Introduzione

A mia figlia,

tanto amata e ragionata,

ma mai nata. 


Premessa

Da un po' di tempo mi stava accadendo una cosa strana, prima di addormentarmi, visualizzavo una serie veloce di scene, come delle porte che si aprissero e si chiudessero, con delle sagome umane.

Una sera fu così forte la percezione che iniziai a preoccuparmi:

  • Era, invece, solamente la mia mente che si era già messa in moto e mi stava mostrando il modo come strutturare il nuovo lavoro.

Non so se a voi succeda, ma quando sto per scrivere mi capitano delle visualizzazioni che mi aprono a quelle trame che poi andrò a raccontare. Penso che noi sperimentiamo prima con il corpo e poi con il pensiero. Quando questo accade la scrittura assume una forza maggiore, un'aderenza più grande alla realtà che si mostra ai nostri occhi in tutta la sua complessa bellezza.

In Il grido ho voluto creare un disordine di situazioni e tempi con dei personaggi appena abbozzati, che entrano ed escono da un groviglio di trame. Alcuni si incontrano, altri no. Il tutto può essere letto come un viaggio nella psiche che si nuove in uno spazio-tempo difforme da quello della realtà definita oggettiva:

  • Come se fosse una psiche trasversale che parla a sé di tutto.

In questo tutto ho cercato di superare le divisioni di una logica a discipline scollegate, priva di interferenze di significati che rendendo schizati i saperi, li condanna ad essere estranei. In tale vecchio modo d'organizzare la coscienza colgo una "diffidenza" mal celata che rende aggressive le comunicazioni, oltre che incapaci a rendere lo slancio vitale della dimensione dell'incontro.

Come dico in queste pagine è nell'incontro che si crea quella “scaglia” di tempo presente, così fragile, così vera e unica che rende possibile il rispecchiarsi e l'attraversarsi l'un l'altro.

La stessa tecnica del “rispecchiamento”, in psicologia, permette di cogliere il modo come l'altro ci legge ed è molto interessante per studiare se stessi.

Non c'è corrispondenza tra una lettura interna al soggetto e una esterna allo stesso soggetto attuata da un interlocutore.

Molte sono le teorie sulla mente, ma esse sono semplici "carte di lettura" incomplete. Ognuno può costruire la sua carta, che può rivelarsi adeguata per alcune espressioni e non per altre aree di realtà; mentre la verità, da cui non si può prescindere senza essere superbi, è che noi siamo un'incognita della vita, alla vita. Destinata a rimanere tale e matematicamente dimostrabile:

  • l'insieme delle bambole non può contenere l'insieme dei giocattoli.

La mente è in grado di tessere fili con ritmi discreti che si fanno un tutto, nell'azione di lettura. Per questo si può parlare di un soggettivismo cognitivo, funzionale a letture e azioni storiche circoscritte.

Il comunicare poi è un bisogno primordiale, meglio ancestrale che si attua già nell'utero materno, quando si inizia a scalciare per segnalare la presenza.

Il parlare è la porta di uscita dal sé, per farci ricalare nuovamente nel sé:

  • in tale circolarità siamo disposti ad incontrare l'altro e noi stessi.

Come due territori (io/tu) che si prestano ad essere esplorati, meglio ispezionati, e in tale sopralluogo l'essere un estraneo lascia il posto all'essere un riconosciuto e un amato.

Nell'incontro c'è l'assimilazione che rende speculari e similari nello spazio più ampio del noi:

  • Essere un noi rende meno soli e così quel soggettivismo cognitivo da privato si evolve in sociale, universale.
In tale essere un uno nel tutto vitale, ogni soggetto può trovare alloggio e dimora nel sfera "alta" della Vita.

Il ritmo del racconto, per essere in linea con la “logica aperta della mente” che si struttura in strati multi-proiettivi di consapevolezze, necessariamente è veloce, come il guizzo di un lampo-luce.

Ho cercato di eliminare più “fronzoli” possibili.

Ho cercato di essere essenziale, mi sono concessa solo qualche metafora, amo la poesia che rende l'innocenza dell'anima. È la forma più alta d'espressione del pensiero umano. La nicchia più segreta, privata e “scarna” del cuore, a cui bisogna accostarsi in punta di piedi, essendo “terra” consacrata.

Se dovessi definire questa mia fatica, è una "folata di pensieri in forma scomposta", così come è scomposta la mente.

Tanti echi, in echi di immagini che come bolle impalpabili emergono da un vuoto e si addensano e si diradano, si accoppiano e si lasciano, in un girotondo di ritmi lenti e veloci che rendono coesa la coscienza che altrimenti sarebbe scavata come quel vuoto di spugna che apre al nulla della vita, a quel “non essere che avrebbe potuto essere, al non più o al non ancora”.

La logica che fa da sfondo all'intreccio è quella biostorica che trova un fondamento cognitivo e rappresentativo nella fisica quantistica che ha posto l'attenzione, nell'osservazione, sull'infinitesimo piccolo - il quanto - che maggiormente si avvicina a quel anelito all'essere che si fa “respiro”.

Ecco, quello che ho voluto raffigurare in queste pagine disordinate secondo una logica lineare-temporale, ma stratificate come solo un sistema nuvoloso sa di essere per una visione eco-biostorica:

  • è il “respiro” che parte dal “grido” di inizio della vita.

Il respiro, di fatto, è l'unica opportunità storica che ci è data:

  •  Quel tempo 0 in cui l'io e il tutto di dio si fondono e, semplicemente, Sono.


Antonia Colamonico (biostorica)

Acquaviva delle Fonti, 22 Marzo 2011.


1° Ordito


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