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Luca 15:11-32

Da infame teofobo a illustre teofilo

Sintesi: Alla radice di tutti i problemi di cui soffre il mondo (e spesso anche delle chiese) sta un’unica patologia, quella della teofobia. Essa assume caratteristiche diverse e spesso non è riconoscibile come tale, ma fondamentalmente quello è “il” problema, il male che ci affligge. L’Evangelo di Gesù Cristo è l’unica terapia che possa trasformarci da teofobi a teofili. È quello che vedremo questa Domenica attraverso il testo di Luca 15:1-3,11-32 “la parabola del figliol prodigo” (o del padre misericordioso).

Una piccola lezione di greco

Nel Nuovo Testamento l’evangelista Luca inizia sia il suo vangelo che il libro degli Atti degli Apostoli menzionando Teofilo come destinatario delle sue opere[1]. Questo Teofilo non sappiamo chi sia. Molto probabilmente questo nome è da intendersi nel suo senso etimologico: “Teo”, in greco significa “Dio”, e “filo” deriva da “amare”. Si potrebbe quindi dire che le opere di Luca sono intese per coloro che amano e onorano Dio.


Il suffisso “filo” (amare, essere inclini verso, essere attratti da) lo troviamo in diverse altre parole italiane come, ad esempio, “filantropo” (da "antropos", cioè "uomo, essere umano", chi ama l'uomo, chi svolge o sostiene attività benefiche), oppure dai termini “omofilo” e “pedofilo” che si riferiscono rispettivamente a coloro che soffrono delle disfunzioni[2] dell’essere sessualmente attratti da persone dello stesso sesso o da bambini, e questo dai termini “omo” (“uguale”) e “paidos” (bambino).


Pure dalla lingua greca, abbiamo poi il suffisso “-fobo” o "-fobìa" (dal tema di ϕοβέομαι «temere»), apposto come secondo elemento di nomi composti derivati dal greco o formati modernamente come idrofobia, agorafobia, claustrofobia, ecc.), che significa paura, avversione, ripugnanza, spesso morbosa, verso persone o cose. Ne è esempio il moderno uso che si fa del termine “omofobo” o “omofobia”, che un tempo significava “Avversione ossessiva per gli omosessuali e l’omosessualità”, ma che oggi viene pretestuosamente usato per indicare ogni espressa riserva o opposizione alle ambizioni sociali, politiche e persino religiose del movimento omosessualista[3]. Dell’omofobia oggi se ne vorrebbe fare un grande problema tanto da voler fare approvare leggi che, secondo discutibili definizioni, la condannino penalmente, fino al punto da farla diventare un autentico “reato di opinione”[4].


Fondamentalmente, però, come è stato osservato[5], il problema della cultura oggi (che si vorrebbe in tante maniere imporre), non è l’omofobia, ma la teofobia, l’odio che molti nutrono verso Dio, la Bibbia, la fede, la religione e soprattutto verso le chiese cristiane, considerate come una minaccia all’aspirazione alla “libertà” e ai “diritti umani”.

Carattere congenito della teofobia

La “teofobia”, di fatto, non è nulla di nuovo in questo mondo, perché l’odio, l’avversione, la paura, e persino la ripugnanza verso il Dio vero e vivente, come pure la distorsione della religiosità, fa parte della natura umana decaduta ed è quindi conseguenza ultima del peccato. La teofobia si manifesta in tanti modi ed in ogni circostanza ogni qual volta si contesta e si resiste l’ambizione umana ad essere dio e legge a noi stessi. La teofobia si manifesta non solo nelle espressioni dell’ateismo teorico e pratico e del cosiddetto agnosticismo[6], ma anche nella religiosità distorta.


