Caterina

Era stato preparato il viaggio con un notevole anticipo dal cappellano dell'ospedale che voleva coinvolgere il personale a partecipare all'evento. La beatificazione di Giovanni Paolo II era fissata per il primo maggio e sin da gennaio era stato pianificato il viaggio a Roma.

Caterina decise di partecipare, aveva ammirato molto la figura carismatica del pontefice polacco, sia per la capacità di comunicare con i giovani, sia per la profonda spiritualità.

Avvezza a interagire con i sofferenti aveva sviluppato nel tempo una forma di assuefazione alla materia. I corpi per lei non avevano più mistero e ora voleva una dimensione più radicale, più allargata della vita.

Aveva assistito a tante morti e, sempre, si era chiesta se in quel vuoto improvviso di respiro si annullasse il tutto di una vita.

Da ragazza si era definita atea, tutti quei discorsi religiosi di sua madre le avevano creato un senso di ribellione, li leggeva come una forma subdola per piegarla alla sua volontà tirannica e un po' reazionaria.

Col tempo si era resa conto che in tutte quelle pratiche e quei rituali, c'era una forma di vitalità, una specie di rigenerazione che diventava un'ancora di concretezza, per tenersi in vita.

Avevano contribuito i suoi pazienti a farle rileggere il suo rapporto con la fede.

Essi erano tutti devoti a qualche santo e non si vergognavano d'esibirlo e di pregarlo, con una forma d'abbandono fiducioso, tanto che ogni guarigione finiva con l'essere il risultato di un'intercessione, con una forma di disdegno del personale medico che per principio si definiva ateo.

In quel credere c'è una forma di speranza che aiutava a guarire! - si era detta osservando con attenzione tutte quelle tipologie di rapporti con il non visibile.

Ma la cosa che l'aveva impressionata maggiormente era che nei momenti precedenti il trapasso ogni malato raccontava di vedere i propri defunti che si facevano prossimi al letto e o li tenevano per mano o erano in silenziosa preghiera.

Inizialmente, tali racconti, li aveva giustificati come un'alterazione della dimensione di realtà per lo stato confusionale della malattia; solo dopo qualche anno, aveva cominciato ad essere più attenta alle narrazioni che avevano molte coincidenze comuni.

Nei tanti anni in corsia aveva svolto un lavoro d'assistenza psicologia non solo al malato, ma anche ai familiari e anche questi le avevano con familiarità confidato delle stranezze di presagi, di sogni premonitori, di devozioni...

Aveva, così, iniziato a registrare racconti su racconti e più approfondiva i discorsi e più la sua convinzione di materialismo storico si sfaldava.

Che cosa è la materia infondo se non una forma d'energia! Una forma di condensazione che si svela agli occhi! - Iniziava a dirsi, mentre apostrofava con nomi nuovi gli insegnamenti di sua madre.

Senza accorgersene aveva aperto la mente alla dimensione del mistero e allo stato di scetticismo era subentrata una dimensione d'ottimismo che le infondeva una forma di allegria che poi trasferiva, in corsia, ai suoi ammalati.

Se la vita non finisce in un respiro, allora c'è la possibilità di un dopo e in quel dopo trova una senso profondo ogni condizione terrena! - Si ripeté, anche quella mattina, mentre si preparava per il viaggio. - Ogni trapasso è un andare altre l'apparenza di un corpo di carne, è un valicare il tunnel del vuoto che apre ad una dimensione o di luce o di buio.

La luce e il buio erano le due parole più ricorrenti, nei racconti di chi usciva da uno stato di coma. I malati le raccontavano le impressioni vissute, dopo il risveglio, e ogni risveglio era per loro come una forma di rinascita, come segnati da un Invisibile che dava loro una dritta di significato, tanto che col tempo si mostravano persone nuove.

Caterina era molto concreta, nel suo lavoro era importante, per essere presente mentalmente oltre che fisicamente ad ogni evenienza, come quella mattina con la signora Giulia, ma il suo essere pronta non l'escludeva dal credere in una possibilità d'aiuto divino, come quella “valida venne una man dal cielo”.

Aveva, così, finito col credere in tutti gli insegnamenti di bambina, non vedendoli più come racconti di una umanità ancora fanciulla, ma come la vera forma della realtà che non può esaurirsi in una semplice dimensione materiale.

Mentre usciva di casa con il suo zaino in spalla, si ripeté: - la vita ha una forza che valica i confini della realtà corporea, se così non fosse che senso avrebbe il nascere e il morire delle cellule, il rigenerarsi della pelle, il crescere dei capelli, il battito del cuore, la forma delle parole, il luccichio dell'occhio... la tenerezza di una mamma, il dolore di un figlio...

Siamo sistemi in sistemi e ogni sistema è al servizio dell'altro. Così come io mi prendo cura del malato, il Tutto della vita si prende cura di ogni singola espressione vitale!

Alzò gli occhi al cielo e vide nell'azzurro una nuvola che lieta si faceva trasportare dal vento.

Ecco, - si disse - così io oggi voglio farmi trasportare della vita e vivere pienamente questa novità storica.

Con spirito fortemente credente, Caterina intraprese il viaggio verso la beatificazione di quel uomo che aveva fortemente creduto nell'indissolubilità della vita.









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