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Esodo 17:1-7

Guarire dalla sindrome della lamentela

Sintesi: Come va?” “Non mi lamento, grazie”. “Davvero? Che strano!”. Ci sono molti motivi per lamentarsi, ma il farlo costantemente può diventare una patologia da curare! Quando è il popolo di Dio a farlo, quella è cosa piuttosto seria che rivela che… Lo vediamo quest’oggi sulla base del testo di Esodo 17:1-7. Ci porterà ad apprezzare una speciale “acqua curativa” che rimane a nostra disposizione.

Una condizione patologica

Come va?” “Non mi lamento, grazie”. Quello che è solo un modo di dire: “Non mi lamento, grazie”, può essere considerato oggigiorno una sorprendente eccezione in un tempo in cui tutti si lamentano di qualcosa, per un motivo o per un altro, ed a cui si potrebbe ben replicare: “Come? Non ti lamenti? Che strano!”. Sebbene vi siano spesso validi, fondati e ben giustificati motivi per lamentarsi, la continua lamentela potrebbe diventare una vera e propria “condizione patologica”, una “sindrome da lamentela” da sottoporre a trattamento terapeutico, così com’è diagnosticata con precisione e curabile con successo nell’ambito della fede cristiana.

Questa patologia è tipica del nostro tempo. La nostra generazione, infatti, è stata definita come quella dei piagnucoloni, dei lagnosi, di quelli che costantemente sembrano avere motivi per lagnarsi, per sporgere reclami, rimostranze, a “fare denunce” se non garantisci loro quello che “giustamente” si aspettano. Tutti vorrebbero qualcosa per nulla, non sembrano accontentarsi di quel che hanno, o valorizzarlo, o a prendersi responsabilità per ciò che non va. Tutti sembrano essere sempre pronti ad accusare qualcuno o qualcosa come la causa del proprio disagio e, non ultimo, persino ad accusare Dio stesso di non rendere quel che credono essere loro dovuto. Dal battersi per vedere garantiti legittimi diritti si è passati oggi, così, all'ipersensibilità e al vittimismo. È l’esasperazione della “cultura dei diritti” di chi non sa sopportare il minimo disagio, che non mostra più nessuna pazienza o ragionevolezza e che per questo esige, pretende, diventa intollerante. Questo tipo di intolleranza rende la vita stessa intollerabile, porta ad un “regime del terrore” per il quale uno si sente costretto a controllare meticolosamente ogni gesto e parola per vedere se per caso un comportamento, anche involontario, “una parola di troppo”, potrebbe “offendere” qualcuno, pregiudicare un qualche “sacrosanto diritto”. Questa può diventare facilmente una dinamica perversa.

Questa “sindrome della lamentela” non di rado è presente anche fra il popolo di Dio. La cosa potrebbe sorprenderci perché il popolo di Dio è istruito a vivere nella fiduciosa consapevolezza della provvidente sovranità di Dio. Coloro che appartengono a Dio, infatti, sono educati dalla sua Parola sì ad impegnarsi responsabilmente per provvedere a sé e agli altri nell’ambito delle finalità che Dio assegna alla loro vita, ma anche e soprattutto ad avere fiducia nella presenza di Dio che guida i loro passi sempre per il loro bene ultimo. Questa consapevolezza li libera dall’ansia, li rende forti e perseveranti nelle difficoltà ed infonde loro un paziente sapersi accontentare - quello che, se necessario, li potrebbe anche indurre a rinunciare a far valere i loro diritti.

