Giacomo

Si sentiva più un tecnico del cervello che un esperto della mente, aveva bisogno di rivedere tutte le sue acquisizioni. Col tempo gli era maturata una forma d'idiosincrasia nei confronti della psicanalisi, cominciava a considerarla inutile non producendo una vera guarigione.

C'è in quella mania – pensava Giacomo - d'indagare i tracciati del passato una certa incongruenza con quanto la scienza sta affermando, dopo la cibernetica.

Se l'osservatore è in grado di perturbare l'osservato, modificando lo stato del sistema, allora che senso ha scavare nei ricordi e riportare alla coscienza alcuni stati di un passato che chiede un  " porto sepolto " ?

Se l'osservatore turba il campo, come credere alle veridicità di quella folata di ricordi che affiorano ad ogni seduta, come quel “nevica la frasca” del poeta?

Perso nelle sue trame, Giacomo non si era accorto che Ernesta era entrata nello studio. La donna lo stava osservando con un velo nello sguardo. Conosceva quelle sue battaglie che non gli davano pace e ogni volta un senso d'impotenza l'avvolgeva, come a soffocarla.

Quando si vuole bene, il più grande dolore nasce dall'impotenza a poter dare. Volentieri lei si sarebbe fatta boccone, per quel demone che lo legava con tutti quei grovigli di pensieri.

Dopo il liceo, Giacono aveva deciso di studiare medicina, poi psichiatria, non tanto per passione, quando per necessità. Nelle stanze della sua mente c'erano troppi buchi neri di detti non raccontati. Molte porte chiuse dai tanti veti di facciata e dalle tante ore di solitudine.

C'era poi quella voce del professore di filosofia che lo affossava, tra fiumi di parole. Quell'azione ipnotica lo soggiogava e lo allacciava in una dipendenza più tragica di quella di suo padre. Si sentiva imbavagliato in un tremore che non gli permetteva di essere ragazzo, come i tanti compagni che incrociava nei corridoi della scuola.

Aveva imparato a dare tregua alla sua pena, un sorso, dopo un altro; dapprima fu birra, poi vino e infine super alcolici.

Era stata Cinzia, una studentessa calabrese che studiava, come lui, a Padova che gli aveva fatto capire la sua passione per le donne.

Con Cinzia non era stato amore. Ogni qual volta i loro sguardi si incontravano, in un corridoio o a mensa, era come se la mente smettesse d'esistere, mentre i corpi impazziti, anelavano ad un nascondiglio per annodarsi in mille e mille forme.

Il sesso senza amore non dà sazietà, ne chiede e richiede e ancora, come quelle tre gole del demone degli inferi, a cui Virgilio buttò della terra per raggirarlo.

C'è sempre un attimo dopo l'amplesso che la coscienza fa il bilancio dell'azione e si attribuisce il valore. È quella frazione di presente, in cui si è nudi di fronte al privatissimo alito di sé. Solo allora in perfetta nudità si pesa il reale grado di dignità.

In quel quanto di vita che vive la frazione di un secondo, c'è una doppia possibilità d'evoluzione o verso il vuoto o verso il pieno: il primo dà il brivido del fallimento, il secondo la leggerezza dell'essere, e qui nasce la sazietà.

Da quel brivido, che troppo bene conosceva, Giacomo aveva imparato il valore di sé.

La sua diagnosi era spietata, non per l'azione, ma per la mancanza di slancio nel cuore. Rubare il respiro di Cinzia, stancandola senza ritegno; marchiandola come la frontiera del suo diritto di prelazione. Depauperandola, con cinico calcolo, di gradi sempre più alti d'innocenza.

- Dottore, la paziente della stanza 13 ha avuto una crisi, cosa le posso somministrare? - Con queste poche parole Ernesta lo stappò ai suoi pensieri, dando così tregua al suo cercare.









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