Domenico

Aveva appuntamento con suo padre alle dieci per un caffè e poi il pranzo a casa con i bambini. Ma quella seconda domenica di dicembre, fredda e piovigginosa, le cose presero una piega differente.

L'evoluzione della storia non è un percorso lineare, in cui tutto prosegue secondo una successione chiara e prevedibile di eventi. La sua sagoma è più a cespuglio intricato di rovi di more che a catenina che si regala il giorno del battesimo con la medaglietta del santo.

Nel suo groviglio di sterpi e di spine, in cui non si sa più distinguere un ramo da un altro, diviene impraticabile l'accesso alla mano che vuole coglierne i frutti dolci, per cui l'amaro si mescola alla dolcezza che, a sua volta, è contornata d'amarezza. Tanto che non si sa più comprendere dove finisca l'una e dove comici l'altra.

Domenico aspettava da più di un'ora e la cosa cominciò a preoccuparlo, non era da Luca fare aspettare, se mai era sempre lui ad essere in anticipo, per cui provò a telefonargli, ma non ebbe risposta. Chiamò anche sua sorella che non aveva notizie, allora si decise  di andare da suo padre.

Aprì e si diresse direttamente in soggiorno, c'era la tovaglia della colazione con la tazzina del caffè sporca, briciole di pane e il vasetto del miele ben richiuso.

Andò in camera da letto e tutto era stato riordinato, poi nello studio, ma tutto era silenzioso, come freddo, e poi in bagno.

Lo trovò inclinato sulla vasca con il viso mezzo sbarbato.

Aveva esalato l'ultimo respiro in silenzioso riservo, come era vissuto, senza dare il minimo fastidio, coerente sino alla fine con la sua visione d'uomo onesto e severo.

Domenico ebbe una fitta al cuore, si sentì come perso, avevano programmato la sera prima il pranzo e tutto sembrava andare bene, invece tutto si era fermato come un orologio rotto.

Cercò di sollevarlo, non era rigido, era morto da poco. Aveva un mezzo sorriso che creava una piccola smorfia all'angolo destro della bocca. Era come bello, nonostante il pallore, in quella serenità in cui era sprofondato.

Aveva vissuto gli anni senza Giulia in una forma di spaesamento dalla vita, era come un assente, presente. Gli aveva confessato più volte che il suo cuore era come morto da quel giorno in cui lei se ne era andata, così, senza un saluto.

La morte di sua madre lo aveva colto impreparato, ma c'era sempre lui, suo padre, che conservava in vita quella casa, che lo teneva legato al suo passato di bambino e poi di ragazzo.

Adesso invece tutto era finito!

Un capitolo ampio della sua vita si era chiuso e pensò ai bambini che stavano aspettando il nonno.

Di lì a poco arrivò sua sorella e tutto fu preparato per l'indomani.

C'è una forma di crudeltà che costringe a prendere una molteplicità di decisioni nel momento in cui si vorrebbe solo silenzio e vuoto intorno, come se la vita reclamasse il suo primato, imponendo di fatto tutte quelle piccole azioni: telefonare ai parenti e amici, predisporre tutto per il funerale, la chiesa, i fiori, il certificato ...

Piano, piano la casa si riempì di vicini, parenti, conoscenti che sentirono il bisogno di un ultimo saluto. Tanti e tanti si avvicendavano e la cosa strana era che per quanto lui era stato schivo, per quanta folla si era presentata alla sua ultima passeggiata.

Solo quando tutto ebbe termine, Domenico poté dare spazio alla sua emozione.

Percepì tutto il freddo della casa vuota e con sua sorella si guardarono negli occhi, senza dirsi nulla. Lei, pronta, aprì la scatola con le foto e cominciarono a rivederle, una per una, come a fissarne meglio le immagine per non permettere alla mente di scolorarne i volti.

È strano come solo quanto tutto finisce, si senta quel groviglio di emozioni inespresse che sono stata accantonate, forse credendo di avere tanti altri momenti per dire un ti amo o un sono stato bene o un sono felice di essere con te!

Ogni foto era una folata di ricordi, una stanza del passato, un vissuto custodito, quasi assopito, ma che ora riaffiorava integro e colmo di significato, rispecchiato in quella immagine sbiadita di vita che non era più.









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