La concezione di ironia e umorismo varia da nazione a nazione. Ogni Stato, soprattutto nei Paesi più sviluppati, ha un'ideale differente sulla definizione di comicità. Ma cosa succede quando quest'ultima non è contemplata e non ne è permessa la condivisione in un gruppo sociale?
Khasha Zwan, comico afghano, è stato ucciso dai talebani nel luglio scorso. Prima è stata applicata la censura alla sua libertà di parola e dopo anche alla sua morte. Il governo estremista ha da subito negato di essere coinvolto nel suo omicidio, quando nella realtà dei fatti, la responsabilità dell'orrore è esclusivamente talebana. Un bersaglio facile, forse troppo. Khasha è stato un comico satirico, una figura eclettica, ma fastidiosa in una società che pretende l'omologazione degli uomini e la repressione delle donne. In una Nazione continuamente alla ricerca di scontri armati non c’è tempo per dibattiti verbali, discussioni o scambi di idee, che essi siano pacifici o pungenti.
È risaputo che libertà di parola e di opinione siano un’utopia per gli integralisti islamici, ma perché le istituzioni dittatoriali preferiscono dare un’immagine violenta e soffocante del proprio modus operandi? Sarebbe più utile controllare i cittadini, ma allo stesso tempo offrire loro l’antico “panem et circenses”, il divertimento e lo svago, abitudine di Paesi dispotici dell’estremo Oriente. Ma ciò risulta impossibile, poiché oltre al severo assolutismo di Kabul, che affonda le sue radici nella religione, è presente la forte consapevolezza che la loro prevalenza su quel territorio sia instabile e ostacolata da molteplici minacce. Sono probabilmente coscienti che la loro strategia principale, per ostentare sicurezza e autorità, sia sedare tutto nel sangue, umiliando uomini e donne, bambini e anziani. Quindi sì, per i talebani è necessario anche negare agli uomini l’unica possibilità di allontanare la paura, di sorridere, di distrarsi dalle angherie che l’Afghanistan subisce ogni giorno. La satira, come ogni libertà è stata annullata, l’essere umano vale meno di zero e con lui la sua opinione, la sua intelligenza e la sua dignità. Quest’ennesimo assassinio simboleggia la rottura oramai definita e definitiva di una comunicazione tra il popolo e l’autorità. La censura è sempre frutto di insicurezza. E mentre una singola persona, da sola ha provato a disporre le condizioni per una libertà concreta, in Occidente si è liberi di trattare qualunque argomento, in qualunque modo. I comici non fanno altro che sviscerare le codardie degli uomini, sdoganare i tabù, parlare di politica. In Afghanistan trattare tematiche del genere porterebbe alla morte certa, parallelamente nel nostro Paese è una tecnica così ben collaudata da essere utilizzata per influenzare risultati politici, pilotare elezioni, divertire il popolo. La comicità non è più sinonimo di denuncia, manifestazione del malessere della società o occasione di sfogo, molte volte le lamentele vengono silenziate, per simulare un’armonia solo apparente. Siamo costretti a rivolgere lo sguardo su altre nazioni, come l’Inghilterra, in cui è molto diffuso la “stand up comedy”, uno spettacolo umoristico costituito da monologhi accattivanti, spesso offensivi, ma che rappresentano al meglio ciò che è la satira. D’altronde è la sua stessa etimologia nel significato di “vario, misto” ad avere un’accezione molto ampia, includendo nel suo raggio d’azione temi di qualunque matrice. Anche se questo non è tollerato da molti, rimane espressione autentica della democrazia.
Saremo liberi solo quando nessuno si sentirà condizionato nell’esprimere il proprio parere.