Unisco due slogan inutilmente separati da 50 anni di storia.
Only one earth è lo slogan della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano tenuta nel 1972 a Stoccolma, il primo evento mondiale ad avere come argomento il clima. I partecipanti (112 stati membri dell'Onu, nonché le agenzie specializzate Onu ed altre organizzazioni internazionali) adottarono una Dichiarazione ed un Piano d'azione sull'ambiente umano. La prima, detta Dichiarazione di Stoccolma, ha posto le questioni ambientali al centro delle preoccupazioni internazionali e ha segnato l’inizio di un dialogo tra paesi industrializzati e in via di sviluppo sul legame tra crescita economica, inquinamento dell’aria, dell’acqua e degli oceani e ed il benessere delle persone in tutto il mondo. In apertura è la dichiarazione che l'uomo è al tempo stesso creatura e artefice del proprio ambiente, che gli assicura la sussistenza fisica e gli offre la possibilità di uno sviluppo intellettuale, morale, sociale e spirituale. Il Piano d'Azione contiene tre categorie principali, suddivise in 109 raccomandazioni: a) Programma di Valutazione Ambientale Globale (piano di sorveglianza); b) Attività di gestione ambientale; (c) Misure internazionali a sostegno delle attività di valutazione e gestione svolte a livello nazionale e internazionale. Uno dei principali risultati della conferenza di Stoccolma è stata la creazione del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP).
There is no planet B, frase già utilizzata anche in documenti Onu, è stato uno degli slogan più ripetuti il 15 marzo 2019 durante il Global Strike for Future, primo sciopero mondiale a difesa del clima; nato dalla protesta #fridaysforfuture guidata dalla giovane Greta Thurnberg, vi hanno aderito milioni di persone in oltre 1300 città di 98 Paesi del mondo. Il concetto si sposa con l'Earth Overshoot Day, "che indica il giorno nel quale l'umanità consuma interamente le risorse prodotte dal pianeta nell'intero anno. Nel 1972 era il 27 dicembre, nel 2023 è il 2 agosto; si può stimare che procedendo di questo passo intorno al 2050 l'umanità consumerà ben il doppio di quanto la Terra produce", e avrà quindi bisogno di un ulteriore pianeta.
La prima menzione di un eccessivo sfruttamento delle risorse della Terra è nel Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT dal Club di Roma, e pubblicato sempre nel 1972.
In questi 50 anni abbiamo imparato qualcosa? Perché non ci siamo mossi in tempo? Il campanello d’allarme vigorosamente suonato nel 1972 è stato ignorato. Oggi che il cambiamento climatico, la pandemia globale e i conflitti internazionali fanno ormai parte della nostra quotidianità, continueremo a ignorarlo?
[Riprendo da LA FRAMMENTAZIONE DEL PENSIERO ECOLOGISTA di Dante Schiavon]:
La terra, oggetto di studio di mille discipline (geologia, scienze naturali, botanica, chimica, biologia, ecc.), sembra occupare nell'immaginario collettivo un fugace e piccolo spazio celebrativo solo in occasione della “giornata mondiale della terra” [il 22 Aprile]. Chi, come me e una sparuta minoranza di scienziati, tecnici e cittadini, se ne occupa con preoccupata insistenza da diversi anni viene ignorato dalla narrazione mediatica e politica mainstream e virtualmente confinato in una riserva, un po’ come erano confinati i “nativi americani” che avevano compreso e interiorizzato la dimensione “ontologica” e “sacrale” della terra, il suo “essere parte vivente”, ben oltre la sua meravigliosa e multiforme “funzionalità ecosistemica”: un essere vivente alla pari degli esseri umani, delle piante, degli animali. Se non si comprende la “dimensione ontologica” della terra come “essere che vive e fa vivere altri esseri viventi” e come “spazio vitale” dove si origina la vita avremo sempre una visione mutilata della realtà della natura e non saremo in grado di progettare nessun futuro per il pianeta e nemmeno forme armoniche di convivenza fra tutti gli esseri viventi: uomini, piante, animali. In questo grande vuoto culturale e antropologico circa il valore della terra, che la “prassi antropocentrica” ha ridotto a “merce” e a un banalissimo “fattore produttivo” utile a incrementare il PIL, precipitano temi come la biodiversità, i cambiamenti climatici, le nuove epidemie, ecc.
L’opinione pubblica non riesce a cogliere non solo la “dimensione ontologica”, ma nemmeno la “dimensione biologica” della terra. Infatti, quando si ragiona sulla “perdita di biodiversità” il primo pensiero va ai grandi mammiferi e non al rischio di estinzione di numerosissime specie presenti nei primi 40 centimetri di quello “strato” che non è altro che la “pelle del pianeta”. E, nonostante si stimi che due terzi di tutte le specie vivano nel suolo, meno che meno il pensiero va agli infinitesimali "microrganismi" che costituiscono l’anello di congiunzione tra la salute del terreno, il benessere degli alberi e delle piante, il benessere dell’uomo, il benessere degli animali.
Il vuoto culturale che accompagna la mancata percezione della dimensione “ontologica” e “biologica” della terra (suolo) si ripercuote inevitabilmente anche sulla sua dimensione “geomorfologica”, “fisica”, “geografica”: intesa proprio come “spazio fisico vitale” per la vita di tutti gli esseri viventi.