[Riprendo da Telmo Pievani, La Terra dopo di noi, 2019, Contrasto Editore]
L’idea di una terra postuma e priva di essere umani non è davvero originale. Nel 1824, ragionando sull'illusorietà dell'antropocentrismo, avviata nel Settecento da Voltaire e De Fontenelle, Giacomo Leopardi ne aveva immaginato nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo contenuto nelle Operette Morali (Altri 'capitoli' trattano, seppur in diverso modo, l’argomento della sparizione degli uomini, ad esempio: il Dialogo della natura e un islandese, Dialogo di Ercole e Atlante, il Dialogo tra la Terra e la Luna, il Dialogo di un Cavallo e un Bue).
Lo gnomo è in avanscoperta per verificare il motivo della strana inazione degli umani, che da tempo non saccheggiano e non mercanteggiano. Il folletto gli comunica che “gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta”, e che dunque “non si trova più regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti sfumati: non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l’uno all’altro come uovo a uovo”. Eppure la natura ha ripreso il suo corso: “il sole si è levato o caricato, fa caldo e freddo, qua e là è piovuto o nevicato o ha tirato vento”.
Che cosa sarà mai successo? Si sono estinti da soli, spiega il folletto, “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male”. Deve esserci voluto dell’impegno, per finire proprio tutti, commenta lo gnomo, Così il folletto precisa che di per sé la scomparsa di una specie non è una stranezza (“varie qualità di bestie si trovarono anticamente che oggi non si trovano, salvo pochi ossami impietriti”), semmai la bizzarria è che questa volta una specie abbia usato “tanti artifizi” per mandarsi da sola alla malora.
Il commento di Leopardi, in bocca allo gnomo, è perfido: “Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitasse, e sapere quello che penserebbe vedendo che le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli”. L’umanità non è indispensabile, conclude il poeta, e quando essa non ci sarà più le stelle e i pianeti non smetteranno per questo di tramontare; “la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si asciughi”.
[Riprendo da Patrizia Linossi, Il Dialogo di un folletto e di uno gnomo: la critica di Leopardi all’antropocentrismo, Zibaldone. Estudios Italianos - Vol. XII (2024): 42-51]
1) L’uomo dipende dalla natura e non viceversa. La scelta di personaggi non umani rappresenta l’intento leopardiano di ridimensionare il ruolo dell’uomo rispetto all’esistente, denunciandone ironicamente la presunzione, l’ingenuità ed i limiti. [...] L’umanità presume di sapere ma in verità poco sa del pianeta che abita, tanto è vero che, come ancora avverte il folletto “infinite specie di animali non sono state mai viste né conosciute dagli uomini”. Eppure, come rileva il folletto: “Io tengo per fermo che anche le lucertole o i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta a uso della propria specie”. L’autocentrismo è un male del mondo poiché è un limite conoscitivo. Nello stesso tempo in cui li critica, Leopardi assegna però agli uomini una grande responsabilità: l’umanità, differentemente dalle altre specie, è l’unica specie morale.
2) L’estinzione che presagiva Leopardi oggi è un rischio tutt’altro che astratto. Leopardi non poteva immaginarlo ma in qualche misura ha avvertito l’impatto nefasto dell’uomo sulla natura. Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo un’indefinita catastrofe ha portato a compimento un processo di autodistruzione che però, è essenziale specificarlo, ha avviato l’uomo stesso. La capacità che dimostra l’uomo nel distruggere lo rende nemico della propria stessa specie. Se l’uomo è capace di azioni che minano la sopravvivenza stessa della sua specie e l’ambiente in cui vive, allora siamo di fronte a una nuova crisi dell’antropocentrismo, stavolta intesa come la centralità che dovrebbe avere la vita e il benessere umano.
3) Lo gnomo ci parla di una natura attaccata e sopraffatta dalla mania del controllo umano, violentata da uno sfruttamento incontrollato: “Tra l’altre cose che facevano a questo e a quello, s’inabissavano le mille braccia sotterra e ci rapivano per forza la roba nostra, dicendo che ella si apparteneva al genere umano”. Purtroppo, questa attitudine di rapina e di scempio nei confronti delle risorse naturali si perpetua nell’attualità come un triste strascico della più negativa visione egoista ed autocentrata dell’uomo.