Per precisare, notiamo pure come vi sia una fondamentale differenza fra “timor di Dio” e “teofobia”, il primo, il timore di Dio, è positivo e biblicamente desiderabile[7]: si tratta di una paura e rispetto salutare che sta alla base di ogni corretto rapporto con Dio e di una vita morale eticamente equilibrata. La seconda, la teofobia, è negativa ed espressione peccaminosa e patologica di chi espressamente si oppone a Dio, spesso “in modo militante”, oppure chi distorce la fede ebraica e cristiana per adattarle alle proprie tendenze ed ambizioni.


La teofobia è di fatto considerata oggi, persino nei manuali[8], come una delle tante fobie patologiche delle quali si può essere affetti. Per gli atei è la paura di quello che non possono comprendere e controllare. Rassicurando sé stessi e gli altri con presunte “prove” dell’inesistenza di Dio, si oppongono alla religione organizzata (in special modo il cristianesimo) considerandolo oscurantismo e nemico del progresso e della libertà. Essa può colpire pure persone religiose, per esempio, portandole alla cosiddettà "scrupolosità", anzi, quella, “iperscrupolosità” di molti credenti che credono che se non si comportano e fanno determinate cose, Dio gli si rivolti loro contro e che perdano i loro privilegi, benedizioni, salvezza e persino la vita stessa.

La parabola della teofobia?

La teofobia e la sua cura la si potrebbe efficacemente riscontrare nella nota parabola evangelica conosciuta come “Il figliol prodigo” o de “il padre misericordioso”.


Con questa parabola, Gesù denuncia gli israeliti del suo tempo che, distorcendo le espressioni della fede ebraica, criticavano e condannavano l’opera di Gesù nell’andare espressamente, con misericordia e pazienza, a ricuperare i figli “cattivi” di Israele, considerati “i peccatori”. Per Gesù, di fatto, non c’erano, però, “figli buoni” e “figli cattivi”, ma figli che dovevano entrambi esaminare e riesaminare e riformare radicalmente il loro rapporto con Dio, perché è solo in armonia con Dio che la vita acquista significato. Dovevano capire che il loro “odio per Dio” (che assumeva forme diverse) era infondato e autolesionista. Questa parabola ci rimanda così all’essenza della vita del popolo di Dio e dell’Evangelo stesso proclamato e vissuto da Gesù e dai suoi discepoli: la necessaria riconciliazione con Dio e le sue modalità.


Si tratta di una parabola di Gesù usata (e spesso abusata) in tanti modi. Rappresentata molte volte nell’arte e nella musica, essa parla di un padre e dei suoi due figli, il primo scapestrato ed il secondo fedele e diligente. Il primo lo ritroviamo a condurre una vita disordinata e sregolata, dimostrando mancanza di senso di responsabilità e del dovere; il secondo lavoratore integerrimo e impegnato nell’azienda di famiglia. Non si tratta, così, della contrapposizione fra un “figlio cattivo” ed un “figlio bravo”, perché anche il secondo, quello “bravo” vive in modo sbagliato il rapporto che ha con suo padre.


In questa parabola vediamo “l’azione educativa” del padre che ricupera entrambi i figli sia attraverso le dure lezioni dell’esperienza e della vita, sia soprattutto attraverso la misericordia e la pazienza verso di loro. Con la figura del padre, Gesù intende indubbiamente rivelarci il carattere di Dio e le sue vie, rappresentandolo nella sua paterna azione educatrice, mentre nelle figure di quei due figli: coloro che non hanno un rapporto corretto con Dio e la via per ristabilirlo.


In questa parabola è pure in evidenza come la disarmonia “famigliare” nella casa di Dio sia fonte di disagio e sofferenza sia per il padre che per i figli. I figli non comprendono ed equivocano il comportamento del padre e se ne distaccano (il primo fisicamente, il secondo emotivamente) e si comportano in modo egoista e risentito. Sarà la paterna disciplina e l’amore instancabile del padre che per loro si sacrifica a “farli crescere” acquisendo, con il tempo e l’esperienza, il suo stesso carattere. In questo modo egli li rende figli degni di un tale padre.


