Questa è una storia temporaneamente interrotta, iniziata alla fine degli anni novanta e conclusa nel 2015 con la cancellazione dall'Albo degli Architetti. Non me ne pento. So che potrò, un giorno, riattivarla, ma solo se ne avrò voglia. Per ora va bene così. Anche dopo una scelta tanto drastica si continua, però, a guardare il mondo con gli occhi dell'architetto, ad affrontare i problemi con il suo piglio, a percepire la vita con il suo spirito, lo ammetto. Percorrere le strade di una città o guardare un edificio, una scultura, o un dipinto fa inevitabilmente apparire al mio fianco Le Corbusier che mi sussurra le parole giuste: capisco le vostre intenzioni, siete dolci, brutali, incantevoli o dignitosi, me lo dicono le vostre pietre.

Voglio lasciare andare tutto e fare outing. Quello che so fare come architetto l'ho imparato nelle aule della facoltà di Architettura a Valle Giulia, però non negli anni della formazione, nei quali ho intercettato piccoli e grandi maestri ai quali va comunque la mia gratitudine, ma nei quindici anni successivi quando, per ore ed ore, ho avuto la fortuna di cimentarmi nelle revisioni dei lavori di centinaia di giovani studenti, da quelli dei meno dotati a quelli dei più talentuosi. I lunghi pomeriggi passati a ragionare insieme sui loro progetti sono stati la vera palestra mentale che mi ha formato. Li ringrazio tutti, nessuno escluso. Contemporaneamente l'attività professionale mi ha fornito la possibilità di concretizzare quanto sperimentato.

Abbandonata la professione e l'università con le loro contraddizioni, oggi sono solo un docente. È evidente, però, che sia tutto collegato. Mi rendo conto che nell'insegnamento ho la possibilità di far confluire il know-how acquisito con le sperimentazioni accademiche e professionali, senza dispersione di energia.