Francesco riformula (quasi riprende per mano) le gerarchiche e rigidamente piramidali elencazioni della Genesi, del Salmo 148 e del Cantico di Daniele (Dn 3, 51-90) e le converte con dolcezza nell'armonica e fraterna circolarità del Cantico delle Creature.

Il senso della sua conversione è quello di ridimensionare il ruolo dell’uomo nel contesto naturale, ricordargli il senso del limite ed il rispetto delle regole per vivere (e perfino morire) in armonia con l’universo circostante ed il proprio credo. 

Qui e qui alcuni spunti interessanti riguardo al Salmo 148 e al Cantico di Daniele.


Riporto un articolo di Paola Giacomoni, autrice di La Terra siamo noi - Una filosofia per il Pianeta

"La Terra sta riacquistando un nuovo protagonismo da quando alcuni fenomeni inattesi l’hanno fatta salire oltre la soglia percettiva umana che - per un bias della visibilità che attribuisce valore solo a ciò che si staglia davanti agli occhi - tendeva a non vedere e a non ascoltare i risultati della nostra azione su di lei, cosa che ora sembra meno possibile trascurare. 

Normalmente invisibile, silenziosa sotto i nostri piedi, pensata come uniforme e indifferenziata, la Terra acquista di anno in anno un nuovo protagonismo con la Giornata della Terra, festeggiata in tutto il mondo il 22 aprile a partire dal 1972. Siamo abituati a dare per scontata la Terra come base inalterabile della nostra creativa vicenda storica, come supporto saldo e solido del nostro imprevedibile agire, come silente fondamento di ogni trasformazione. La Terra sta riacquistando un nuovo protagonismo da quando alcuni fenomeni inattesi l’hanno fatta salire oltre la soglia percettiva umana che - per un bias della visibilità che attribuisce valore solo a ciò che si staglia davanti agli occhi - tendeva a non vedere e a non ascoltare i risultati della nostra azione su di lei, cosa che ora sembra sempre meno possibile trascurare. Dalla tempesta Vaia all’erosione delle spiagge, dal riscaldamento dei mari alla scomparsa delle stagioni meteorologiche.

Abbiamo cominciato da poco a parlare della Terra come di un pianeta, a partire delle prime missioni spaziali degli anni Cinquanta e Sessanta che ce la mostrarono attraverso alcune immagini spettacolari. Prima non ne avevamo una percezione globale come di un corpo celeste con un suo posto nell’universo, non eravamo abituati a parlarne come di qualcosa di unitario, la sentivamo sempre come uno spazio diviso in stati, striato di confini e di conflitti, inevitabilmente frammentato e in fondo estraneo: nessuno ci si poteva riconoscere in toto. Solo vedendolo dal di fuori, come immagine unitaria e siderale, sostiene Matteo Vegetti nel suo bellissimo, L’invenzione del globo, Einaudi 2017, abbiamo potuto gradualmente percepirne il valore cosmico, che nella sua dimensione astrale corrisponde anche a una civilizzazione universale, rispetto alla quale i contrasti tra nazioni e culture si rivelano ristretti e contingenti. La connessione diventa visibile da quando la si può guardare dall’esterno. Può diventare luogo di unità tra gli esseri, può essere percepita come comunità di destino.

È a partire da questo che nacque la cosiddetta ipotesi Gaia, la teoria che James Lovelock - attivo alla Nasa negli anni Sessanta - propose in seguito per spiegare la differenza dell’atmosfera terrestre rispetto a quella di Venere e di Marte. 

Nonostante le critiche rivolte a questa teoria, che apparì all’inizio poco robusta scientificamente, la Terra poté essere comunque concepita come unità di elementi, viventi e non viventi, che cooperano per il risultato comune di un pianeta esteticamente abbagliante perché pieno di vita.

Un risultato che è oggi, con le correzioni e gli ampliamenti necessari, un’idea-guida per gli studi sulla Terra come oggetto globale, per gli Studi del Sistema Terra. L’idea è che la Terra possa essere considerata come un insieme complesso di relazioni capace di autoregolazione e che possa avere quindi caratteristiche paragonabili a quelle di un organismo. Anche gli elementi non viventi, a-biotici sono in questo caso di fondamentale importanza per la vita organica; l’insieme che se ne ricava può essere considerato un superorganismo, cioè un insieme organizzato di organismi, nonostante manchi alla Terra in quanto tale la capacità di riprodursi. Ma su questo le discussioni si infittiscono.

Oggi da più parti si sostiene che l’intera biosfera sia da considerare anche da un punto di vista morale. L’orizzonte dell’etica si sta ampliando: l’ambito entro cui possiamo interrogarci su ciò che è giusto moralmente nel nostro agire nel mondo, su che cosa sia un bene per noi, si è molto esteso.

L’etica tradizionale è antropocentrica: assegna valore positivo o negativo solo all’azione dell’uomo nei confronti dei suoi simili. Considera il rapporto con gli altri esseri viventi e con la biosfera come moralmente neutri: la natura è semplicemente la base del nostro agire e non si pongono questioni riguardanti la sua autoconservazione e la sua integrità. Ora le cose cambiano e un muto appello all’integrità sembra salire dalla totalità del mondo vivente. Inoltre per l’etica tradizionale la presenza dell’essere umano nel mondo era un dato originario e indiscutibile, dal quale nasceva ogni idea di comportamento morale. Ora è invece diventato necessario assicurare la presenza futura di esseri umani sul pianeta di fronte alla minaccia di una possibile trasformazione radicale delle condizioni di vita dell’umanità futura come effetto del cambiamento climatico.

Le conseguenze non previste del nostro agire oggi implicano la responsabilità verso gli esseri umani futuri [riprenderò questo tema nel capitolo 4]. Chi non esiste ancora non ha diritti, è l’obiezione classica, ma la possibilità della prosecuzione dell’umanità in condizioni simili a quelle attuali implica un’assunzione di responsabilità nei confronti delle generazioni future, cui già addossiamo molti pesi, come l’ingente debito accumulato a livello internazionale che qualcuno dovrà pagare in un contratto cui non ha partecipato. Come suggeriva uno degli inventori dell’ambientalismo, Aldo Leopold, già a metà del secolo scorso, è possibile pensare a una nuova Etica della Terra come una dimensione normativa che tiene conto dei tempi e dei valori dell’intera comunità biotica nelle sue diverse componenti. L’essere umano è da considerare come una - e non l’unica - delle istanze da cui nascono i valori, occorre inserire la sua storia all’interno della storia del pianeta, in una relazione non più di dominio, ma di collaborazione o anche di alleanza con tutto ciò che non è umano, con gli animali, le piante e con l’ambiente abiotico. In tal modo possiamo entrare in «sintonia col non umano», come suggerisce oggi il filosofo britannico Timothy Morton, creare con l’ambiente una sorta di «intimità ecologica», senza che ci sentiamo in diritto di usarlo ai nostri fini senza tener conto del suo valore intrinseco."


Riguardo l'Ipotesi Gaia, qui un articolo critico che sottolinea come sia usata, al pari del concetto di resilienza, per promuovere di fatto il business as usual, cioè la volontà di mantenere la crescita economica davanti a qualsiasi difficoltà.