È importante, infine, sottolineare che con questa parabola Gesù non si pone come semplice maestro, insegnante, ma si presenta egli stesso, si propone, come artefice, strumento, della riconciliazione con Dio. Gesù non è solo rivelatore di Dio come se descrivesse qualcosa di esterno a sé stesso, ma come incarnazione di quello che insegna. Rileggiamo il racconto

Il testo

“Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: (...) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi'". Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato" (Luca 15:1-3,11-32).

I personaggi della parabola

Sarebbe sbagliato trasporre ogni singolo dettaglio di questa parabola a dei significati precisi come se essa sola ci rappresentasse l’Evangelo. Essa ci parla di alcuni elementi dell’Evangelo, non di tutti. Il quadro completo lo possiamo acquisire dall’insegnamento del Nuovo Testamento nel suo complesso. Ciononostante è interessante osservare la maniera efficace in cui i suoi personaggi descrivono la realtà di persone che hanno un rapporto sbagliato con Dio, la sua fenomenologia..

Il figlio più giovane

Che cosa fa il figlio più giovane, “lo scapestrato”?


1. È legittimo figlio di quel padre, ma in realtà ha sviluppato un odio verso di lui e tutto ciò che egli fa nella “azienda di famiglia”. Se ne vuole così allontanare il prima possibile, conquistandosi “la sua libertà”. Risente della saggezza del padre, non la sopporta. Non gli piace lavorare e teme “i continui” rimproveri del padre e le azioni disciplinari che gli aveva sicuramente impartito per correggerlo. Pensa che i castighi che suo padre gli amministra siano espressione di odio e non di necessaria pedagogia. L’odio verso suo padre così cresce e diventa patologico.

Questo è l’atteggiamento tipico della creatura umana decaduta. Sollecitato da Satana, equivoca ed esige così “la sua libertà”, la sua “autonomia”. Considera Dio come un padrone insopportabile che solo vorrebbe dirigere la sua vita, mentre crede di potersela cavare benissimo da solo e con maggiore soddisfazione. Odia Dio, ma sulla base dell’immagine sbagliata che ha di lui e della propria infondata presunzione. Si tratta di una condizione di disagio interiore irrisolto. Della condizione di teofobia un manuale clinico afferma: “Questi individui vivono in uno stato mentale costante di ansietà e disturbo. Vi è in loro una constante preoccupazione, in ogni pensiero e azione che portano a termine, che Dio [il padre] intervenga in qualche modo e li giudichi in modo avverso. Seguendo la medesima linea, i teofobici temono anche temere ‘la religione’. Trovano molto stressante determinare quali credenze religiose siano certe e adeguate, resultando questo in più paura e ansietà”.


2. Quel figlio vorrebbe solo godersi la vita, non lavorare. Sembra dire: “Ci sono i soldi: spendiamoli! La vita è breve, godiamocela quando è possibile. Altro che lavorare!”. Il suo è un materialismo irresponsabile.

Lo stesso è per la creatura umana decaduta. Le risorse e benedizioni che Dio le mette a disposizione, i beni della terra, vorrebbe “goderseli”, ma irresponsabilmente, ignorando il mandato creazionale di amministrarli con saggezza.


3. Quel figlio esige quel che reputa un suo “diritto”, spendere come vuole i beni che ha a disposizione, mentre il padre [amministratore ultimo] è in vita. Vuole “la sua parte” dei beni di famiglia. L’intero ammontare dei beni di famiglia sarebbe pure suo, ma non li vuole condividere e non vuole renderne conto agli altri, né tantomeno sottostare e concordare la cosa con suo padre e suo fratello.


È l’egocentrismo dell’umanità decaduta. La difesa di legittimi diritti è senz’altro cosa valida, ma l’attuale cosiddetta “cultura dei diritti” ne è perversione perché non solo misconosce gli altrettanti legittimi e conseguenti doveri, ma anche pretende diritti senza tenere conto di quelli degli altri, dell’intero contesto in cui è inserito e soprattutto degli ordinamenti divini che saggiamente li precisano e li delimitano.