Di questa “sindrome della lamentela” ne abbiamo diversi esempi fra il popolo di Dio sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, perché indubbiamente esso è “un popolo in cammino” che non raramente inciampa e cade ma, grazie a Dio, si rialza apprendendo, dalle sue cadute, lezioni importanti. Si tratta di un popolo di discepoli, studenti che non raramente si dimostrano testoni e falliscono, ma che vengono ripresi con pazienza dal Maestro che così li porta a “superare gli esami” e raggiungere l’auspicata maturazione. Ecco così che vediamo, nel testo biblico di oggi, come l’antico popolo di Dio, quello che egli aveva liberato dalla schiavitù e lo stava portando ad insediarsi nella terra che egli aveva promesso loro, cade in deplorevoli episodi dove manifesta, con le sue continue lamentele, palese irriconoscenza ed incredulità. Lo esaminiamo, come afferma l’apostolo, “perché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza” (Romani 15:4).

Pretendiamo l’acqua!

Ecco dunque il popolo di Israele uscito dalla schiavitù in Egitto che marcia attraverso il deserto del Sinai verso la terra promessa. È lì che lo troviamo lamentarsi a viva voce contro Mosè che li conduce e contro Dio di aver mancato di provvedere loro l’acqua di cui avevano bisogno. Non accettano le difficoltà del viaggio e pretendono il loro “diritto” ad acqua e cibo. Leggiamo il testo come lo troviamo in Esodo al capitolo 17.

L'acqua scaturita dalla roccia di Oreb. “Poi tutta la comunità dei figli d'Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini del SIGNORE. Si accampò a Refidim, ma non c'era acqua da bere per il popolo. Allora il popolo protestò contro Mosè e disse: «Dacci dell'acqua da bere». Mosè rispose loro: «Perché protestate contro di me? Perché tentate il SIGNORE?». Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» Mosè gridò al SIGNORE, dicendo: «Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po', e mi lapideranno». Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Mettiti di fronte al popolo e prendi con te alcuni degli anziani d'Israele; prendi anche in mano il bastone col quale hai percosso il Fiume e va'. Ecco io starò là davanti a te, sulla roccia che è in Oreb; tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell'acqua e il popolo berrà». Mosè fece così in presenza degli anziani d'Israele, e a quel luogo mise il nome di Massa e Meriba a causa della protesta dei figli d'Israele, e perché avevano tentato il SIGNORE, dicendo: «Il SIGNORE è in mezzo a noi, sì o no?»” (Esodo 17:1-7).

In ogni epoca la chiesa cristiana ha dovuto affrontare due tipi di minacce. Vi sono le minacce esterne da parte del mondo che le si oppone e che respinge il messaggio dell’Evangelo. Vi sono però anche minacce interne: defezioni, incredulità e i fallimenti spirituali dello stesso popolo di Dio. Lo minacciavano allora e continuano a minacciare oggi. Il giudizio di Dio indubbiamente si abbatterà sul mondo impenitente, ma anche la chiesa ne sarà sottoposta. Come dice la Scrittura: “...è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio?” (1 Pietro 4:17). È perciò urgente, in questi nostri giorni di decadenza morale e spirituale nel mondo attorno a noi, esaminare sempre accuratamente la nostra condizione spirituale e venire urgentemente a capo dei problemi che vi riscontriamo, dei pericoli che sono in agguato fra di noi e nella nostra vita. In caso contrario, non saremmo né credibili né efficaci nel denunciare i problemi del mondo incredulo ed a combatterli con la medicina dell’Evangelo di Gesù Cristo - quella che pure noi dobbiamo regolarmente assumere! Qual era la malattia di cui soffriva il popolo di Dio allora, quali ne erano le manifestazioni e le cause? L’anamnesi medica rileva tre problemi. Il primo:

