Agnese

Adorava la poesia che cela le cose in un riflesso d'eco lontano. Aveva praticato sin da bambina i poeti, voleva carpirne l'arte. La vita le si porgeva come schiuma allo scoglio, viva, ridente ma facile a dileguarsi. In tale gioco di risacche la storia trovava trame nella sua mente e ogni trama un filo teso a quel grido primordiale che attraversando l'ignoto, apre al respiro della vita.

Agnese stava cercando tra le righe colme di parole, quei sensi celati che si fanno chiavi di spazi ben più complessi. Della poesia quello che più l'attraeva era il vuoto di parole, quello spazio comunemente chiamato “scarto” che fa di un narrato, una lirica.

Stava preparando la lezione, per gli esami Montale era il più papabile, doveva trovare l'appiglio giusto per farne l'attrattore mentale dei ragazzi e renderli forti di fronte alla commissione.

Le tornò un verso:

Orditi non gridati

si tendevano

alle bigamie

dei pensieri...

come voce dei silenzi...

Ecco, aveva bisogno di un ordito, quale traccia disposta a farsi nodo e, poi rete e, ancora tessuto. Lesse con ritmo calcolato le strofe più care di “Ossi di seppia”:

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d'orto...

abbaglia … meraviglia … travaglio … muraglia ... bottiglia.

La poesia è musica fattasi parola, - si disse - ogni parola è una particella topologica che crea uno spazio-nicchia nella coscienza e ogni spazio è una possibilità del movimento vitale che chiede d'essere allacciato ad un significato.

Ciascun significato è un universo di percezioni lievi che danno veste storica ad un detto che così agghindato si presta ad essere tramandato: di stanza in stanza, di uomo in uomo, di tempo in tempo.

Entrare nella psiche del poeta è imparare a percepire il movimento della sua anima. È un camminare in punta di piedi sulle sabbie mobili del suo sentito, di cui la parola è solo l'orlo.

Praticare le spiagge montaliane - pensò ancora - è un aprirsi all'etica di un giusto, che resta scavata di fronte al ferro delle armi.

Nella sua poesia, così essenziale, c'è tutto lo stridore della battaglia che dà spazio alla stupidità delle frontiere, delle razze, delle divise e dei vessilli che tagliano i viventi in tanti scarti scomposti, come quelle “scaglie” di mare lontano o i “cocci aguzzi” in cima alla “muraglia”.

Aveva finito, sentì le palpebre anch'esse scavate, gli occhi l'avevano abbandonata per lo sforzo di voler vedere.

Aveva squarciato il non detto del poeta e fatto l'orlo a giorno al suo osso di parola e ora, sfinita, poteva porgere quell'ordito a Marco, a Claudia, a Lidia e a Giuseppe che, all'esame, sarebbero stati in grado di annodarlo nel “tessuto” della loro forza.









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