Con l’espressione “quarto potere” si indica, in sociologia, la capacità della stampa di orientare l’opinione pubblica o, più in generale, la stampa stessa.
Tale dizione si ispira alla moderna teoria della separazione dei poteri, attribuita al filosofo francese Montesquieu, secondo la quale i tre principali elementi costituenti la sovranità di uno Stato democratico (potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario) devono essere assegnati a tre organi distinti che si controllano a vicenda per evitare abusi di potere e garantire i valori della democrazia.
Il quarto potere ha quindi il compito di informare il popolo sull’operato degli altri tre poteri, assicurando la trasparenza della vita politica. Fin dal XVIII viene considerato uno degli elementi fondamentali e indispensabili in uno stato libero, tanto che il presidente americano Thomas Jefferson afferma di preferire una stampa senza governo ad un governo senza stampa. Ma accanto alla sua importanza, cominciano anche a farsi evidenti i rischi concreti che comporta: il suo uso improprio può condurre al controllo politico dei mezzi di informazione e al loro accentramento nelle mani di un gruppo ristretto di persone. Le informazioni così filtrate finirebbero per annientare la possibilità per i cittadini di formare e attuare scelte pienamente consapevoli. Paradossalmente, la stampa può diventare un potere oltremodo distruttivo e letale per quella stessa democrazia di cui invece dovrebbe essere protettrice e garante.
Gli usi impropri del quarto potere sono oggi, nell’era dei social, una realtà all’ordine del giorno da cui è davvero difficile sfuggire: il confine fra ciò che è vero e ciò che è falso è più che mai labile. Ma erano comuni anche negli anni 30, quando il mezzo più efficace per la diffusione delle notizie era la radio.
È il 30 ottobre del 1938 e un appena ventitreenne Orson Welles decide di dare un po’ di brio alla noiosa lettura de La guerra dei mondi di H.G. Wells trasformando il romanzo in un cinegiornale che annuncia l’arrivo degli alieni sulla Terra. Il risultato di questa sua fine operazione non tarda ad arrivare e ottiene ben più di ciò che sperava: un'ondata di panico generale attraversa in lungo e in largo il Paese. Deve intervenire il direttore della radio a fermare il divertitissimo Welles, che è costretto ad annunciare che il programma è solo uno scherzo di Halloween. La prima fake news della storia dona notorietà al giovane che appena tre anni più tardi diventerà regista di quello che è considerato il miglior film della storia del cinema, intitolato, guarda caso, Quarto Potere.
La pellicola, uscita nelle sale il 1° maggio del 1941, ricostruisce la vita del magnate della stampa Charles Foster Kane attraverso cinque flashback e cinque punti di vista differenti, per tentare di comprendere il significato dell’ultima parola da lui pronunciata sul letto di morte: “Rosabella”. I frammenti della sua vita devono essere ricomposti come pezzi di un puzzle dallo spettatore, che proprio quando crede di aver risolto definitivamente il mistero, è riportato da un movimento di macchina fuori dalla magione di Kane dove, con la stessa inquadratura, tutto era cominciato. Il cartello “NO TRESPASSING" ricorda allo spettatore impotente l’impossibilità di addentrarsi così a fondo nella vita di una persona.
Quarto Potere rappresenta per il cinema quello che fu la scoperta dell’America per la Storia Moderna: un evento fondamentale, uno spartiacque che sancisce un prima e un dopo. Il film adotta soluzioni ormai parte integrante del linguaggio cinematografico, ma lo fa per primo, rivoluzionando ogni comparto, dalla produzione al montaggio.
In una Hollywood dominata dalle major e dallo studio system, il contratto firmato da Welles con la RKO fece particolare scalpore. Quarto Potere è infatti la prima produzione cinematografica in assoluto in cui viene concessa totale libertà creativa ad una singola persona: Orson Welles è contemporaneamente regista, sceneggiatore, produttore e interprete principale.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Herman J. Mankiewicz e ispirata alla vita di William Randolph Hearst, utilizza il geniale espediente narrativo dell’inchiesta giornalistica. In un rapporto inversamente proporzionale, più il film chiarisce la figura di Kane, più la parola al centro dell’indagine appare misteriosa. Ma quando negli ultimi, velocissimi, frame finali del film si svela finalmente allo spettatore, tutte le sue convinzioni sul protagonista crollano, lasciando in piedi solo un mistero, se possibile, ancora più fitto.
La brillante sceneggiatura è messa in scena attraverso un altrettanto brillante fotografia. L’apporto di Gregg Toland è così importante che il suo nome figura, tra i titoli di testa, nella stessa “pagina” di quello del regista. Per la prima volta la cinepresa, rivoluzionando le convenzioni del “cinema delle origini”, diventa lo sguardo del regista. Spetta proprio a lei il compito di svelare il mistero finale, diventando un occhio più efficace di quello umano. Welles abbatte le convenzioni relative all’uso della luce, della profondità di campo, della leggibilità immediata dell'immagine distorcendo l’inquadratura e donando ad essa un’ espressività e una simbologia del tutto unica e particolare.
Infine il montaggio, per adeguarsi all'intricato labirinto della sceneggiatura, usa dissolvenze ipnotiche, rapidi salti temporali e long-take in cui l’azione si svolge su più piani, disorientando lo spettatore e catapultandolo nella finzione cinematografica.
Ma accanto alle innovazioni tecniche, come ogni capolavoro che si rispetti, Quarto Potere è dotato di una profondità che permette molteplici livelli di lettura. La storia di Kane è allo stesso tempo uno specchio del sogno americano, un ritratto della perdita e del rimpianto e una riflessione sul potere della comunicazione di massa.
Kane ha un potere tale da fare terra bruciata attorno a sé, ma diviene una vittima di quello stesso potere. È un martire della sua stessa fortuna, incapace di amare se non “solo alle sue condizioni”, costretto alla disperazione e all’isolamento a causa di un destino già scritto per lui. La quantità di dolore e angoscia di cui questo personaggio è pregno porta lo spettatore ad emozionarsi e ad empatizzare con la sua figura, seppur così contraddittoria e paradossale.
E si giunge infine all’elemento che dà il nome alla pellicola: il potere della stampa. Welles è del tutto consapevole dei mezzi con cui i giornalisti manipolano le informazioni, ma non conferisce mai ad essi una connotazione negativa. Anzi, ne sottolinea continuamente lo straordinario potere. Consapevole della rilevante responsabilità che risiede nelle mani del protagonista, affida proprio a lui il compito di esplicare il suo ruolo allo spettatore: “Io sono un’autorità su come far pensare le persone”.
All’indomani di una pandemia e con una guerra che imperversa nel cuore dell’Europa, l’importanza e l’onere della stampa sono tornate al centro dell’attenzione. Entrando nelle case di tutti, dai colti ai meno istruiti, sono stati proprio i mezzi di comunicazione di massa a fare il bello e il cattivo tempo, a fare la differenza. Oggi più che mai si sente la necessità di tornare al significato di quarto potere che aveva in mente Edmund Burke quando, nel 1787, utilizzò per la prima volta l’espressione, durante una seduta della Camera dei Comuni: un potere nettamente separato dagli altri tre, che si limita ad osservare senza giudicare e il cui unico fine dev’essere quello di servire e informare il popolo. Perché un popolo che sceglie fra cose che non gli sono state fatte veramente conoscere, non conosce la Democrazia.