Una rabbia indirizzata alla persona sbagliata

Il primo problema rilevato è che il popolo di Dio era dominato da una rabbia che lo divorava, da una forte animosità, rivolta ...alla persona sbagliata. È un sintomo di superficie di un malessere profondo che rivela come nella vita del popolo di Dio vi fosse un problema reale. Il popolo si stava muovendo dalla schiavitù in Egitto nel deserto verso la Terra Promessa e già per ben due volte vediamo come si lamenti e si lagni contro Mosè perché non trova adeguate risorse di cibo ed acqua. In Esodo 15:22-27, quando giungono all’oasi di Mara essi vi trovano acqua amara non potabile e cominciano a lamentarsene. Allora, il Signore, che è ricco in misericordia, trasforma quell’acqua amara in acqua dolce. Poi, al capitolo 16 da capo si lamentano. Questa volta non c’è abbastanza cibo di cui nutrirsi e così Dio, infinitamente paziente, risponde non col giudizio ma fornendo loro pane dal cielo, manna miracolosa la mattina e quaglie ogni sera, sufficente per saziarl .(16:18). Arrivano poi a Refidim e anche lì l’acqua non si trova. Può darsi che vi fossero stati deviati lì dai loro nemici o che le fonti si fossero per qualche motivo prosciugate in quell’oasi. Vi cercano l’acqua ma tutto è rinsecchito e ne sono profondamente delusi. “Allora il popolo protestò contro Mosè e disse: «Dacci dell'acqua da bere». Mosè rispose loro: «Perché protestate contro di me?” (17:2). Il termine qui “protestò” è in ebraico più forte di una semplice lamentela. È un termine usato in giurisprudenza, perché è la protesta che, in altri contesti, potrebbe sfociare in una denuncia in tribunale se non venisse risolta. È come se il popolo volesse fare contro Mosè una causa in tribunale e dirgli: “Non hai mantenuto il tuo preciso impegno”. Cercano di mettere Mosè in stato di accusa: “Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?»” (3). In ebraico i verbi non sono al plurale, ma al singolare e questo rivela molto della natura della lamentela. Non si tratta di una risoluzione concordata dopo un dibattito, ma è la protesta di individui. È la preoccupazione di una massa di individui motivati da interessi personali: “Mi hai portato qui per uccidere ME, i MIEI figli, il MIO bestiame”. Quando le cose si fanno difficili, ciascuno di essi tutto ciò che riescono a pensare è a sé stessi.

Poi, quando Mosè si rivolge a Dio chiedendogli aiuto, egli rileva la pericolosità della situazione: “Mosè gridò al SIGNORE, dicendo: «Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po', e mi lapideranno»” (4). Mosè sembra qui disperato ed impotente per qualcosa che sta per succedere da un momento all’altro. Sono furiosi contro Mosè. Si tratta, però di un’ira rivolta ad un obiettivo sbagliato. Mosè lo aveva già rilevato: «Perché protestate contro di me? Perché tentate il SIGNORE?» (2). Non ce l’hanno, di fatto, contro Mosè ma contro Dio. È Dio che vorrebbero “portare in tribunale”. Egli è colui che li ha tirati fuori dall’Egitto fino nel deserto e che aveva promesso loro una magnifica terra. Senza dubbio la loro insoddisfazione sembrava molto più accettabile e meno sconvolgente indirizzando la loro rabbia verso Mosè piuttosto che verso Dio, ma Mosè diagnostica bene il loro problema di fondo: la loro difficoltà ha a che fare con il loro rapporto con Dio.

Lo stesso accade spesso oggi. Molti se la prendono contro “la chiesa” o contro i suoi ministri, ma in realtà hanno un problema con Dio. Oggi tanti che si definiscono non credenti amano prendersela contro i cristiani e le chiese. Il loro problema è l’odio verso Dio. I cristiani senza dubbio possono avere le loro colpe, ma il problema di fondo è l’avversione a Dio e, nei credenti, l’incapacità di confidare in lui quando le cose si fanno difficili. È l’incapacità ad accettare l’azione disciplinare di Dio negli stress, pressioni e dettagli della vita. Ce la prendiamo con altri, mentre abbiamo un problema profondo con Dio.

