dei singoli fattori, non può
più stupire che l’identificazione di Francesco con l’angelo dell’Apocalisse sia divenuta,
nella teologia della storia, un assioma di una certezza difficilmente contestabile. Anche
Bonaventura non poteva sottrarsi alla forza suggestiva di questo fatto; profezia apocalittica
e realtà concreta della vita di Francesco per lui sempre più si intrecciano a formare
un’unità indissolubile24.
Il terzo elemento di connessione riguarda la configurazione contemplativa della
Chiesa nel nuovo ordine, per la quale Gioacchino aveva predetto che si sarebbe osservato
il sermone della montagna di Mt 5 «sine glossa»25 — come prevedeva per
l’appunto la «Regola» di vita francescana, secondo l’interpretazione richiesta nel
«Testamento» di Francesco26 — e che per Bonaventura coincideva non tanto con una
comunità puramente spirituale di mistici, ma con un nuovo stato futuro di salvezza,
ovvero la comunità del settimo giorno che ha, dunque, una collocazione storica delimitata
in modo assolutamente preciso27. In quanto contemplativo, il nuovo ordine, i-
Franzischanerspiritualen des 13. und 14. Jahrhunderts nach neuen Quellen, «Zeitschrit für Kirchengeschichte
» 52 (1933), qui 90-121, qui pp. 92-99.
24 SB, pp. 84-85= pp. 36-37.
25 SB, p. 95= p. 42.
26 Cf FRANCISCI ASSISIENSIS, Testamentum 39, in E. MENESTO – S. BRUFANI, ed., Fontes Franciscani,
Edizioni Porziuncola-EFr, Assisi (PG) 1995, pp. 225-232, qui p. 231, e l’edizione critica di K.
ESSER, Die Opuscula des heiligen Franziskus von Assisi. Neue textkritische Edition, Grottaferrata
(Romae) 19892, p. 444.
27 Bonaventura non fu il solo, a livello storico, nel venire contagiato dalle predizioni gioachimite.
Osserva, infatti, giustamente J. RATZINGER, Der Gott Jesu Christi, p. 87: «Die Hoffnung, die Joachim
mit Berufung auf das endgültige Kommen des Heiligen Geistes ausgesprochen hat, hat seither
die Menschen nicht mehr ruhen lassen. Zuerst waren es die Franziskaner, die in ihrer Bewegung die
neue Kirche beginnen sahen. Aber in den Kämpfen, die gerade dieser Anspruch zwischen den verschiedenen
Flügeln des Ordens auslöste, verlor die Hoffnung ihren spirituellen Glanz». Dello stesso
avviso è I. BACKES, Heilsgeschichte in der Gotteslehre des heiligen Thomas von Aquin, «Trier
Theologische Zeitschrift» 72 (1963), pp. 23-38, qui pp. 24-33, e F. GARZON RAMIREZ, Milenarismo
joaquinista y su influencia en la naciente orden franciscana (hasta 1257), «Franciscanum» 39
(1997), pp. 37-61, qui pp. 51-57, il quale passa in rassegna tutti i Francescani «spirituali» che —
prima di Bonaventura — furono segnàti da deviazioni gioachimite. Questo non significa, tuttavia,
che l’Ordine francescano coincida con la comunità del giorno settimo. Piuttosto, se l’ordine futuro,
ultimo, corrisponderà ai Serafini e quello attuale è rappresentato dai Cherubini dediti alla «speculatio
» (Francescani e Domenicani, secondo Bonaventura), solo Francesco appartiene all’«ordo seraphicus
». Ne consegue che «in questo modo viene esplicitamente negata l’identità tra l’ordine francescano
già esistente e l’ordine escatologico di Francesco»: SB, pp. 110-111= p. 51; cf anche J.
RATZINGER, Eine deutsche Ausgabe, pp. 90-93; ID., Das neue Volk Gottes. Entwürfe zur Ekklesiologie,
Patmos Verlag, Düsseldorf 19702, pp. 51-52. L’ordine finale non sarà più, allora, di Cherubini,
bensì di Serafini; sarà, quindi, un ordine contemplativo, l’ordine del giorno ultimo: cf SB, p.
p. 10
noltre, sarebbe stato allo stesso tempo la comunità di una rivelazione ultima più profonda28,
concepita come il bene privilegiato della fine dei tempi29.
Attraverso questo confronto, quasi meticoloso, tra la profezia di Gioacchino da
Fiore e il modo di vita di Francesco d’Assisi a livello di teologia della storia, Ratzinger
è riuscito, così, a stabilire una convincente dimostrazione della possibilità per
Bonaventura di una salvezza intramondana, dentro la storia. La pace del settimo giorno
annunciata profeticamente, è resa come disponibile pre-escatologicamente anche
all’inizio della terza età, poiché attuata e ratificata nella sua possibilità dalla vita del
santo assisiense. Si può, allora, affermare che la dipendenza che il nostro Autore attribuisce
a Bonaventura nei confronti di Gioacchino si articola in quattro livelli30: me-
212= p. 156. A questo proposito, cf pure B. MCGINN, Visions of the End. Apocalyptic Traditions in
the Middle Ages, Columbia University Press, New York 1979, pp. 204-208, A. RODOLFI, Regno millenario
e fine del mondo nell’«Enchiridion super Apocalypsim» di Gioacchino da Fiore, «Medioevo
e Rinascimento» 11 (1997), pp. 1-24, qui pp. 7-12, A. DI MAIO, San Bonaventura e la teologia
francescana, in G. OCCHIPINTI, ed., Storia della teologia. II. Da Pietro Abelardo a Roberto Bellarmino,
Edizioni Dehoniane, Roma 1996, pp. 59-114, qui pp. 70-77, e G. PASQUALE, Opus historiae,
opus Trinitatis. La Trinità come liturgia divina d’amore nello scorrere del tempo, «Communio. Rivista
Internazionale di Teologia e Cultura» 28 (2000) n. 2, pp. 19-40.