4. Quel figlio, evidentemente, non è d’accordo nel come il capofamiglia gestisce i beni di famiglia: in maniera onesta e conforme alla volontà di Dio. Non crede che l’onestà del padre valga qualcosa e “renda un profitto”. Si  sottrae così all’autorità del padre per fare di testa sua. Di fatto, però, non si rivela un amministratore giudizioso nemmeno di quello che gli spetterebbe. Irresponsabilmente sperpera il denaro e solo per i suoi piaceri.

L’irresponsabilità rispetto a ciò che Dio comanda e l’accettare solo i propri criteri di vita (per altro molto “elastici” e persino ritenuti relativi), è tipica dell’uomo decaduto. L’uomo decaduto “convenientemente” nega l’esistenza di criteri morali assoluti giustificando così il proprio comportamento deviante.


5. Quel figlio vive in maniera dissoluta, in modo sessualmente disordinato. Gestisce la propria sessualità al di fuori dalle regole nell’ambito di una regolare famiglia, intendendola solo per il proprio piacere e null’altro. Naturalmente le donne che incontra acconsentono ai suoi “bisogni” solo per interesse. Non è certo per amore che vanno con lui, ma gli offrono i loro servigi per interesse fingendo amore, un “amore” che però finirà quando finisce il denaro che offre loro.


L’uomo decaduto vorrebbe libertà assoluta nell’espressione della propria sessualità e vuole sottrarsi ai criteri stabiliti da Dio che giustamente la disciplinano. Parla di “amore” come l’unico suo criterio, ma lo confonde con il proprio piacere sregolato. Come il resto della sua vita, anche la sua vita sessuale è disordinata. Non sarà, però, senza tragiche conseguenze negative.


6. Quel figlio non è previdente e direi anche piuttosto stupido. Non investe le risorse che ha a disposizione rendendole rinnovabili e dopo che le ha sprecate perde tutto e nessuno si occuperà più di lui, né il mondo che era interessato a sottrargli i suoi beni né gli “amici” che si era fatto si rendono disponibili. Le conseguenze negative delle sue scelte cominciano a farsi sentire.


Lo sfruttamento scriteriato ed autolesionista delle risorse della terra è tipico dell’uomo decaduto. Pensa solo a sé stesso, si disinteressa dei suoi similii e delle future generazioni. “Che si arrangino!” pensa.

7. Quel figlio accetta così di guadagnarsi quello che gli serve per sopravvivere facendo compromessi con il mondo che, naturalmente, lo sfrutta non retribuendolo. Accetta lo stile di vita impuro dei pagani (in questo caso di avere a che fare con impuri maiali). Alla fine, però, questo “non paga”. Il mondo lo aveva sedotto, ma ora lo trascina nel fango perché non dà quello che promette.


È stato giustamente ha detto: “Sempre il nemico ti distrugge: ti fa credere che questa è la strada e poi, alla fine ti lascia solo. Perché ricordate bene: il diavolo è un cattivo pagatore, non paga mai bene! ... sempre ti truffa, è un truffatore! Ti fa vedere le cose truccate, e tu credi che quella cosa sia buona, che ti dia la pace, vai di là e alla fine non trovi non trovi la felicità”[9].


8. Comprende ora così l’errore che ha fatto nel volersi separare da suo padre e dall’azienda di famiglia. Sa di essersi ormai pregiudicato tutto. Ha tradito suo padre e la sua famiglia. Le esperienze negative (gran lezione!) ma soprattutto la sua coscienza (la cui voce prima aveva cercato di soffocare) lo guida ora a ritornare sul giusto sentiero. Riconosce di aver gravemente errato, anzi, peccato (concetto che prima disprezzava) non solo verso suo padre, ma soprattutto verso Dio ed i suoi giusti ordinamenti (intesi per il suo bene). Con un atto di grande umiliazione decide così di rientrare, accettando di non essere considerato più come figlio, ma come semplice servo. Almeno in qualche modo sopravviverà!