Incredulità irragionevole

Il secondo problema. Che cosa c’è “dietro” a quella rabbia rivolta alla persona sbagliata? Lo dice Mosè al versetto 7: “...avevano tentato il SIGNORE, dicendo: «Il SIGNORE è in mezzo a noi, sì o no?»”. Come avevano potuto fare una domanda così? Erano stati testimoni del giudizio che si era abbattuto sull’Egitto, le sue dieci piaghe. Erano stati preservati quando l’angelo della morte stava spazzando quella terra durante la prima Pasqua e il Signore li aveva liberati dalla schiavitù. Quando Dio aveva aperto loro una via attraverso il mare erano giunti sani e salvi dall’altra parte e quando si erano voltati per vedere i loro nemici e persecutori, li avevano visti sommergere e distruggere. Quando si erano lamentati dell’acqua amara, il Signore l’aveva miracolosamente trasformata in acqua dolce. La mattina stessa che erano giunti a Refidim, essi avevano raccolto la manna che il Signore aveva loro provveduto, e se ne erano saziati. Ed eccoli ora con una colonna di nuvole e di fuoco per guidarli illuminando il loro cammino, proprio alla presenza stessa di Dio visibile nel loro mezzo, eppure essi si chiedono se lui ci sia davvero oppure no! Avevano dimenticato tutto e chiedevano: «Il SIGNORE è in mezzo a noi, sì o no?»!

Non si tratta, però, di un caso insolito. È qualcosa che si ripete nel cuore di cristiani che lottano con quella che per loro dovrebbe essere una certezza; che si chiedono se Dio sia veramente con loro; che quando si tratta di cose spirituali fanno ragionamenti del tutto irrazionali. “I miei attuali bisogni sono più importanti di ogni altra argomentazione. L’unica cosa che mi importa è dimostrare che Dio sia con me ora e che provvede a me precisamente nel modo che io esigo che egli faccia. Tutto ciò che di bene ha fatto per me nel passato non importa. Tutti i modi in cui egli ha risposto alle preghiere è messo da parte come irrilevante. “Egli deve fare ciò che io ritengo dabba essere fatto, nei miei termini e con i miei tempi, oppure ne concluderò che egli non sia affatto con me”. Che stupefacente ed irrazionale arroganza. È così? Da vergognarsene.

Quando noi lottiamo per confidare in Dio in qualunque nuova crisi che ci sopraggiunga, dovrebbe essere a nostra vergogna il dimenticarci della fedeltà che egli ci ha dimostrato nelle crisi passate che abbiamo, grazie a lui, superato. Ci ha forse mai deluso? Ha forse mancato di onorare le sue promesse? Se solo Israele avesse alzato gli occhi per guardare la colonna di nuvole e di fuoco avrebbe visto che il Signore è con loro. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è alzare lo sguardo da noi stessi a Cristo e rammentarci delle sue parole: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente” (Matteo 28:20). Tutto ciò che dobbiamo fare è guardare indietro per rammentarci le innumerevoli occasioni in cui, in tempo di prova e di crisi, il Signore si è comprovato fedele, paziente e amorevole, e trovare così ragioni per sostenere la nostra fede e lottare contro l’incredulità.

Il Salmo 95 rammenta la ribellione e l’incredulità del popolo di Dio a Massa e a Meriba. Più tardi, anche la lettera agli Ebrei, capitolo 3, medita su questa parte del Salmo 95 e la applica a noi oggi con un ammonimento: “Badate, fratelli, che non ci sia in nessuno di voi un cuore malvagio e incredulo, che vi allontani dal Dio vivente; ma esortatevi a vicenda ogni giorno, (...) perché nessuno di voi s'indurisca per la seduzione del peccato. … ci viene detto: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, come nel giorno della ribellione». Infatti, chi furono quelli che dopo averlo udito si ribellarono? Non furono forse tutti quelli che erano usciti dall'Egitto, sotto la guida di Mosè? Chi furono quelli di cui Dio si disgustò per quarant'anni? Non furono quelli che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? A chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti? Infatti vediamo che non vi poterono entrare a causa della loro incredulità” (Ebrei 3:12-16)..