28 Sotto questo profilo, Ratzinger intravede pure, in Bonaventura, una relazione e una configurazione
particolare dell’«esegesi francescana», per così dire, rispetto ad Agostino e a Dionigi
l’Areopagita (V-VI secolo ca.). Il primo, in quanto interprete auto-revole dell’allegoria, è il padre
della Chiesa del tempo contemporaneo a Bonaventura e del suo stato di rivelazione; il secondo è
principalmente legato a ciò che verrà e va unito a Francesco, il quale «costituisce una rappresentazione
anticipata del nuovo stato di rivelazione. Ciò che in lui risulta con evidenza è il superamento
del pensiero discorsivo dell’esegesi attuale a favore di una semplice comprensione interiore»: SB, p.
147-148= pp. 72-73. È chiaro che con l’attributo «attuale», l’Autore si riferisce all’esegesi del XIII
secolo: cf anche B. MCGINN, Visions of the End, pp. 130-133, e J.E. WANNENMACHER, De septem
sigillis: Exegese zwischen Tradition und Innovation, «Florensia» 12 (1998), pp. 7-18.
29 Cf SB, pp. 117= pp. 54-55, e p. 211= p. 156.
30 Ratzinger, a differenza di É. Gilson (1884-1978), è convinto che Bonaventura venne incontro a
Gioacchino «fino ai limiti del possibile; e se c’è uno dei grandi scola-stici che possa formare con
Gioacchino una coppia celeste, costui può essere senza dubbio solo Bonaventura»: SB pp. 60-61=
p. 35, nota 37. Secondo Gilson, invece, il Dottore Serafico, inizialmente contrario all’abate florense,
cambiò totalmente atteggiamento proprio sul piano della riflessione storica. In É. GILSON, La philosophie
de Saint Bonaventura, Vrin, Paris 1924, pp. 25-26, scrive: «En fait, nous ne pouvons douter
que saint Bonaventure n’ait été résolument hostile aux doctrines de Joachim, et rien n’interdit de
supposer qu’il ait exprimé son indignation de la façon la plus vive au cours du procès. Dès les
Commentaires sur les Sentences, il avait eu de dures paroles contre l’auteur de l’apocalypse nouvelle
et Joachim n’est manifestement à ses yeux qu’un ignorant qui se mêle de juger plus savant que
lui. Plus tard, lorsqu’il reprendra à son tour les problèmes de philosophie de l’histoire posés par
l’abbé de Flore, il les résoudra dans un sens tout different». Per É. GILSON, L’esprit de la philoso
p. 11
todologicamente si dice che essa concerne l’assunzione del doppio schema settenario
sovrapposto a quello semplice31; storicamente la dipendenza è dimostrata mediante la
convinzione di Bonaventura che le profezie gioachimite si siano avverate in Francesco32
e si elencano le rispettive connessioni; teologicamente vi è l’adozione di un
tempo salvifico interno alla storia e, dunque, di una condizione ancora mancante di
redenzione piena nella storia, come si è dimostrato33; analogamente, permane il me
phie médiévale, II, Vrin, Paris 1932, p. 273, nota 13, insomma, «prêcher un évangile du Saint Esprit,
c’était bouleverser complètement l’économie des âges du monde; saint Bonaventure s’oppose
directement à Joachim en affirmant qu’il n’y aura plus de nouvel Évangile après celui de Jésus-
Christ». Cf pure ID., Dante et la Philosophie, Vrin, Paris 1939, p. 267, e Hex. V, n. 16, p. 403.
31 È ciò che si può intuire da un’affermazione come questa: «Bonaventura ha confer-mato lo schema
settenario duplice di Gioacchino e lo ha elevato a punto focale della propria teologia della storia, al
posto dello schema settenario semplice di Agostino, che da esso deve essere tenuto assolutamente
distinto; […] infatti ci troviamo qui di fronte a una costruzione trinitaria della storia che, secondo il
modello di Gioacchino, concepisce la cadenza ternaria della storia in correlazione con il Padre, il
Figlio e lo Spirito»; SB, p. 139= p. 50. La sottolineatura è nostra. Cf anche J. RATZINGER, Recensione
Schachten, Winfried. Die Erkenntnis im Mitvollzug des Wortes nach Bonaventura, Freiburg-
München 1973, «Theologische Revue» 71 (1975), coll. 328-331.
32 Quest’altra affermazione sposta l’accento sul secondo livello: «Il confronto della vicenda di Francesco
con le predizioni di Gioacchino è ancor oggi per lo storico sufficientemente stupefacente da
fargli comprendere il gioioso stupore dei francescani che riconoscevano in questa coincidenza una
conferma sicura al fatto che l’opera di Francesco era per sua natura legata alla storia di salvezza. In
questo modo l’interpreta-zione progressiva della Scrittura da parte di Gioacchino riuscì a penetrare
anche nell’opera di Bonaventura»; SB, p. 165= p. 85, con nostra sottolineatura.
33 Ratzinger chiarisce, tuttavia, come vennero rifiutate almeno due idee di Gioacchino, «ovvero dei
gioachimiti francescani anteriori a Bonaventura: a) La limita-zione del Nuovo Testamento e del
tempo di Gesù alla seconda età. Il Nuovo Testamento è “testamentum aeternum”. b) La suddivisione
trinitaria della storia viene accettata solo in misura molto limitata»: SB, p. 209= p. 107. Precisando
che il contesto di cui qui si parla è quello della predestinazione assoluta di Gesù Cristo, secondo
L.F. LADARIA, La création du ciel et de la terre, in B. SESBOÜE, ed., Histoire des Dogmes. II.