La consapevolezza di peccato e il ravvedimento è l’opera sovrana di Dio lo Spirito Santo che opera attraverso la voce della coscienza, il riflettere sull’esperienza, ma soprattutto attraverso la proclamazione esplicita della Legge di Dio e delle conseguenze penali per chi la trasgredisce. Certo, qui si parla di un Israelita che conosceva la Legge di Dio, ma nessuna creatura umana è priva della conoscenza della testimonianza alla Legge di Dio impressa nella sua stessa carne e che non potrà mai tacitare completamente. Al giudizio di Dio ogni creatura umana sarà considerata inescusabile, perché ogni creatura umana porta in sé l’innata consapevolezza di Dio e della Sua legge, rispetto alla quale è responsabile. È pure compito della proclamazione dell’Evangelo chiaramente confermarla.


9. Si accorgerà ben presto, però, di come l’idea che si era fatta di suo padre era del tutto sbagliata. Lui aveva odiato quel padre onesto e severo che “lo faceva solo lavorare”, lo riprendeva e lo castigava. Ora capisce che non c’era in suo padre odio alcuno. Il padre l’aveva visto da lontano, lo riconosce, gli corre incontro, lo riveste, lo onora (immeritatamente) dell’oro di anelli, sacrifica persino “il vitello ingrassato” per la festa in suo onore. È la grande festa per celebrare il ritorno di quel figlio scapestrato che finalmente è rinsavito.


Il Signore Gesù, in questa parabola, parla della “operazione ricupero” che Egli aveva intrapreso rispetto alle “pecore perdute della casa di Israele” (Matteo 15:24) e che avrebbe poi esteso anche a pecore di “un altro ovile”: “Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16), la stessa missione che avrebbe affidato ai Suoi discepoli, allora ed oggi. “E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui” (2 Corinzi 5:18-21).

È in questo modo che l’evangelizzazione si potrebbe definire come la trasformazione dei perduti da teofobi a teofili.

Il figlio maggiore

Tutto questo, però, a qualcuno non aggrada. La stupefacente misericordia di Dio in Cristo che va va alla ricerca di peccatori perduti ed immeritevoli, per portarli al ravvedimento ed alla riconciliazione non garba a qualcuno.

Quel qualcuno è “il figlio maggiore” che “si trovava nei campi” dove lavorava diligentemente e, come si dice, ogni giorno “si faceva un mazzo così”, lavorando duramente e con duri sacrifici senza concedersi vacanze né diversivi. “Non ho mai trasgredito un tuo comando”, dice, “non ho mai sprecato un solo centesimo”, “non mi sono mai concesso nulla”, anzi, “TU, padre, non mi hai mai concesso nulla ...e a quello scriteriato tu dai il meglio che abbiamo”. Qualcuno potrebbe persino simpatizzare con il figlio maggiore ed identificarsi con lui. Anche i suoi sentimenti ed atteggiamento, però, non sono a posto. Anche lui odia suo padre. La teofobia non riguarda solo i ribelli, ma anche gli iper-diligenti, i legalisti. I legalisti non amano veramente Dio, ma sempre sé stessi, in modo perverso. Credono, infatti, di doversi guadagnare la loro condizione di figli, mentre l’impegno ragionevole è conseguenza dell’amare e dell’essere amati incondizionatamente come tali. Accettano “la fatica” del doversi guadagnare l’approvazione del padre ed il loro status, ma detro di sé ne vorrebbero fare a meno. Peggio, spesso trasformano questo loro impegno in formalità o “trucchetti”, soddisfando le quali ritengono di essere a posto.

