Mattia

La strada acquistava velocità, sotto il suo pedale. Ogni curva finiva inghiottita da quella corsa veloce, mentre i fari stanavano il buio tra gli argini e la campagna, svelando sagome ramificate di mostri preistorici che non gradivano invasioni aliene.

Mattia e i suoi compagni di viaggio avevano consumato la serata e gran parte della notte tra un locale e l'altro, bevendo e facendosi, come erano soliti dire.

Erano l'espressione più buia di quel epoca che aveva fatto del nichilismo storico una bandiera.

L'assenza di una trama di futuro, mischiatasi con l'innovazione cibernetica che ha accelerato le sequenze temporali, stava amplificando il senso d'inutilità nella psiche alterata di quei ragazzi, veri oggetti di scarto di una sistema in cui l'uomo è sostituito da macchine pensanti.

La grande fede nella scienza con le tecnologie che le erano venute dietro, ha generato un grosso handicap storico: l'uomo ha perso il valore economico, non essendo più il fulcro generativo della ricchezza con la sua forza lavoro.

Nodo questo del contrasto liberista e marxista, ma ora egli si è scolorato, come un acquarello macchiaiolo che sbavando i contorni, dà solo le impressioni delle cose.

Mattia e i tanti giovani della sua generazione erano gli stampi vuoti di una vita che sradicata, si stava bruciando nella veloce successione degli attimi vitali, in cui tutto è inghiottito, come quella strada nella folle corsa.

In loro non c'era cattiveria, né negligenza, né incoscienza. Solo assenza di un germe di futuro a cui ancorarsi e modellarsi in una prospettiva di significato. Essi erano uno spazio-tempo senza un sogno o un ricordo.

Prigionieri dell'attimo, avevano azzerato ogni possibilità evolutiva, rinchiudendosi in una piccolissima bolla di sé, che li faceva vagheggiare come nuvole sospese.

Erano un sistema nuvoloso a pecorelle, che preanuncia la pioggia, ma non ne conosce l'odore al contatto del suolo.

Erano i poveri mendicanti delle emozioni, delle sensazioni, delle eccitazioni... di tutto quel insieme di gusto che rende il sapore al permanere nella vita.

In tale vuoto di percezione, solo la folle corsa riusciva ad allentare il buio del nulla; ma, essendo il gioco della vita una partita a più soggetti, essi non percepirono cosa avesse in serbo il futuro.

Lo schianto fu improvviso, il buio si squarciò in un immane dolore, che faceva digrignare i denti, mentre uno zampillare di calore copriva l'asfalto ghiacciato, invaso da lamiere.

Mario di ritorno da Roma ripercorreva tutti i punti della deludente riunione. Aveva un senso di presagio nefasto. Non vedeva una via d'uscita.

All'improvviso i fari lo abbagliarono, tutto fu come quel tuono nella notte del Pascoli, che si attutì nel “dolce canto di culla ”. Vide il sorriso ampio di suo padre che lo prendeva per mano e lo allontanava, da tanto strazio. Mentre sull'asfalto restava un corpo senza più un respiro.

Aveva fermato la folle corsa di quei giovani, permettendo alla vita di catturali per radicarli, come seme che marcisce, nel senso di quella insensata cecità.









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