L’homme et son salut, Éditions Desclée, Paris 1995, pp. 25-88, il Dottore Serafico presenta
l’opinione della teologia cattolica, mentre se fosse per la sua personale, egli attribuirebbe il valore
dell’incarnazione alla liberazione dal peccato: «Bonaventure admet la possibilité de la prédestination
absolue du Christ, c’est-à-dire l’opinion selon laquelle l’incarnation se serait aussi produite
dans le cas où l’homme n’aurait pas péché. C’est, dit-il, une opinion catholique, comme son contraire,
et défendue par des catholiques. Mais personnellement, il tend à voir dans la libération du péché
la raison principale de l’incarnation»; ibid., p. 68. Risulta interessante l’osservazione con la
quale Ladaria spiega, continuando sulla scia di questa interpreta-zione, l’opzione bonaventuriana:
«Si, au point de vue “naturel”, l’autre opinion, c’est-à-dire la perfection de l’oeuvre initiée par Dieu
dans la création, peut paraître plus opportune, l’Écriture semble montrer l’incarnation comme remède
au péché. D’autre part, cette sentence entraîne plus à l’amour de Dieu, car l’incarnation a eu
lieu pour notre péché et non pour perfectionner l’oeuvre divine»; ibid., p. 68.
p. 12
desimo risultato finale che la teologia della storia bonaventuriana scaturisce, in definitiva,
da un nuovo approccio alla Sacra Scrittura e dalla sua comprensione come rivelazione,
ossia dalla sua comprensione spirituale34. Il fatto, per esempio, che Francesco
abbia interpretato la Scrittura sine glossa, si è rivelato per Bonaventura la certezza
che egli avesse vissuto in anticipo lo stato di Rivelazione, intendendo con questo
quell’età in cui l’umiltà di Francesco diverrà forma di vita universale35.
1.4 L’interpretazione della Scrittura come rivelazione spirituale
e mistica e il suo riflesso nella teologia della storia bonaventuriana
Con tutto ciò, vi è, però, un altro risultato assai rilevante per un discorso generale
di teologia della storia. Secondo Ratzinger, infatti, Bonaventura riesce, con padronanza
teologica, a coniugare la sottolineatura personale dell’ordine ultimo — che
sarà un ordine contemplativo — con l’influsso del tema teologico contestuale al XIII
secolo, il quale presupponeva un altro tipo di ordinazione cosmico-gerarchica nei
rapporti tra Dio e le creature. Tale concezione, dovuta alla riscoperta delle opere dello
Pseudo-Dionigi e, quindi, di Dionigi l’Areopagita36, ammetteva innanzitutto la necessità
di cori angelici inframmezzati tra la divinità e l’uomo e determinava, poi,
un’unica gerarchia fissa graduata dall’alto verso il basso.
Scostandosi dal primo aspetto, Bonaventura opera una modifica del secondo in
senso storico e arriva, così, a questa duplice conclusione: innanzitutto, Francesco si
trovava in quella posizione tra la collocazione gerarchica in cui la rivelazione della
Scrittura era «sapientia nulliformis» per i suoi ascoltatori, ossia mistica, e di cui
l’Areopagita rappresentava il maestro37; in secondo luogo — e questo è assai più importante
— l’interpretazione spirituale o «sine glossa» della Scrittura non aveva guadagnato
a Francesco solamente di poter anticipare gli ultimi tempi,38 ma addirittura il
suo posto nell’al di là:
34 Cf SB, pp. 132-135= pp. 63-65.
35 Cf SB, pp. 147-148= pp. 72-73.
36 Cf SB, pp. 181-185= pp. 91-94.
37 Cf SB, pp. 177-180= pp. 89-91; cf pure A. DI MAIO, La divisione bonaventuriana delle scienze.
Un’applicazione della lessicografia all’ermeneutica testuale, «Gregorianum» 81 (2000), pp. 101-
136, qui pp. 122-126.
38 È importante la precisazione di Ratzinger, secondo cui «Bonaventura confessa qui dunque ancora
una volta che il suo francescanesimo scolastico-scientifico non ha ancora nulla di definitivo in sé e
che, invece, nella Chiesa del tempo ultimo si imporrà il modo di vivere di San Francesco che, in
qualità di “simplex” e “idiota” sapeva di Dio più cose di tutti i dotti del suo tempo — poiché egli lo
amava di più»: SB, pp. 209-210= p. 156. Questa stessa opinione è condivisa pure da M. SENSI, L’età
dello Spirito. Riflessioni escatologiche tra Medioevo ed era moderna, in N. CIOLA, ed., Spirito,
p. 13
L’articolazione gerarchica in livelli continua infine a operare sin nel mondo celeste
dell’al di là e dell’eternità di Dio. […] Questa dottrina, conosciuta anche dal resto della
scolastica, si pone in una luce nuova in virtù di queste nuove connessioni, affermando essa
tuttavia che la collocazione storica del singolo finisce in qualche modo per determinare
anche il suo posto nell’eternità39.
Si trattava, evidentemente, di un elemento nuovo offerto alla teologia della storia40
che, tuttavia, conviene calibrare ulteriormente guardando nel dettaglio a quali altri teologi
della storia — a lui contemporanei — Bonaventura possa essersi riferito.
2. Ambientazione storica della teologia della storia di Bonaventura
È opinione di Ratzinger che prima di Bonaventura una significativa cesura
all’interno della teologia della storia sia formalmente avvenuta a opera di tre teologi:
l’abate Ruperto di Deutz (1077-1135), Onorio di Autun (1080-1150/60) e Anselmo di
Havelberg (1099-1158)41. Come si vedrà, il primo tentò di dare a tutta l’estensione
della storia un’interpretazione teologico-liturgica e storica sulla base della Scrittura.
Da quest’angolo visuale, egli si discosta sia dall’approccio della «teologia imperiale»
di Eusebio (260-340 ca.) e Orosio (380-418 ca.), sia dalla «teologia pneumatica» di
Agostino, per entrambe delle quali Cristo era la fine dei tempi e si avvicina, quindi,
alla prospettiva di Gioacchino da Fiore42. Anch’egli, infatti, costruisce la sua teologia
della storia sulla base dell’opera della creazione in sei giorni combinata con le tre età
del Padre, del Figlio e dello Spirito, il carattere peculiare dell’ultima delle quali non è
propriamente un’età, bensì realizzazione e compimento di ciò che è attesa e speranza
di ogni età: essa si definisce e si distingue, cioè, per i suoi contorni escatologici43.
Onorio di Autun e Anselmo di Havelberg, invece, importano nella concezione
teologica la dimensione unilineare del tempo, grazie al ricorso all’idea patristica della
«ecclesia ab Abel», accentuandola nei suoi caratteri, con due conseguenze:
eschaton e storia, PUL-Mursia, Roma 1998, qui 216-233, qui pp. 224-225. Cf anche FRANCISCI ASSISIENSIS,
Testamentum n. 19, p. 229, e ID., Epistola toti Ordini missa n. 39, in Fontes Franciscani,
pp. 102-103, assieme alle rispettive osservazioni critiche di K. ESSER, Die opuscula, p. 440; p. 262.
