Mario

Fatto. Richiesta di amicizia inoltrata, adesso bisognava solo aspettare. L'aveva colpito il modo con cui scriveva. Era una sintesi perfetta tra surrealismo e matematica.

Nella sua indagine sul linguaggio, Mario, aveva sviluppato un occhio critico verso le costruzioni di periodi e giocava ad immaginare dietro ogni frase: lo sguardo, il movimento della bocca o delle gambe, se accavallate o semplicemente accostare come due diligenti soldatini.

Ogni frase era una forma di respiro del pensiero. Ogni pensiero un intreccio nervoso di sguardi, privato e sociale. Di un io e un tu che si allacciano nel riflesso di una parola.

Passava molte ore sulla tastiera e pur facendo pochi passi, di fatto aveva il mondo a portata di dito. Aspettando che da Tokyo rispondessero alla sua e-mail, giocherellava in facebook, ed era proprio lì che l'aveva incontrata, sulla bacheca di un'amica.

Aveva un modo tutto suo di commentare e se la immaginava luminosa, palpitante, ma non emotivamente fragile. Anzi molto consapevole delle sue idee e nello stesso tempo permeabile alle altre sfumature di significato. Docile e testarda, arrendevole e caparbia, come solo una donna sa esserlo.









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