distinguere tra intensità ed energia (magnitudo)
L'intensità di un terremoto è legata ai danni che produce (intensità macrosismica). L’intensità macrosismica classifica gli effetti macroscopici, più evidenti di un terremoto ed è massima nella zona epicentrale, mentre diminuisce con la distanza dall’epicentro. Tale diminuzione non è però regolare, perché gli effetti dipendono non solo dalle caratteristiche dell’onda sismica, ma anche e soprattutto da quelle del terreno che l’onda incontra in superficie e dalle caratteristiche delle costruzioni. L’intensità non può quindi essere considerata una misura oggettiva della grandezza del terremoto, poiché è legata al luogo che si considera (area urbana, area rurale) e ai modi con i quali l’uomo ha occupato il territorio e vi ha costruito.
Scala Mercalli Cancani Sieberg (MCS)
L'energia di un terremoto (la sua magnitudo) è un valore unico, riferito all’ipocentro, indipendente dalle modalità di propagazione e dalle caratteristiche del territorio coinvolto, che non ha una diretta corrispondenza con ciò che si prova o si osserva durante la scossa. La magnitudo, calcolata attraverso una relazione che lega l’ampiezza del sismogramma con la distanza dall’epicentro, è una grandezza logaritmica, cioè ad una variazione di un’unità corrisponde uno spostamento del pennino, e quindi del terreno, 10 volte maggiore ed equivale ad un terremoto 30 volte più grande in termini di energia.
L’energia di un terremoto di magnitudo 7.0, simile a quello di Reggio Calabria e Messina del 1908, è quasi 1000 volte più grande di quella di un terremoto di magnitudo 5.0. La massima magnitudo sino ad oggi attribuita ad un evento sismico è 9.5 (Cile, 22 maggio 1960).
Scala Richter o Magnitudo locale
La magnitudo ML di un terremoto è data dal logaritmo in base dieci del massimo spostamento della traccia (rispetto allo zero, espresso in micrometri) in un sismografo a torsione di Wood-Anderson calibrato in maniera standard, se l'evento si verifica a una distanza epicentrale di 100 km.
Indipendente dagli effetti, legata all’energia. Inizialmente, era stata pensata solo per essere usata in una particolare area della California, e utilizzando un ben definito sismografo.
L'energia rilasciata da un terremoto, e quindi il suo potere distruttivo, è proporzionale all'ampiezza di oscillazione elevata a 3/2. Quindi, in termini di energia rilasciata, una differenza di magnitudo pari a 1,0 è equivalente ad un fattore 31.6 , cioè (101,0) elevato alla 3/2. Il seguente filmato dà una rappresentazione grafica di questa relazione, piuttosto impressionante.
Un buon modo per rendersi conto di questa relazione è utilizzare la "magnitudo degli spaghetti"! Spiegazione qui (in inglese)
L'energia liberata non corrisponde direttamente al potenziale danno prodotto
Dal blog terremoti, sismologia ed altre sciocchezze:
Il fatto che un terremoto sia 1000 volte più forte alla sorgente non significa che dia movimenti del suolo 1000 volte più forti. Per varie ragioni, il movimento del suolo ha dei limiti superiori, e quindi tra un terremoto 6 ed uno 8 spesso passa un fattore 2 o anche meno (non entriamo nel tecnico ma esistono delle cose come l'attenuazione non lineare, l'attenuazione per propagazione, il comportamento non lineare dei suoli, ecc...).
Quindi l'azione sismica in Cile non è stata 1000 volte quella dell'Aquila.
Terremoti molto forti generano poi onde con periodi molto lunghi, lontani dai periodi degli edifici, e quindi molta energia viene dispersa su frequenze che non fanno danni.
Ma ci sono altri due fattori, la distanza e la direttività. Il terremoto in Cile ha avuto epicentro a mare, non sotto aree abitate, e soprattutto si è molto allontanata dalla costa l'area di massimo scivolamento (slip) della faglia. L'epicentro è la proiezione in verticale del punto da cui parte la rottura del piano di faglia, mentre i danni sono spesso sulla verticale del massimo dello slip.
(continua al leggere Perché un Magnitudo 8 non uccide 1000 volte quanto un Magnitudo 6)
In generale, non basta un unico parametro (il numeretto che leggiamo sui giornali) per caratterizzare un terremoto, che è invece un fenomeno complesso.
Un parametro importante, per esempio è il momento sismico che dipende dalla resistenza al taglio della roccia e dalla superficie della faglia interessata dallo spostamento.
Tratto da: https://www.scientificast.it/misurare-i-terremoti/
da Andrea Bersani | Nov 3, 2016 | Featured, Geologia, Scienze della Terra | 5 commenti
Come spesso accade, per misurare un fenomeno fisico si inventano diverse scale, non sempre facili da confrontare tra loro. I terremoti non fanno eccezione e può essere problematico, a volte, capire i numeri che circolano dopo un evento sismico.