39 SB, pp. 189-190= pp. 95-96. I corsivi sono nostri.
40 Cf J. RATZINGER, Offenbarung – Schrift – Überlieferung. Ein Text des heiligen Bonaventura und
seine Bedeutung für die gegenwärtige Theologie, «Trier Theologische Zeitschrift» 67 (1958), pp.
13-27, qui pp. 20-23.
41 Cf M.-D. CHENU, Conscience de l’histoire et théologie au XIIe siècle, «Archives d’histoire doctrinale
et littéraire du Moyen Âge» 29 (1954), pp. 106-133, pp. 128-133.
42 Cf SB, pp. 192-195= pp. 97-99; cf pure I. BACKES, Heilsgeschichte in der Gotteslehre des heiligen
Thomas von Aquin, «Trier Theologische Zeitschrift» 72 (1963), pp. 23-38, qui pp. 24-26.
43 Cf SB, p. 200= p. 102.
p. 14
l’incarnazione del Verbo diviene quasi priva di importanza nel quadro globale della
storia e Cristo non viene più considerato fine dei tempi, poiché in lui la storia salvifica
entra semplicemente in un nuovo stadio44. Se per questi tre esponenti, pertanto, Gesù
Cristo non poteva apparire come l’asse della storia45, in Gioacchino rappresenta,
invece, la cesura assiale, al tal punto che egli, secondo Ratzinger:
divenne in questo modo, proprio nella Chiesa stessa, l’antesignano di una nuova comprensione
della storia che oggi ci appare essere la comprensione cristiana in modo così
ovvio da renderci difficile credere che in qualche momento non sia stato così. […Egli],
dal fatto che dopo Cristo continua a svilupparsi una storia inadeguata e scellerata, trae la
conclusione che una storia veramente buona e redenta sia ancora di là da venire. Questa
storia però, riconosce egli con compiacimento, è imminente46.
Al di là di questo, tuttavia, rimane sullo sfondo una domanda alla quale non è stata
data ancora una risposta; se sono questi i confini possibili al limitare dei quali Ratzinger
ha visto incontrarsi Gioacchino e Bonaventura, verso quale ambito si sposta la
riflessione di quest’ultimo, all’interno del quale il confronto con Gioacchino diverrebbe
impossibile?
1.5 Il superamento della dipendenza da Gioacchino e il fulcro della concezione storica
bonaventuriana di Cristo «centro dei tempi»
Se ci si dovesse aspettare che Bonaventura attui un superamento della sua dipendenza
— da intendersi soltanto come è stata finora spiegata — da Gioacchino a
causa di uno sviluppo cronologico della sua riflessione oppu-re per un distanziamento
della sua posizione da quella più eminentemente escatologica dell’abate florense, la
risposta di Ratzinger è senz’altro negativa. Secondo l’Autore, piuttosto, Bonaventura
era già inizialmente in possesso di una sua concezione della storia — e sarebbe diffi-
44 Cf SB, pp. 202-206= pp. 103-106. Si veda anche C. VASOLI, Per una teologia della storia, in A.
BLASUCCI – A. POMPEI – C. VASOLI, ed., Lettura critica di san Bonaventura, Edizioni Città di Vita,
Firenze 1974, pp. 69-94.
45 Nel calendario cristiano l’idea a noi così familiare di Cristo asse dei tempi non può avere, secondo
Ratzinger, riscontro dimostrabile nel primo millennio cristiano. Le teologie di Ruperto di Deutz, di
Onorio di Autun e di Anselmo di Havelberg dimostrano, piuttosto, che nel primo millennio cristiano
Cristo non è visto come il perno della storia, ma «il principio della fine. Egli è “redenzione” nella
misura in cui la “fine” comincia a risplendere nella storia»: SB, pp. 153-154= pp. 107-108.
46 SB, p. 154= p. 108; p. 157= p. 110; cf anche J. RATZINGER, Joachim von Fiore, in LThK2, V, Herder,
Freiburg im Breisgau 19692, pp. 975-976. Sotto questo profilo, ha ragione il protestante W.
KAMLAH Apokalypse und Geschichtstheologie. Die mittelalterliche Auslegung der Apokalypse vor
Joachim von Fiore, Historische Studien 1935, Ebering, Berlin 1935, p. 115, quando parla di «die
Überwindung der katholischen Geschichtstheologie».
p. 15
cile pensare il contrario — che fu successivamente provocata, nel suo animo di francescano,
da Gioacchino da Fiore. Tuttavia, Bonaventura non si fermò lì. Proprio perché
convinto di un forte cristocentrismo, il Dottore Serafico recupera, a dire di Ratzinger,
l’idea di Cristo mediatore già presente nel Breviloquium47 e la applica a quella
di Cristo “pienezza del tempo”, interpretandola adesso come Cristo «centro del tempo
»48.
Per Bonaventura, con la venuta del Figlio di Dio si parla della pienezza dei tempi,
non come se il tempo in questo modo giungesse al suo termine, ma in quanto i misteri
del tempo pervengono alla loro pienezza. In questo senso, allora, pienezza significa
essere-al-centro dei tempi che è molto più dell’affermazione che egli sia semplicemente
una scissura assiale, evinta dalla distinzione dei due Testamenti. In questo modo:
si è giunti a una nuova formulazione della concezione della storia: essa certamente trae le
sue origini dalla preferenza accordata da Bonaventura al concetto di centro e di mediatore.
[…] Proprio la figura di Gesù Cristo, che è la persona mediana della Trinità e che è
mediatore e punto intermedio tra Dio e l’uomo, diviene in questo modo il punto di raccolta
di tutto ciò che per Bonaventura si esprime nel concetto di centro; diviene centro in
senso assoluto e, sulla scia di questa interpretazione generale della sua figura a partire
dall’idea di centro, diviene anche «centro dei tempi»49.
