Agnese

Addio. Da questo momento non sentirai più parlare di me! - Con queste parole Agnese chiuse, decisa a girare pagina.

Era un'idealista che sapeva districare i grovigli delle storie che al suo sguardo si sfilavano in tanti gomitoli dai significati sempre più sfumati e, come succede a tutte le Cassandra, pochi le prestavano un'autentica attenzione.

Chi è radicato nelle logiche del mondo, crede di possedere le chiavi del domani, facendo e disfacendo a proprio comodo. Sono i Caino a tacciare di ingenuità chi, come Agnese, sa presagire gli effetti di ritorno delle azioni.

E quando quegli effetti bussano alla porta della vita, la frase tipica è: - Come aveva detto... in questo caso, Agnese!

Il senno del dopo è degli sciocchi e la donna lo sapeva bene, per questo nel dopo non si faceva mai trovare, amava il tempo presente. Il tempo dell'incontro.

In/contro dell'uno verso l'altro, in tale ri/scontro si attua la possibilità di guardarsi negli occhi.

Amava vedere negli occhi le cose pensate, dette, taciute.

Gli occhi, per quanto si possa essere bravi, sfuggono alla mente che sa creare le trappole con gli ammiccamenti e i raggiri del dominio.

Ogni occhio ha una sua particolare pagliuzza di luce e ciascuna pagliuzza una molteplicità fratta di intensità luminose. Nell'occhio si fissa il guizzo vitale che rende il presente una scaglia di storia.

Imparare a leggere il guizzo d'occhio è una forma d'esercizio mentale, un allenamento per accelerare l'intreccio tra neuroni e segnali che perturbandosi e allacciandosi danno corpo agli stati di pensiero da cui germogliano, come un fiore rosso di geranio, le risposte alla vita.

Per una maggiore ampiezza d'osservazione e una più agile azione, Agnese aveva imparato sin da bambina a restare al bordo della scena, non perché fosse una codarda, ma per una più agile lettura.

Per essere liberi, - si ripeteva - necessita posizionarsi al margine, lo spazio di quella frontiera che apre a una doppia linea di fuga o verso il centro o verso l'oltre delle situazioni. È in tale luogo che si attua la scelta.

Il vero libero è un emigrante! - E lei si sentiva un'errabonda che non equivale all'essere una vagabonda.

L'errare implica un andare senza la paura di non conoscere la meta, mentre il vagare è un procedere a zig-zag, incuranti del selciato; lei invece era attenta ai percorsi che una volta intrapresi seguitava sino in fondo, per poi, una volta giunta, sostare all'ombra.

Il posizionarsi in ombra - si diceva - è funzionale per un'azione rapida, fulminea, come quel guizzo d'occhio che è il testimone di ogni scaglia di vita.







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