Alessandro

Camminava nel corridoio di quella struttura così avveniristica definita il tempio della scienza mondiale, non come quei ricercatori lì di fianco, persi nella ragnatela dei pensieri, ma come il turista giapponese a Roma, che girando in tondo cerca di scattare ogni frammento di quel palcoscenico, per portarselo a casa, in un ricordo.

Alessandro, da quando aveva saputo di essere stato prescelto dall'Associazione Matematici Italiani per un anno di studio al MIT di Boston, non era stato più lo stesso, era come se per incanto il dio dell'impossibile gli avesse aperto la porta del paradiso, invitandolo ad entrare.

MIT... formula magica!

Quando in facoltà lo si nominava, tutti gli occhi si facevano attenti e distanti.

Attenti, poiché era come inoltrarsi in un ragionamento troppo articolato, con un grado più alto d'attenzione.

Distanti, perché nel sogno di ogni ricercatore c'è la speranza d'isolare, lì, la formula per la panacea della vita.

E se ne era accorto subito Alessandro, dal modo come in facoltà avevano iniziato a guardarlo. Di colpo era salito al gradino più alto della loro stima.

Strana la vita, perché ti sia riconosciuta la dignità, si devono percorrere le strade dei desideri altrui.

Più si è quello che l'altro vorrebbe essere e più si è ossequiati, mentre sarebbe molto più facile vivere, ognuno la propria verità, già inscritta in ogni privato tracciato di DNA.

Camminava in quei corridoi per carpirne il sapore, il respiro della vita e, sigillato in valigia, portarlo a casa da Regina, forse l'unica che era rimasta indifferente alla sua ascesa di livello.

Per questo l'amava, per lei non era lo “scienziato pazzo” che sapeva rivoltare in un secondo tutte le proiezioni di un sistema, snidando inghippi che aprivano a nuovi intoppi, come nel gioco a mosca cieca. Per Regina lui era Alessandro, punto e basta!

Lo colpiva il silenzio asettico di quella struttura ampia a tinte accese che a primo acchito toglieva il respiro, poi piano, piano anche il calore.

Era uno spazio privo di cuore.

C'era troppa ragione e lo si vedeva dalle postazioni di rete dislocate nei posti più svariati; dal camminare dei ragazzi con un portatile aperto in mano, presi a digitare senza guardare; dal bar con quella composizione di tavoli arancioni, come quadri della Pop Art, freddi al tatto. Senza scordare i vari robottini che facevano avanti e dietro, oltre le vetrate.

Tutto era come fermo, in una bolla di sapone, pronta ad esplodere.

Sentì un brivido lungo la schiena, come presagio di quel dolore antico. Cercò di porre un rimedio al senso d'estraneità e si finse attento a studiare un quadro un po' insolito. Non era il frutto dell'estro di un pittore, ma la mappa del tempo di uno storico che ritraeva il presente dalla traiettoria del passato, proteso verso il futuro.

Fu lì che vide la donna che percependolo prontamente disse, rivolta verso il quadro:

- C'è un errore di fondo. Come direste voi scienziati un errore concettuale o strutturale? Il futuro, il presente e il passato non si possono disporre su un'evoluzione a linea retta. Nella realtà il presente è un ribollire di tanti fatti a tempo 0, che emergono dal vuoto del campo storico. Il passato e il futuro, ordinati e narrati sono speculari più ad un occhio-lente di lettura che ai fatti in sé.

La dinamica storica non è a linea, ma a frattale, con pieni e vuoti, come una spugna con creste e nicchie.

Lo colpì la chiarezza con cui asseriva il suo uovo di Colombo.

Se la storia è un'esplosione frattale, di presente in presente, - le chiese - allora tutte le carte di lettura storiografiche sono errate?

Si. - rispose lei serafica. E, poi, si presentò: – Agnese, italiana curiosa di vedere il luogo della scienza con la maiuscola.

Si separarono, ma il caso, come la calamita con i chiodi sparsi sul pavimento, a distanza di due giorni li convogliò nello stesso punto, con gli sguardi nuovamente indirizzati verso la medesima parete.

Il poster dello storico di Harvard era stato sostituito con un Matisse.

Strano - disse la donna - si direbbe quasi che un orecchio nascosto abbia ascoltato la nostra conversazione dell'altro giorno! - E rise piano, piano, per essere intonata con la scienza.

Alessandro, qualche mese dopo, ripensò alla stranezza di quel evento. Stava percependo, in tutto quel tempio del silenzio, il peso storico degli strati delle ricerche che, ingabbiati in carte di lettura, imploravano una nuova apertura logica.

L'idea a frattale del fatto storico che emergeva dallo spartiacque di anonimi passati e futuri, si prestava bene, come bussola cognitiva, per la sua carta dei mercati. Era come se quel giorno, la chiave del nuovo castello di teorie, da chi sa quale dimensione, fosse arrivata fino a lui, in quell'incontro.









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