Se quest’idea originariamente bonaventuriana50 aveva, pertanto, creato quasi
un’apertura naturale nei confronti del duplice schema settenario di Gioacchino, essa
47 Avendo già situato cronologicamente le Collationes in Hexaëmeron (1273), è forse superfluo ricordare
che il Breviloquium (composto prima del 1257) è a quelle anteriore. In esso appare evidente
che Cristo è per Bonaventura il centro di ogni cosa e, quindi, di tutto. A proposito di quanto veniamo
dicendo vi si legge: «Quod in adventu Filii Dei dicitur esse plenitudo temporum, non propter
hoc, quod in eius adventu tempus finiatur, sed quia temporalia mysteria impleantur. Sicut autem
Christus non debuit venire in principio temporis, quia adventus eius nimis fuisset festinus; sic nec
debuit differre usque in finem ultimum, quia tunc nimium esset tardus. Decebat enim salvatorem inter
tempus morbi et tempus iudicii in medio introducere tempus remedii»; BONAVENTURA DA BAGNOREGIO,
Breviloquium n. 4, in Opera omnia, V, Ad Claras Aquas (Florentiae) 1891, pp. 199-291,
qui p. 245.
48 SB, p. 159= p. 112.
49 SB, pp. 160-161= p. 113 e p. 183= pp. 137-138.
50 Anche P. ZAHNER, Die Fülle des Heils in der Endlichkeit der Geschichte. Bonaventuras Theologie
als Antwort auf die franziskanischen Jaochiten, Franziskanische Forschungen 41, Dietrich –
Coelde – Verlag, Werl/Westfalen 1999, pp. 115-120, ratifica quest’interpretazione eziologica
dell’idea bonaventuriana, mentre afferma pure che essa è sorta da un’analogia attuata dal Dottore
Serafico tra la Trinità e la Sacra Scrittura. È questa, a dire di Zahner, la ragione fondamentale per
cui Cristo rimane la persona centrale anche per la terza età dello Spirito Santo: «Bonaventura ver
p. 16
supera adesso la convinzione che il tempo di Cristo si trovasse in posizione mediana,
solamente. È sotto questa luce che Ratzinger può, allora, concludere che la centralità
teologica assegnata a Cristo da Bonaventura è molto più vicina a quella di Tommaso
d’Aquino51 di quanto non lo sia a Gioacchino, e questo benché verso la fine della sua
attività universitaria fosse maggiormente marcata in lui una coscienza del tempo ultimo
attribuibile, non da ultimo, all’influenza della controversia sulla povertà di Guglielmo
di Saint Amour (1210-1272)52.
sucht also schon die Grundlegung der Theologie aus der Heiligen Schrift mittels der Analogie zwischen
Trinität und Heiligen Schrift darzulegen. Dabei bleibt alle Schriftauslegung und alle Theologie
an Christus, als den innertrinitarischen wie auch heilsökonomischen Mittler, die “mittlere Person”
der Trinität, gebunden. Wird dieser Gedankengang was Bonaventura hier nicht tut konsequent auf
die joachitische Geschichtsdeutung angewendet, kann das dritte Zeitalter, das Zeitalter des Heiligen
Geistes, nicht abgelöst von Christus betrachtet werden, da auch in diesem Zeitalter Christus der
Mittler und die mittlere Person der Trinität bleibt»: ibid., p. 117. Cf pure i commenti di N. KUSTER,
Recensione Paul Zahner OFM: Die Fülle des Heils in der Endlichkeit der Geschichte, «Helvetia
Franciscana» 28 (1999), pp. 192-194, e di P. MARANESI, Recensione Paul Zahner, Die Fülle des
Heils in der Endlichkeit der Geschichte», «Collectanea Franciscana» 70 (2000), pp. 233-237.
51 Tommaso d’Aquino (1221-1274) rifiuta, di Gioacchino, l’interpretazione allegorica che questi dà
dell’Antico Testamento, perché «i segni e i tempi dell’Antico Testamento non rimandano a loro
volta a un analogo sviluppo temporale del Nuovo Testa-mento — la qual cosa di necessità rappresenterebbe
una deformazione del Nuovo Testamento sulla base dell’Antico — ma a Cristo che è
pienezza e compimento dell’Antico Testamento»: SB, p. 184= p. 119. Secondo Ratzinger, il Dottore
Angelico, pur non parlando di Cristo «centro dei tempi», abbandona la questione escatologica
ancor più risolutamente di Bonaventura e pone maggior enfasi nella vicenda di Cristo concepita
come fine dei tempi, ossia come «tempus remedii». Infatti, «nel momento in cui Cristo diviene centro
dei tempi, nasce anche quella nota divisione dei tempi che a un periodo di non-redenzione e di
tenebre affianca un periodo di redenzione e di luce — schema che non potrebbe trovare nei fatti
sostegni sufficienti»: SB, p. 168= p. 112, nota 6. Cf anche la relativa questione «Utrum incarnationis
opus differri debuerit usque in finem mundi» di TOMMASO D’AQUINO, IIIa, q. 1, a. 6, in Opera
omnia iussu impensaque Leonis XIII P.M. edita, XI, Ex Tipographia Poliglotta S.C. de Propaganda
Fide, Romae 1906, pp. 20-21. Per il rapporto tra quest’ultimo e Gioacchino da Fiore dal versante
della teologia della storia, cf E. BENZ, Joachim-Studien. III. Thomas von Aquin und Joachim de Fiore
»,«Zeitschrit für Kirchengeschichte» 53 (1934), pp. 52-116, e A. STOHR, Die Trinitätslehre des
heiligen Bonaventura, Aschendorff, Münster 1923, pp. 166-167.
52 Contro Guillaume de Saint-Amour, Bonaventura è spinto a scrivere le Quaestiones disputatae de
perfectione evangelica, in Opera omnia, V, Ad Claras Aquas (Florentiae) 1887, pp. 117-198: cf B.
