Situata in una piana acquitrinosa bonificata circondata da rilievi montuosi, la Zona industriale di Pettoranello è dominata dalla presenza del borgo medievale di Pesche. L’area d’intervento, l’ultima di una successione di lotti industriali, ospita un capannone a pianta quadrata già definito per posizione e dimensioni al momento dell’assegnazione dell’incarico e l’edificio degli uffici. Per quest’ultimo la committenza ha richiesto un impianto con doppia altezza centrale, luce zenitale e ambienti distribuiti da ballatoi. Nonostante queste esigenze suggerissero l’ipotesi di una configurazione spaziale decisamente introversa e centripeta, sembrava che le qualità paesaggistiche del luogo, ove non compromesse da un’edificazione di scarsa qualità, richiedessero una soluzione più estroversa e centrifuga. Si è scelto quindi di ibridare su una matrice geometrica cartesiana lo schema tipologico chiuso del palazzo italiano con quello più aperto e dinamico della villa suburbana, coniugando l’assialità longitudinale e la ricchezza spaziale della doppia altezza centrale con una maggiore permeabilità al paesaggio. Tali intenzioni sono state espresse architettonicamente attraverso tre elementi differenti per morfologia, cromatismo e trattamento materico: un nastro che enfatizzasse prima la componente longitudinale, definendo l’ingresso e innescando un rapporto dialettico con la massa preordinata del capannone, poi quella verticale, precisando le modalità di penetrazione della luce zenitale; un volume continuo che avvolgendosi sui quattro fronti suggerisse una dinamica circolare; un corpo più massiccio che fornisse un appoggio all’elemento precedente e, piegandosi, divenisse copertura e corpo scala. All’interno, lo spazio definito dalla giustapposizione dei tre elementi plastici è pensato come una cavità fenomenica ove il rapporto visivo con l’esterno si modifica radicalmente al mutare della posizione dell’osservatore, ed è assecondato dalla continuità morfologica delle parti che non subiscono alterazioni formali nel passaggio fisico tra dentro e fuori. La spazialità interna è articolata intorno alla doppia altezza dell’atrio, misurata dal distacco della scala dal suolo che apre l’unico varco verso gli ambienti del piano terra e consente l’accesso al piano superiore. La sottrazione di superficie è segnalata da una grande scultura orizzontale che ne prende il posto. Al piano superiore un percorso anulare distribuisce i diversi settori dell’ufficio e permette di relazionarsi con la doppia altezza e con l’esterno in modo sempre differente. La luce, mutevole e complementare alla percezione dell’esterno, vibra sulle scabrosità della pietra, e intercettando le superfici delle masse sottolinea le giustapposizioni volumetriche ricostituendo l’unitarietà dell’organismo.