Salvatore e la "Famiglia"

Non era d'indole cattiva Salvatore, poteva essere chiamato una vittima di eventi più grandi di lui. Il suo ingresso nella vita era avvenuto da una porta piccola, molto piccola.

Era la sua una famiglia affiliata, per cui il suo futuro era già tutto segnato. Il fratello, il padre, lo zio e tutti i cugini erano al servizio di don Rocco, per il quale facevano il lavoro sporco.

Con lui don Rocco era stato generoso, aveva preteso che studiasse, perché anche la “famiglia”, come la chiamava, doveva essere al passo con i tempi.

Aveva frequentato l'istituto tecnico per geometri poi ingegneria per l'ambiente e il territorio, a Torino, e tornato a casa si era inserito nella “cricca” politica degli appalti pubblici.

Don Rocco, - gli diceva sempre, - mi raccomando fatti ben volere e sii ombra, ascolta e memorizza, la famiglia deve sapere tutto!

Quella sua doppia veste lo aveva ai tempi della scuola un po' angustiato, quando in classe si facevano discorsi d'onestà e di giustizia, specialmente con la professoressa di italiano; ma aveva imparato bene il gioco del silenzio.

Quando i contrasti si fanno accesi, la posizione del silenzio è la forma bivalente di assenso e di dissenso e ciascuna delle due parti legge in tale vuoto una forma di corrispondenza alla propria tesi. Così lui era diventato amico di chi credeva nella giustizia sociale e di chi la negava. In tale essere amico di tutti, raccoglieva le confidenze di quello e di quell'altro.

Essere un confidente lo portava ad esercitare quel ruolo che don Rocco, sin da bambino, gli aveva affidato con molta arguzia.

Era entrato anche nel partito e aveva raccolto giorno, dopo giorno, le piccole confidenze di tante mezze verità che poi don Rocco aveva riordinato nell'intero puzzle delle connivenze.

C'è nella logica organizzativa malavitosa una forma di giustizia sociale, come se si fosse arbitri di una partita della nazionale, che dia il controllo del gioco.

La famiglia, in tutte quelle controversie di partiti e vendite delle coscienze, aveva infiltrato i suoi aguzzini e si era fatta una mappatura super-parte dei movimenti di monete, di assegnazione di appalti, di attribuzione di incarichi, di trasferimenti di società...

Lo stesso sottosegretario era un suo uomo che svolgeva il doppio ruolo, all'insaputa di Luigi che, per correre dietro alla sua ambizione, si era prestato ad alterare le gare.

Don Rocco aveva spiegato bene a Salvatore come si sarebbero evolute le cose: 

- Quel idiota, sarà lui stesso a darci la sua azienda! Bisogna solo aspettare, quieti. Si sporcherà da solo le mani e noi gli presenteremo un conto molto salato! La sua azienda avrà una impennata, quando noi inizieremo ad operare, da azionisti maggioritari.

Il gioco era semplice, infiltrarsi nel tessuto economico, entrare nelle stesse maglie produttive, pilotare i mercati e fare della “fabbrica del denaro” l'unica verità economica e sociale.

Don Rocco lo istruiva bene: 

- La logica a logge della politica è il migliore terreno di coltura per la “famiglia”. Insieme ci auto-alimentiamo e siamo funzionali l'una all'altra. La politica è il paravento, la facciata rispettabile, mentre noi siamo i silenziosi custodi dell'ordine. La giustizia vera!

Proprio in tale vincolo si perpetuano le caste con le supremazie che rendono “isolati” gli uomini, in nome di un ordine fortemente disumanizzato che si fa prigione di civiltà.

C'è nella logica del male sociale una formula, quasi religiosa, di controllo delle gerarchie di potere, per impedire il disordine economico.

In tale veste di supervisore, come un redentore storico, c'è l'auto-assoluzione che rende serene le coscienze, si agisce per il bene collettivo, certo con qualche sacrificio o crudeltà, ma nella totale convinzione di essere la via salvezza da una umanità marcia.









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