MCGINN, The Calabrian Abbot Joachim of Fiore in the History of Western Thought, Collier Macmillan,
New York – London 1985, pp. 211-219. In esse egli stabilisce lo stretto diritto che avevano
tutti i cristiani di rinunciare assolutamente a tutte le proprietà. Probabilmente a causa di questa diatriba,
nelle Quaestiones appaiono chiare tracce di un’interpretazione gioachimito-escatologica
dell’Ordine di Francesco e, quindi, di una coscienza accentuata del tempo ultimo: cf SB, pp. 153-
154= pp. 113-115, e É. GILSON, La philosophie de Saint Bonaventura, pp. 20-21. Nel suo ottimo
p. 17
Il fulcro teoretico di questo libro di Ratzinger è, comunque, la constatazione
che nello stesso momento in cui Bonaventura, in virtù della logica del suo proprio
pensiero, matura l’idea di Cristo come centro dei tempi e dunque l’altra idea — quella
di Cristo come fine dei tempi — viene rifiutata, in questo stesso contesto nasce in
Bonaventura la coscienza del fatto che la fine è ora veramente vicina53. Questa coscienza
è apparentemente, secondo Ratzinger, in contraddizione con quella della centralità
di Cristo, visto che viene lasciata intatta la designazione di tutta la storia cristiana
come tempo ultimo54.
1.6 L’antiaristotelismo bonaventuriano come dimostrazione indiretta dell’unicità e della
irripetibilità della storia
Questo è lo sfondo su cui si è sviluppata la teologia della storia in Bonaventura.
Ciò nonostante, nel suo libro Ratzinger ritiene necessario individuarne anche
l’immagine in negativo che risiede sostanzialmente nella sua critica ad Aristotele
(384-322 a.C.), la quale, non casualmente, può essere circoscritta attorno alla concezione
della temporalità del mondo, rivelandosi pertanto un genuino problema di teologia
della storia55. La comprensione aristotelica della storia del mondo come regno
della causalità non poteva, infatti, combaciare pacificamente con quella bonaventuriana
di «egressus» e «regressus»56 — basata in ultima istanza sulla centralità di Cristo57
— se non negando alla prima qualsiasi neutralità di una semplice e lineare «men
studio, E. Benz mette in evidenza, inoltre, come un’altra ragione eziologica attribuibile alla nascita
delle Quaestiones fosse imputabile all’accusa diretta che Guglielmo di Saint Amour mosse contro i
Francescani, etichettandoli «die Jünger des Antichrist» e volendo interdire a «diese praedicatores
des Evangeliums Aeternum zu Professoren zu machen», nella stessa città dove insegnava Bonaventura,
cioè Parigi: E. BENZ, Joachim-Studien. II. Die Exzerptsätze der Pariser Professoren aus dem
Evangelium Aeternum, «Zeitschrit für Kirchengeschichte» 51 (1932), pp. 415-455, qui p. 450.
53 Cf SB, pp. 150-151= pp. 116-117.
54 Cf SB, p. 151= p. 117.
55 Cf SB, p. 195= pp. 140-141. Per questa parte, cf F. VAN STEENBERGHEN, La philosophie au XIIIe
siècle, Publication Universitaires, Louvain – Paris 19912, pp. 203-222; ID., Saint Bonaventure
contre l’éternité du monde, in COMMISSIO INTERNATIONALIS BONAVENTURIANA, ed., S. Bonaventura
(1274-1974), III, Collegio San Bonaventura di Grottaferrata, Grottaferrata (Roma) 1973, pp. 259-
278.
56 SB, pp. 196-197= p. 142.
57 Nelle Collationes in Hexaëmeron, Bonaventura presenta una singolare spiegazione della centralità
di Cristo, riferendola geometricamente a quella di un cerchio. Così commenta Ratzinger: «Il centro
perduto di un cerchio viene trovato per mezzo di due rette che si intersecano formando un angolo
retto, vale a dire una croce. Ciò vuol dire che Cristo attraverso la sua croce ha definitivamente assolto
il compito geometrico della storia del mondo, con la sua croce ha costruito il centro perduto
p. 18
sura durationis»58, e favorendo nella seconda l’idea di un tempo della creazione e della
salvezza59.
Se si presta attenzione, l’eventuale raffigurazione simbolica di queste due idee
risulta di ordine esattamente opposto a quello che si è soliti concepire, ossia un cerchio
per rappresentare la concezione greco-ellenistica del tempo e una linea come cifra
per quella cristiana60. Tuttavia, la loro differenza viene mantenuta nel momento in
cui si attribuisca al tempo concepito cristianamente il carattere di unicità, poiché la
determinazione che Aristotele attribuiva all’eternità61, cioè l’«interminabilitas», man
del cerchio del mondo restituendo in questo modo la propria direzione e il proprio senso in primo
luogo al movimento dell’esistenza individuale ma, in seconda istanza, anche alla storia dell’umanità
in generale»; SB, p. 197= p. 147. Cf pure Hex. I, n. 24, p. 333.
58 Il tempo in Bonaventura viene espresso, secondo V.C. BIGI, La teologia della storia, pp. 75-76, in
tre modi: «Innanzitutto come misura del passaggio dal non-essere all’essere; poi come misura di
ogni mutazione; infine come misura del moto del primo mobile. Ma è il primo modo che è detto
prima di tutti. […] Il tempo è misura. Ma è misura misurata, non misura misurante. […] È misura
della mutazione in quanto tale, non solo del moto celeste: e la prima mutazione è il passaggio dal
non-essere all’essere per la potenza creatrice, su cui si fonda il nunc del tempo. […] Il nunc è
dunque tutta l’essenza del tempo. Ma, non possiamo non chiederci: qual è la natura del nunc temporale?
Bonaventura la definisce opponendo il nunc temporale al nunc eterno. Secondo la celebre definizione
di Boezio, che Bonaventura fa sua, l’eternità o il nunc eterno, è interminabilis vitae tota
simul et perfecta possessio. Non è solo la mancanza di inizio e di fine a costituire il nunc eterno, ma
anche la simultaneità e la totalità del pos-sesso di questa vita interminabile. È proprio sulla simultaneità,
la simultas che Bonaventura pone la sua attenzione». Cf pure A. GHISALBERTI, La concezione
del tempo in san Bonaventura, in A. POMPEI, ed., San Bonaventura maestro di vita francescana e di
sapienza cristiana, Atti del Congresso Internazionale per il VII Centenario di San Bonaventura da
Bagnoregio (Roma 19-26 Settembre 1974), I, Collegio San Bonaventura di Grottaferrata, Roma
1976, pp. 745-755; C.H. DO CARMO SILVA, O tempo diferencial do istante ontologico, in COMMISSIO
INTERNATIONALIS BONAVENTURIANA, ed., S. Bonaventura (1274-1974), III, Collegio San Bonaventura
di Grottaferrata, Grottaferrata (Roma) 1973, pp. 131-153, qui pp. 137-145.