Il figlio maggiore è rimasto a casa, ma in fondo al suo cuore anche lui odia suo padre e il lavoro che “deve” fare “tacendo”. Lavora diligentemente, ma con rabbia, covando il risentimento. La sua ubbidienza è meticolosa e senza cuore. Lo fa in modo servile, non come figlio. Dio, in Gesù, dice: “Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Giovanni 15:15).


 “Fatica dalla mattina a sera senza concedersi un attimo di sosta”, ma lo fa mugugnando. Di fatto è lui stesso che si impone quello stile di vita, perché potrebbe benissimo prendersi regolarmente il necessario riposo ed anche legittimamente divertirsi. Non solo il lavoro, ma anche il riposo e il divertimento (la gioia) fa parte di ciò che Dio prevede nella Sua legge.


Anche lui non ama suo padre ed equivoca il suo carattere che ancora non comprende. È ben lungi dall’assomigliare a suo padre e prenderne un giorno il posto: ancora “non ha capito” i valori che suo padre incarna. Tutto questo rappresenta una religiosità distorta, quella degli “scribi e dei farisei” che condannano Gesù perché non lo capiscono che cosa sia la misericordia: “Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»”. Una volta avevano detto a Gesù: «Dov'è tuo Padre?» Gesù rispose: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio» (Giovanni 8:19).

Ecco, così che il padre misericordioso va pure incontro al figlio maggiore per “ricuperarlo” tanto quanto aveva fatto con suo figlio minore, perché sapeva che entrambi “avevano dei problemi”, entrambi erano affetti da “teofobia” e lo invita a scoprire ed apprezzare i suoi sentimenti. Notate come si rivolga pure a lui con amore dicendogli:  "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". Questo “ritrovamento” avrebbe così coinvolto il figlio maggiore in una festa dall’effetto molto istruttivo e terapeutico.

Conclusione

La “teofobia”, l’odio - infondato e autolesionista per Dio - non è un termine che si ode spesso. Quando iniziamo, però, a pensarci, scopriamo come essa sia, di fatto, una condizione comune oggi. Non solo oggi, infatti, molto si disinteressano di Dio, ma l’idea stessa di qualcosa di più elevato di loro è qualcosa a cui si oppongono in modo fermo e categorico.


La teofobia non è una descrizione poi così irrealista per la società moderna, soprattutto alla luce di ciò che dice la Bibbia sugli effetti del peccato nella vita delle persone e di come esso le influenzi per reagire verso Dio e le cose di Dio. La Bibbia la descrive come “inimicizia” fra essere umano e Dio. L’inimicizia non è solo disinteresse, ignoranza o indifferenza: è ostilità, odio, persino animosità. Non solo, poi, è inimicizia contro Dio, ma anche contro le cose di Dio e le rappresentazioni di lui sulla terra - fede, religione, chiesa….  


Sorprende così che oggi (ma non solo oggi) l’uomo di questo mondo decaduto disprezzi, neghi e voglia sovvertire gli ordinamenti creazionali e la legge di Dio (testimoniata nella natura e proclamata nella Bibbia), vissuta da Gesù e dai Suoi discepoli fedeli? Perché nasconde la sua radicata e congenita ostilità verso Dio.


La testimonianza e le lotte affinché gli ordinamenti creazionali (famiglia, complementarietà uomo-donna, rispetto per la vita, autorità ed ordine, onestà, verità e gli altri principi espressi nel Decalogo) siano riconosciuti, rispettati anche nelle leggi civili, per il bene di tutti, sono questioni importanti. Spesso difficili da fare intendere ed accettare perché si scontrano con l’ostilità dell’uomo decaduto verso Dio. La questione non è se Dio esiste oppure no (tutte le creature umane lo sanno benissimo che c’è perché la loro stessa carne ne rende testimonianza), ma seguire ed accettare la Sua autorità legittima e suprema e, di conseguenza i principi e la morale che egli ha stabilito. La questione di fondo è sconfiggere il peccato, spezzarne le catene, far aprire gli occhi sugli inganni di Satana ristabilendo la verità che la natura testimonia e la Bibbia chiaramente descrive, facendo “rientrare in sé” la creatura umana. Questa è l’opera di Dio lo Spirito Santo attraverso la proclamazione dell’Evangelo nei termini del Nuovo Testamento.


