Enrico

Lo stato della scienza è ad un punto morto, manca un salto di paradigma che apra ad una nuova organizzazione! - Enrico si convinceva sempre più di questo - c'è una forma di malattia mentale che rende frantumate le conclusioni delle ricerche! Si è perso il legame osservatore-osservato-osservazione!

Con tutte le sue puntualizzazioni Agnese aveva smosso la sua coscienza, mostrandogli come in una “topologia di pensiero a frattale”, il dentro-soggetto e il fuori-oggetto fossero un unico sistema relazionale, vincolato all'occhio-mente dell'osservatore che ne traccia, in sincronia, i due territori.

Il mondo e l'io, apparentemente scissi, di fatto sono l'uno il rispecchiamento dell'altro. Lei aveva insistito molto durante i loro contrasti sulla struttura a spugna della realtà storica e per ricaduta su quella, sempre a spugna, del pensiero.

La scienza, - gli aveva più volte ripetuto - si è evoluta in senso uni-direzionale, ha allargato e quintuplicato le conoscenze del “mondo”, ma non si è aperta alle dinamiche interne dell'io-osservatore, a quello spazio interiore che di fatto dà il senso-direzione all'azione del ricercare. La ricerca, in tale limitarsi al solo campo del “fuori” della coscienza, ha finito con lo smarrire il soggetto storico, estraniandosi dalla stessa realtà uomo.

Enrico ora, alla luce degli ultimi accadimenti, cominciava a comprendere le verità d'Agnese.

Una scienza senza uomo è il colmo dell'idiozia! - si disse, mentre si sentiva un estraneo alla vita.

In piena crisi di ruolo, iniziò a ragionare su quella struttura, come Agnese sosteneva, a “nastro di Möbius” del ricercare.

Gli era sempre più chiaro come fosse lo stesso osservatore a costruire lo spessore della realtà io/mondo, in un accoppiamento continuo di forme, significati, territori.

Il fuoco della sua indagine si era spostato dalla “cosa mondo”, alla relazione “io/cosa” e gli si erano aperti scenari nuovi, che, come lei affermava, di finestra in finestra, mostravano una realtà fortemente dinamica e multiforme, in grado di svelare la molteplicità naturale della vita..

Di pari passo al procedere della rivisitazione delle sue certezze, in Enrico cresceva il senso di colpa per essere stato tanto severo nel giudicare Agnese.

In fondo lei, con quella apparente forma d'invadenza, aveva solo cercato di porgergli un'altra lente di lettura, che lui, in quel momento, non aveva capito. Tutto preso a contraddirla, non aveva colto che la verità ha una molteplicità frattale di sfaccettature, che restano vincolate ai modi con cui l'osservatore si posiziona nell'azione di lettura.

Arroccato in una linearità di occhio, aveva finito con il giudicarla malamente e farla sentire inadeguata alla ricerca.

Si disse, quasi a giustificarsi: - ho agito d'istinto, solo perché non ho accettato i vincoli che mi erano stati posti da una osservatrice, senza carte e titoli per misurarsi con la scienza!

Questa chiusura lo aveva reso cieco, come avvitato in una sacca di buio, proprio lui che si definiva svincolato dalle strettoie.

Ora che lei si era allontanata, tutto si stava ribaltando, proprio come in quel nastro di Möbius in cui il centro si fa periferia.

Aveva peccato di superbia. Solo ora lo comprendeva bene, molto bene, tanto da sentirsi un perfetto idiota.

Ma il senno del dopo è degli sciocchi! - Si disse, mentre guardava le carte con gli appunti sulla scrivania - alla resa dei conti, in quell'incontro, ho scelto di non fermarmi ad ascoltate!

In quel non aver voluto ricambiare l'attenzione di Agnese, Enrico si era arrenato come una barca dimenticata.

La vita a volte è buffa, quando uno crede di essere ormai adulto, scopre il suo essere bambino. Rispecchiarsi in un altro sé, di sé, spesso fa paura. Non sempre si ha voglia d'ispezionarsi.

Aveva scelto le conversazioni ferme alla superficie, fatte di si e di no formali, non in grado d'aprire spaccati di vissuti, in una coscienza tutta occupata ad indagare isolati mondi esterni.


Non aveva voluto lacci e nodi tra sentimenti, parole, attese... ma nel non aver voluto incamminarsi in un sentiero sdruccioloso, aveva posto un limite al suo sé, confinandosi un uno spazio di uomo a metà.









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