59 Cf SB, p. 192= p. 143.
60 In questo caso è utile l’osservazione dell’autore: «A questo riguardo non si dovreb-be mai dimenticare
che si tratta qui semplicemente di un complesso di simboli per esprimere un dato di fatto che
può sempre essere separato da queste forme espressive simboliche ed eventualmente venire espresso
anche attraverso altre immagini»; SB, p. 193= p. 144.
61 Per quello che concerne una tematizzazione della sua teologia della storia, l’antiaristotelismo oggettivo-
metafisico di Bonaventura nega di fatto la dottrina dell’eternità del mondo (cf SB, p. 200=
pp. 148-149, e J. RATZINGER, Ewigkeit, p. 1270) perché con ciò «significava pervertire tutta la Scrittura
»: M. MANTOVANI, Tommaso d’Aquino sulla creazione «de nihilo» a «ab initio temporis». Un
commento continuo e progressivo al Concilio Lateranense IV: contributo unitario e di genere vario,
«Salesianum» 60 (1998), pp. 729-757, qui, p. 750; cf anche ibid., pp. 737-751; F. DE ASIS CHAVERO
BLANCO, Initium salutis. Aproximación a la teoría bonaventuriana de la creación, «Estudios Franciscanos
» 101 (2000), pp. 1-72, qui pp. 4-14, e H.J. DELBOSCO, Platonismo y aristotelismo, «Sa
p. 19
ca, per Bonaventura, di ciò che è tipicamente cristiano nella visione del tempo e cioè
della «simultas»62, a sua volta compresa dal centro che è Dio in Gesù Cristo63 e capìta,
schematicamente, come movimento a spirale64.
pientia. Revista Tomista de Filosofia» 55 (2000), pp. 279-286. Nota, invece, A. RODOLFI, «Ex nihilo
id est post nihilum». Alberto Magno e il dibattito sull’eternità del mondo, «Nuovi Studi Medievali
» 40 (1999), pp. 681-704, qui pp. 682-683, che «il dibattito de aeternitate mundi e più in generale
il quadro teorico del XIII secolo» è «caratterizzato da una strut-tura triadica: da un lato, la “destra”,
ossia i teologi francescani più qualche teologo secolare, un “centro”, di cui farebbero parte Tommaso
d’Aquino, i primi tomisti, e Alberto Magno, infine, la “sinistra”, rappresentata da Sigieri di Brabante,
Boezio di Dacia e gli altri esponenti della facoltà delle arti». Per questa suddivisione, però,
l’autrice dipende da quanto aveva già detto F. VAN STEENBERGHEN, La philosophie, p. 383. Ratzinger,
inoltre, circoscrive una seconda e terza sottodivisione dell’antiaristotelismo «profeticoescatologico
» bonaventuriano. Innanzitutto, vi è quello da considerarsi come opposizione
all’aristotelismo appannaggio dei teologi a lui contemporanei, ossia l’antifilosofismo; sotto questo
profilo, Bonaventura prendeva nettamente le distanze da una filosofia che misconosce la propria
funzione, si rende autonoma e diviene in questo modo il segno ecatologico della sventura. Quindi, il
Dottore Serafico realizza un ultimo inasprimento di tipo antiscolasticista — nel quale confluiscono
motivi francescani, gioachimiti e dionisiani — e preannuncia una pura teologia basata sull’autorità:
cf SB p. 204-205= pp. 153-156; pp. 209-210= pp. 159-161. Quest’ultima osservazione è storicamente
contestualizzata anche in J. RATZINGER, Der Wortgebrauch von natura und die beginnende
Verselbständigung der Metaphysik bei Bonaventura, in P. WILPERT, ed., Miscellanea Mediaevalia.
II. Die Metaphysik im Mittelalter. Ihr Ursprung und ihre Bedeutung, De Gruyter, Berlin 1963, pp.
483-498, qui pp. 485-492, e ID., Wesen und Weisen der Auctoritas im Werk des heiligen Bonaventura,
in W. CORSTEN – A. FROTZ – P. LINDEN, ed., Die Kirche und ihre Ämter und Stände, Festschrift
seiner Eminenz dem hochwürdigsten Herrn Joseph Kardinal Frings Erzbischof von Köln zum goldenen
Priesterjubiläum am 10. August 1960 dargeboten, Bachem, Köln 1960, pp. 58-72.
62 J. RATZINGER, Der Mensch und die Zeit im Denken des Heiligen Bonaventura. Zugleich ein Beitrag
zum Problem des Mittelalterlichen Augustinismus, in L. DE RAEYMAEKER, ed., L’homme et son
Destin d’après les Penseurs du Moyen Âge. Actes du premier Congrès International de Philosophie
Médiévale, Louvain-Bruxelles, 28 Août-4 Septembre 1958, Publications Universitaires de Louvain,
Louvain – Paris 1960, pp. 473-483, qui pp. 476-477. Cf anche A. COCCIA, De aeternitate mundi apud
Sanctum Bonaventuram et recentiores, in COMMISSIO INTERNATIONALIS BONAVENTURIANA, ed.,
S. Bonaventura (1274-1974), III, Collegio San Bonaventura di Grottaferrata, Grottaferrata (Roma)
1973, pp. 279-306, qui pp. 287-298. Che la «simultas» sia l’interpretazione della Tradizione cristiana
dell’eternità messa in relazione al tempo, lo si evince anche da un confronto con il pensiero di
Tommaso d’Aquino, come ha ben dimostrato M. MANTOVANI, Tempo aristotelico e tempo tomista
(Summa Theologiae I, q.10). Tempo aristotelico-tomista?, «Salesianum» 59 (1997), pp. 249-288.
Anzi, dalla lettura di questo studio si può confermare la tesi ratzingeriana, secondo la quale Tommaso,
in teologia della storia, è molto più vicino a Bonaventura che non ad Aristotele: cf ibid., pp.