I primi esempi di scale per misurare le intensità dei terremoti si svilupparono più o meno nello stesso periodo in Europa e in Giappone, a opera di De Rossi e Forel e dell’Agenzia Meteorologica giapponese, nell’ultimo quarto del XIX secolo. Dalla scala Rossi-Forel si è poi sviluppata la più nota scala Mercalli, a cui ancora spesso si sente fare riferimento in Italia.
Tutte queste scale misurano gli effetti del terremoto su cose e persone. Un terremoto in una zona disabitata avrebbe quindi un grado Mercalli più basso di uno identico in una zona popolata, o anche un terremoto in una città antisismica un grado inferiore rispetto a uno identico in una zona dove le costruzioni sono più fragili. Questo tipo di scala è tutt’ora utilizzato proprio per valutare l’impatto del sisma sulla popolazione. Questo è importante sia per gli aiuti, che per la ricostruzione, che per i risarcimenti. Questo genere di scala, infatti, è stato continuamente aggiornato fino all’attuale versione in uso in tutta Europa, la scala macrosismica europea, adottata nel 1998. La descrizione dei vari gradi è sostanzialmente identica alla vecchia scala Mercalli, quindi l’uso delle due terminologie non è troppo fuorviante.
Dal punto di vista scientifico, però, la descrizione dell’evento sismico è molto poco accurata, se si tengono in considerazione solo i danni che provoca. Un terremoto è uno “riassestamento improvviso” nella crosta terrestre dovuto alle tensioni accumulate a causa degli spostamenti a cui le zolle continentali sono sottoposte: per un certo numero di anni le rocce si comprimono o si deformano e accumulano energia elastica, come una molla che si comprime. A differenza di una molla, però, le rocce sono rigide e quando l’energia diventa troppo grande cedono improvvisamente. Il geologo, per valutare un sisma, ha bisogno di sapere quanta energia ha sprigionato e per questo deve affidarsi a misurazioni più oggettive della scala Mercalli.
Il primo a studiare nel dettaglio come stimare questa energia è stato l’americano Richter, nel 1935. La scala omonima si basa sulle oscillazioni indotte su un determinato tipo di sismografo a una distanza standard dall’epicentro del terremoto. In questo modo, sismi diversi possono essere confrontati in base a quanto fanno oscillare il terreno. Per come è definita, la scala Richter non è lineare, ma esponenziale: ogni due gradi, l’energia stimata aumenta di un fattore 1000. Questo vuol dire che un terremoto del sesto grado Richter è mille volte più potente di uno del quarto grado o un milione di volte più potente di uno del secondo, e anche che è mille volte meno potente di uno dell’ottavo.
La scala Richter è però limitata. Sopra l’ottavo grado, non è più in grado di dare stime affidabili, per limitazioni intrinseche a come è definita. Per questo, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, il giapponese Kanamori sviluppò una scala in grado di dare buone stime dei terremoti anche di violenza estrema. La scala di magnitudo del momento sismico è oggi accettata come miglior strumento per valutare l’energia sprigionata in un terremoto.
Alla base della scala di magnitudo momento c’è il concetto di momento sismico, una grandezza che si calcola in base alle dimensioni della spaccatura prodotta dal terremoto, alla natura delle rocce coinvolte e allo spostamento della faglia. Da questo, con una opportuna formula, si estrae nuovamente un “grado”: i parametri della formula sono stati scelti in modo da far sì che la scala di magnitudo momento fosse più o meno coincidente con la scala Richter per valori intorno al quinto grado.
Questa varietà di scale, unita con l’uso disinvolto che spesso i giornali fanno della terminologia, può creare non poca confusione. Occorre sottolineare, innanzitutto, che le misurazioni che portano alla determinazione di una magnitudo sono complicate. Per questo, molto spesso accade che i numeri vengano corretti nel giro di qualche ora dopo un sisma. Un terremoto sopra il quinto grado di magnitudo momento viene rilevato dai sismografi di tutto il mondo: incrociando i dati si può ottenere una stima ben più precisa che con pochi dati, ma questo lavoro richiede tempo e comunque sempre di una stima si tratta, una precisione “perfetta” è impossibile da ottenere.
A generare una ulteriore piccola confusione c’è il fatto che l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia usa sia la scala Richter, per gli avvisi in tempo reale, che la magnitudo momento, per le analisi più raffinate, mentre il suo equivalente statunitense, l’USGS, usa la magnitudo momento. Questo non comporta grandi differenze, anche perché nell’ultimo millennio in Italia si sono registrati solo quattro eventi di magnitudo superiore a 7 e nessuno oltre 7.5, quindi le misure sono quasi perfettamente compatibili, a meno di un decimo di grado.
Un decimo di grado che, purtroppo, è utile per capire la dinamica del sottosuolo, ma non aggiunge niente alla determinazione dei danni secondo la vecchia scala Mercalli. Per il recente sisma di Norcia, le stime sono, per la zona dell’epicentro, tra il IX e il X grado: da “distruttivo” a “completamente distruttivo”.