Rita

La tela bianca poneva una forte resistenza all'azione del pennello, come una fanciulla presa a difendere la verginità, ma Rita non si lasciò scoraggiare. Calcolò il punto preciso in cui colpire quella purezza con quel rosso luccicante che aveva preparato con molta cura. Era proprio il suo corpo a sanguinare, si sentiva una trottola dismessa, in un angolo della stanza.

Non amava creare interferenze tra la sua arte e gli stati del suo cuore, aveva sin da bambina sentito un mugugno dentro che chiedeva una via d'uscita. Dipingere era stata la sola risposta che aveva trovato.

I suoi occhi erano attratti dai luoghi in cui gli spazi si intersecano, creando movimenti più che sagome di realtà, per questo aveva iniziato a tracciare strutture ricorsive, quali crisalidi che si incollano l'una sull'altra.

Aveva iniziato a studiare la fisica affascinata dai movimenti invisibili degli spazi pluridimensionali a cui l'occhio comune non è avvezzo. In tali giochi di proiezioni in proiezioni ambiva poter trasferire sulla tela, oltre l'ordine noto di quelle membrane che racchiudono gli oggetti, come la mela su di un tavolo, anche la trama degli ordini nascosti. Con intervalli regolari di spazi e di tempi, amava disegnare forme “non locali” che entravano in armonia, nei silenzi.

Quel giorno, come il pescatore è in attesa della primo vibrare del filo, così lei gingillava con l'inquadratura del suo occhio, per catturare il tempo 0 dell'incanto, in cui con uno strappo improvviso il vuoto dà lo spazio alla forma del reale.

La sua vera premura con quella tela bianca muta era poter bloccare quella frazione di presente, in cui si lacera il velo dell'invisibile e il reale si mostra, come la Venere del Botticelli, nella sua singolare bellezza.

Voleva, con un guizzo, fissare lo stato disfatto della sua anima che la conduceva giù, giù nel vuoto, dopo l'abbandono di quel pigmalione che aveva giocato con la sua emotività ed ambizione giovanile. Egli, pigramente, aveva creato una straordinaria lontananza tra le “strofe” della sua ragione e gli “svaghi” del suo cuore, aspettato come l'ispettore Sherlock Holmes, che fosse lei, la preda stessa, a strapparsi, senza neanche una parola.

Il suo cinismo da scienziato avvezzo a dissezionare dinamiche di campi con equazioni e corpi senza identità, ora, dopo il vortice dell'amore, la spingeva là, in quel lato a sinistra della tela, adagiata come una natura morta.

Aveva terminato la sua azione, preservando tutto il biancore della tela, eccetto quell'angolo, intriso di rosso che segnava quella traiettoria, ormai finita.

Si distanziò per leggere da lontano il suo dipinto.

Di tutto quel groviglio era rimasto solo quella vena di poesia che sarebbe stata superbamente affissa alla parete di un ignaro estimatore.

Aveva pagato un prezzo alto, ma la sua arte ne era uscita vittoriosa sulla scienza.









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