273-274. Si vedano pure J. DUBOIS, Signification ontologique de la définition aristotélicienne du
temps. À propos d’une interprétation récente selon l’esprit de Plotin, «Revue Thomiste» 60 (1960),
p. 20
3. Osservazioni conclusive
Come si è detto in apertura, era assai attesa questa edizione dell’opera di Ratzinger,
uscita adesso per i tipi delle Edizioni Porziuncola nella prestigiosa Collana
«Viator», su interesse di Padre Pietro Messa OFM. Io stesso scrissi varie volte alla
casa editrice Nardini di Firenze al fine di chiederne una nuova edizione. Ora,
quest’ultima esce curata dal Prof. Mauro Letterio — ricevuto in udienza con la moglie
dall’Autore lo scorso 28 Agosto 2008 65 — mentre la traduzione italiana è opera di
Marcella Montelatrici. Si conviene con la scelta operata da quest’ultima sulla difficoltà
di rendere in italiano la differenza sussistente in tedesco tra «thomanisch» e
«thomasisch» (p. 6), anche se mi sembra errato il rimando che la traduttrice fa alla
nota 80 del Cap. IV (p. 187), non essendo quella la nostra chiamata in causa. A questo
proposito, all’al di là dell’apprezzabile «indice dei aromenti, l’«indice dei nomi»,
verosimilmente stilato la Curatore, è alquanto incompleto e impreciso: incompeto
perché mancano molte occorrenze (valga per tutte quella di Francesco d’Assisi del
quale si parla ben più che in quattro pagine distinte); impreciso perché il primo controllo
le pagine risultano sbagliate. Pertanto, alla pari di quanto si diceva per la Traduttrice,
si tratta, forse di un’erronea – e propriamente tipografica – impaginazione,
che nulla toglie al valore dell’opera traditta e alla fatica sostenuti da entrambi.
In conclusione l’opera di Ratzinger risponde pienamente all’ipotesi di ricerca:
anche nella tradizione cattolica il concetto di Rivelazione porta dentro di sé il carattere
di adesione personale e di urgenza. Un’acquisizione fondamentale che Ratzinger
insieme con il Cardinale Gesuita Henri de Lubac (1896-1991) fece valere già al tempo
della Costituzione conciliare sulla Divina Rivelazione Dei Verbum e che è rimasta
presente nella sua teologia e nei suoi scritti. Un’altra peculiarità guadagnata
pp. 38-79, qui pp. 70-79, e J. MOREAU, Le temps selon Aristote, «Revue Philosophique de Louvain»
46 (1948), pp. 57-84; pp. 245-274.
63 Cf SB, p. 194= p. 145.
64 Cf SB, p. 196= p. 147. A Ratzinger viene attribuita l’intuizione di aver simbolicamente rappresentato
nell’immagine di un movimento a spirale il movimento circolare della storia salvifica presente
nelle Collationes in Hexaëmeron, a motivo di quanto si è detto sull’assimilazione dello schema
doppio di Gioacchino e della sua parziale influenza riguardo alle tre età della storia del mondo. Pertanto,
«l’interpretazione tipologica dell’Hexaëmeron, condotta sulle parti costruite in modo uguale
della storia salvifica, poggia evidentemente sull’idea che il cammino predisegnato nell’opera della
creazione si ripete ancora per due volte, e ogni volta su un piano più elevato. Inoltre, dal momento
che riluce più volte l’idea che la fine significhi di nuovo in certo qual modo un ritorno all’inizio, si
potrebbe essere tentati di parlare di tre cerchi»: SB, p. 198= p. 147.
65 Cf BENEDETTO XVI, Formare sacerdoti per la società secolarizzata, in «L’Osservatore Romano»
(28 Agosto 2008) 148 (2008) n. 200, p. 7.
p. 21
dall’incontro con Bonaventura e che, da allora, essa è un tratto distintivo del pensiero
e dell’opera di Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, è la centralità e familiarità
con Cristo. A quest’ultima invitava i fedeli nel suo Gesù di Nazaret66.
Prof. Gianluigi Pasquale OFM Cap.
Docente presso la Pontificia Università Laterenense
Preside dello Studio Teologico «Laurentianum» di Venezia
Summary
L’articolo compie un’attenta ricognizione teologica del celebre libro di Benedetto XVI-Joseph Ratzinger
su San Bonaventura, scritto oramai mezzo secolo fa (1959) quale tesi di abilitazione
all’insegnamento, ma solo recentemente (2008) rimesso in circolazione, con una nuova traduzione,
per il pubblico in lingua italiana. L’Autore prende le mosse dalla teologia della storia di san Bonaventura
e, soprattutto, dalla rilettura che il teologo francescano fece del rapporto tra storia e Sacra
Scrittura, alla luce dell’interpretazione profetico-escatologica di Gioacchino da Fiore. La progressiva
comprensione della Scrittura intesa come Rivelazione — per entrare nella quale non si può prescindere
dalla storia — spinse Bonaventura a formulare una teologia della storia, dalla quale si possono
trarre, poi, alcune conclusioni di indole cristologica ed ecclesiologica.La prima, dedotta dal
confronto teologico critico con le premonizioni dell’abate florense, permette al Dottore Serafico di
affermare che esiste un tempo salvifico di redenzione interno alla storia e non meramente rimandabile
alla fine dei tempi. La seconda si può rintracciare, invece, antecedentemente all’influsso gioachimita
e presenta Gesù Cristo con il suo essere centro del tempo, non nel senso che con la venuta
del Figlio di Dio i tempi si siano consumati, ma che, contrariamente, i misteri siano arrivati alla loro
pienezza, definendo così il tempo cristiano come tempo ultimo. Con la terza conclusione, circoscritta
da Ratzinger, è possibile ribaltare la tesi comune che la rappresentazione cristiana — e per questo
inedita — del tempo sia una linea continua, invece che un cerchio: nella misura in cui la visione
della successione degli avvenimenti salvaguarda la simultaneità della presenza di Gesù Cristo nel
tempo, di cui è centro assoluto, va assunta più opportunamente la definizione circolare, mantenendola
distinta da quella greco-ellenistica.
66 Cf BENEDETTO XVI-JOSEPH RATZINGER, Gesù di Nazareth, Saggi Stranieri, Rizzoli, Milano 2007,
pp. 102-103.