Enrico

C'è una forma di resistenza storica al nuovo, come un muro che blocca il passaggio delle nuove idee, dei nuovi tracciati di organizzazioni della realtà.

Enrico, quella mattina percepì come un senso di soffocamento. Aveva investito molta energia nell'isolare quella trama di ragionamento che smascherava l'intricato equivoco in cui erano caduti i ricercatori. Ma la risposta al suo articolo era stata negativa e tutto quel tempo dirottato dagli affetti e incanalato in quel rigagnolo di ossessiva inquadratura del puzzle, era risultato tempo sprecato.

Il mondo della ricerca ha un limite fisiologico nell'essere auto-referente di sé – si disse, fortemente irritato, – ognuno parla solo delle cose che già sa e vuole sempre risapere, impantanandosi in una melma di sensi comuni!

Dietro ogni scoperta c'è sempre un fattore ignoto, non decifrabile e non esprimibile che parte da quel vuoto quantistico che con un evento casuale, mentre si sta cercando altro, fa apparire all'improvviso, come da un nulla, una novità da circoscrivere, interpretare posizionare nella rete delle conoscenze.

Solo quando è emersa inizia l'operazione di descrizione di quella verità con tutto il processo di costruzione della forma che ne costituisce il “bacino” di significato. In tale dimensione topologica la novità da semplice osservato si fa nicchia storica ed entra con diritto di cittadinanza nella costruzione del reale.

Isolando, nominando, descrivendo... è lo stesso ricercatore che cuce il vestito storico alla sua scoperta. Egli è un bruco che tesse attorno a sé la sua pupa, ma poi ne resta prigioniero, come anestetizzato, insensibile alle altre forme della vita che si manifestano fuori dalla crisalide che lo avvolge, soffocandolo, lentamente.

Enrico aveva scritto e pensato, poi calcolato, cancellato... poi riprovato e ancora ricollocato... Ore e ore di sonno perdute dietro quella pupa di verità che lo ammaliava più di una donna in carne e ossa!

Ma la sua scoperta ora si era scontrata con le pupe degli altri che li rendevano ciechi e sordi, nelle tante gabbie concettuale che impediscono il concreto confronto.

Le ritornarono le parole di Agnese: - Ogni indagare è una forma di malattia che rende prigionieri, scolorando tutto attorno. Necessita saper dire basta! Saper dividere i tempi e diversificare le azioni, per non trovarsi poi con un pugno di nulla in mano!

Osservò la sua mano, la strinse a pugno, poi l'aprì è improvvisamente quella fitta al polpaccio si rifece sentire.

Strano – si disse - c'è una forma di legame tra la mia gamba e il mio cuore!

Era la prima volta che ammetteva a se stesso di avere un cuore. Quel cuore che Agnese gli aveva rinfacciato di non possedere, apostrofandolo come sola organizzazione cerebrale.

Una stranezza scientifica” avevano definito il lavoro di Enrico, con una punta acidula nel tono e una molteplicità di idiote giustificazioni per rendere più blanda la bocciatura, caso mai, un domani, ci fosse da dover ricucire il legame.

Nella logica della “corda civile” dei pupari, direbbe Pirandello c'è sempre uno spiraglio al tornaconto con una paravento di menzogna che poco collima con la “corda della verità” o con quella della “pazzia”.

Stranezza scientifica – si ripeteva – come se esista una normalità scientifica! Lo strano, il normale, l'insolito... infondo che cosa sono? Semplici punti di vista, semplici posizioni di lettura, più o meno condivise, che ti fanno vedere da una angolazione differente.

La verità è che non hanno voluto perdere tempo a ruotare la direzione dello sguardo. A mutare l'indirizzo del significato. Ad aprirsi ad una novità che avrebbe fatto avvolgere in una nuova bobina tutto il filo dei ragionamenti.

Le ritornò di nuovo in mente Agnese, quando le aveva sottoposto il suo lavoro e lui gli aveva risposto con un voluto silenzio, un grande vuoto di sé, che l'aveva fatta sentire una cosuccia piccola, piccola, mentre in quello che lei scriveva c'era tanta bellezza.

Ecco, - concluse - mi è stata ricambiata in uguale misura la mancanza di sensibilità e di generosità! Del resto era lei che diceva, ogni cosa lascia un eco che ritorna. Mi è ritornata tutta l'insensibilità, la mancanza di disponibilità; il non aver voluto condividere il tempo; il non aver saputo confessare che lei aveva visto giusto con quel suo occhio pluridirezionale che fotografava una realtà polivalente.

Prese una sigaretta e l'accese, mai aveva sentito così amaro quel tabacco.

Ogni incontro, a guardar bene è la possibilità di uscire dalla crisalide e modificare la propria forma, Agnese era stata per Enrico la possibilità a conquistare il volo, ma egli aveva esitato e in quel prendere tempo, aveva finito col perdere tutta la voglia di aver ragione.

Nella dinamica dialogica tra i due, lei aveva dato parole e significati, mentre lui solo silenzi su silenzi. Ed ora che lei si era fatta silente, modellandosi alle sue assenze, egli aveva fame di tutte quelle parole con tutte quelle puntualizzazioni che radicavano i discorsi in trame multiple di organizzazioni.

Lo strano della vita è che quando si nega un qualcosa, col tempo quel negato si svela funzionale alla privata identità.

Enrico, solo ora, stava scoprendo la sua sete di profondità, ma si ritrovava circondato da sensi comuni, da frasi banali, da tutta quella superficialità di relazioni, che tanto erano dispiaciute ad Agnese.









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