Un rapporto frainteso con Dio

Poi c’è un terzo problema, quello più profondo, che tocca il cuore. La radice da cui sorge l’intero problema di una rabbia rivolta all’oggetto sbagliato e dell’incredulità irragionevole: un rapporto frainteso con Dio. Essi hanno equivocato il loro rapporto con Dio. I versetti 1 e 2 dicono: “Poi tutta la comunità dei figli d'Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini del SIGNORE (1). È il Signore che regola il loro cammino. Il popolo si muove in conformità al comandamento della legge di Dio comunicata loro attraverso Mosè, suo profeta. A guidare i loro passi è la sua Parola, eppure non riescono a trovare acqua e incredulità, così la rabbia ribolle e viene alla superficie. Cercano di ubbidire alla lettera del comandamento ma non sembrano confidare nelle promesse. Vanno dove Dio li dirige, ma quando vi arrivano, non credono più che Dio provvederà loro. Non vivono attenendosi alla conoscenza che Dio si prenderà cura del suo popolo e che sono nelle sue mani. Di fatto hanno iniziato a costruire il loro rapporto con Dio secondo il principio dell'obbedienza alla legge, ai comandamenti di Dio, e non in primo luogo alla dipendenza sulle promesse della grazia di Dio. Ne risulta, quindi, che quando le cose vanno male loro sono loro ad andare a pezzi. Non integrano le prove nel loro sistema e così rabbia ed incredulità ne hanno la meglio.

Nessuno sarà mai in grado di affrontare le crisi della vita armato solo della propria obbedienza formale ai comandamenti di Dio. Ogni dovere senza speranza, ogni obbligo senza aspettativa di provvigione - quello non è vivere la vita cristiana. È piuttosto la via sicura alla delusione ed alla disperazione. La via di Dio è la via della fede nelle promesse della costante cura e provvigione di grazia. L’Apostolo scrive: “Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»” (2 Corinzi 12:9); “Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù” (Filippesi 4:19). Quelle sono le promesse di Dio e la vita cristiana è vissuta fondandosi e dipendendo da esse, aggrappandocene, cosicché ubbidiamo ai precetti che Dio ci dà, ma sempre tenendoci stretti alle promesse di Dio. Obbediamo ai comandamenti, ma lo facciamo confidando nell'impegno che Dio si è preso di provvedere ai nostri bisogni e benessere. Ubbidiamo dipendendo dalla grazia, cosicché quando ci troviamo nella crisi sappiamo che Dio è verace e possiamo contare su di lui. Confidare nei nostri tentativi di ubbidire è come camminare su una lastra sottile di ghiaccio. Non è sicura, si spezzerà ed affonderemo. Dobbiamo sapere di essere preservati e resi sicuri non in virtù della nostra stretta adesione alla sua legge; saremo sicuri in virtù della sua grazia che non verrà mai meno e che non può essere scossa. È per la sua grazia che ci impegniamo ad ubbidire attentamente alla sua legge. Qui gli israeliti avevano invertito la cosa. Non fa meraviglia poi che incredulità, dubbio, ansia e rabbia fosse cominciata ad eruttare nella loro vita.

Bere dalla roccia

Ecco quindi la diagnosi. I sintomi presentati: rabbia verso la persona sbagliate. Causa sottostante: incredulità irragionevole. E alla radice del problema: un rapporto frainteso con Dio. Qual è, però, la medicina? Nei versetti 5 e 6 il SIGNORE dice a Mosè di mettersi di fronte al popolo e di prendere con sé alcuni degli anziani d'Israele; di prendere anche in mano il bastone col quale aveva percosso il Nilo e di passare di fronte agli israeliti che mugugnano e protestano fino nel deserto alla roccia di Oreb. Quel bastone, che era lo strumento del castigo divino sicuramente avrebbe avuto già in sé stesso un effetto terrificante. Israele avrebbe pensato: “Forse che ora Dio con quel bastone castigherà pure noi? Forse che si allontana con i nostri rappresentanti per eseguire su di loro il giudizio di Dio? Quello sarebbe ciò che il nostro peccato merita, dopo tutto. Qui, nella sua ira, però, Dio manifesta la sua misericordia e così, nel versetto 6, quando Mosè alza quel bastone, egli ...percuote la roccia, che si spezza in due e da essa fluisce l’acqua di una fonte che provvederà ai bisogni del popolo. Il testo ci dice che Dio stava di fronte a Mosè su quella roccia. Dio, come un servitore e Mosè ...il padrone. Il bastone del giudizio non distrugge il popolo incredulo, malvagio e peccatore, ma al contrario, gli fornisce aiuto misericordioso.