Pure le sfide che dobbiamo affrontare oggi come cristiani sono risultato ed effetto della paura e dell’odio verso Dio. Gesù dice che il mondo ci avrebbe odiato per causa sua[10]. Mentre noi credenti cerchiamo di barcamenarci cercando di reagire in qualche modo all’accusa della cultura d’oggi di essere magari bigotti ed omofobi, ci scordiamo, quando siamo etichettati come gente intollerante piena di odio, che noi, come Gesù, di fatto soffriamo della peggiore intolleranza, delle più grandi ingiustizie e dell’odio di un mondo che è terrorizzato dalla realtà di Dio.  

Quando ci accusano di “omofobia”, abusando di questo termine, per svilire e castigare un semplice disaccordo con la loro agenda di sovversione dell’ordinamento creazionale, dobbiamo rammentarci che le parti sono state invertite, i ruoli sono stati cambiati contro di noi tanto da far sì che siano le nostre convinzioni ad apparire malvage, i criteri del mondo normali ed i nostri alieni. Perché? Per un fondamentale odio del mondo ribelle verso Dio.

La risposta è un maggiore nostro impegno a vivere e a proclamare con fermezza l’Evangelo di Gesù Cristo, quello autentico non importa se non sia “popolare” o difficile, costi quel che costi. Il mondo ha bisogno della riconciliazione con Dio attraverso la Persona e l’opera del Signore e Salvatore Gesù Cristo. Il mondo (e spesso anche noi stessi) abbiamo bisogno di trasformarci da Teofobi a Teofili, come destinatari del vangelo che dice: “...è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato di ogni cosa dall'origine, di scrivertene per ordine, illustre Teofilo, perché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate” (Luca 1:3-4).


Paolo Castellina, 24 febbraio 2016


Note

  • [1] "...è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato di ogni cosa dall'origine, di scrivertene per ordine, illustre Teofilo" (Luca 1:3); "Nel mio primo libro, o Teofilo, ho parlato di tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare" (Atti 1:1).
  • [2] Oggi si vorrebbe sempre di più legittimare queste tendenze e pratiche intendendole come “preferenze sessuali”.
  • [3] O conclamati “diritti”.
  • [4] Vedasi: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/25/tav-erri-de-luca-ci-ricorda-che-esiste-il-reato-di-opinione/893432/ 
  • [5] http://iolanche.com/the-rise-of-theophobia/ 
  • [6] In filosofia l'agnosticismo è ogni teoria che limita la capacità conoscitiva del pensiero umano alla sfera ristretta dei fenomeni, pur non negando in modo assoluto la possibilità di conoscere il vero. Per estensione è pure l'ostentata rinuncia di chi la ritiene conveniente, ad approfondire la conoscenza di fatti, dottrine o altre realtà (nel campo religioso, politico, sociale, culturale, ecc.) nella loro vera essenza e nel loro preciso valore.
  • [7] "Il timore dell'Eterno è il principio della conoscenza; ma gli stolti disprezzano la sapienza e l'ammaestramento" (Proverbi 1:7); "Temi il SIGNORE, il tuo Dio, servilo, tieniti stretto a lui e giura nel suo nome" (Deuteronomio 10:20).
  • [8] http://www.fobie.org/teofobia.html e http://www.psicoactiva.com/info/fobias.htm 
  • [9] Jorge Mario Bergoglio (papa Francesco), in: http://www.culturacattolica.it/?id=235&id_n=37594 
  • [10] “Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell'uomo” (Luca 6:22).
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