Questa è una figura dell’Evangelo. È una figura che l’apostolo Paolo connette con Gesù Cristo in 1 Corinzi 10:3-4: “..mangiarono tutti lo stesso cibo spirituale, bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo”. È lui che è stato “bastonato”, colpito ed afflitto affinché da lui uscisse acqua viva per tutti coloro che vi si affidano. Non giudizio su Israele, ma grazia dalla roccia infranta. Non giudizio sul nostro peccato. Il Signore ci risponde, se siamo i suoi figlioli, con misericordia del Signore Gesù Cristo. Quello è il motivo per il quale ci accostiamo alla Mensa del Signore. Quelli sono gli emblemi della grazia di Dio verso i peccatori in Cristo Gesù, Colui che è il vero pane disceso dal cielo da cui fluisce acqua viva per saziare la fame e la sete. Bere l’acqua che egli ci dà vuol dire non aver mai più sete (Giovanni 4). Gesù stesso è il sacrificio che soddisfa la sete più profonda.

Conclusione

La “sindrome della lamentela” è sicuramente un grave problema psicologico e sociale per una società in cui “la cultura dei diritti” è giunta all’esasperazione. Dimostra che anche le cose buone in mano nostra si corrompono e vengono pervertite perchè è la nostra natura ad essere corrotta e perversa. Quando però la sindrome della lamentela” si manifesta fra il popolo di Dio, che dovrebbe testimoniare che cosa vuol dire una nuova umanità rigenerata e in armonia con Dio, quello rivela la presenza in esso di persone inconvertite che se non si mettono a posto ravvedendosi saranno escluse dalla Terra Promessa, come di fatto era successo per quella generazione che vaga nel deserto quarant’anni e che non vi entra. La mano misericordiosa del Signore era rimasta tesa verso di loro e li avrebbe continuati a benedire, nonostante la loro riconoscenza e presunzione, ...ma solo fino ad un certo punto. La grazia di Dio non è illimitata, ma giunge a termine ad un certo punto. La lezione l’avrebbero appresa solo una parte di loro. Abbeverandosi dell’acqua della grazia di Dio avrebbero visto il loro problema e quell’acqua li avrebbe guariti.

Quell’acqua rappresenta il Signore e Salvatore Gesù Cristo. In lui e nella sua opera di redenzione scorgiamo la grandezza dell'amore di Dio e la gravità del nostro peccato. In essa vediamo il bastone della giustizia di Dio che percuote lui, innocente, al nostro posto affinché il nostro debito sia pagato. Da quel sacrificio sgorga quell’acqua che ci purifica moralmente e spiritualmente. Il Signore Gesù chiedeva sempre a coloro che risanava da malattie dell’anima, del corpo e della mente: “Vuoi guarire?”. Alla loro risposta positiva essi avrebbero eseguito le istruzioni date loro da Gesù ed avrebbero fatto esperienza del suo potere di guarigione. Lo stesso vale ancora oggi. Prego che il Signore realizzi questo in voi che mi ascoltate o mi leggete.

Paolo Castellina, 14 marzo 2017, sermone ispirato da quello predicato il 12 aprile 2015 dal past. David Strain in http://www.fpcjackson.org/resource-library/sermons/water-from-the-rock

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