Il ruolo del comico satirico (e sarei propenso a dire del comico in generale), è la più alta espressione dei principi liberali e libertari della nostra democrazia. Affermo senza ritegno come un paese in cui non sia concesso a un comico di esercitare la propria arte, specialmente nella sua branca satirica, non possa che definirsi profondamente antidemocratico e anacronistico.
Se queste affermazioni appaiono banali, scontate, indegne di lettura o approfondimento, ebbene in tal caso ne sarei sollevato, poiché vorrebbe dire che quei principi in cui credo, nella mia individualità, in quanto cittadino di una democrazia occidentale del ventunesimo secolo sono ancora in vita, e, almeno per parte dei miei connazionali, essi vantano la medesima “laica sacralità” che io attribuisco loro.
Certi eventi, però, che hanno costellato gli ultimi anni, lasciano intendere come stia sorgendo, e sia in crescita, una tendenza morale paradossale e colma di contraddizioni. Un’ideologia di esaltazione delle libertà individuali, di perseguimento dell'equalità sociale, principi il cui perseguimento appare coercitivo, a costo della contraddizione di quegli stessi principi.
Sembra, per meglio intenderci, che si tenda a legittimare una limitazione delle libertà in favore di “un’altra forma” di libertà, e la contraddizione di questi principi viene giustificata attraverso un atto di gerarchizzazione dei valori in un'ottica non utilitarista ma bensì individualista sino all’estremo.
Per concretizzare citerò alcuni esempi recenti per esporre al meglio il punto.
Tutti abbiamo sentito parlare dello schiaffo a Chris Rock da parte di Will Smith. L’evento ha avuto una copertura mediatica impressionante, per essere una stupida espressione di permalosità. Opinionisti, intellettuali e chiunque abbia in tasca un cellulare hanno commentato la vicenda, o quanto meno se ne sono fatti un'idea. Le opinioni si sono divise tra chi ha biasimato giustamente l’atto violento commesso da Smith in mondovisione, appellandosi al principio di riluttanza alla violenza (la quale, si ricorda, era stata perpetrata a seguito di una banale battuta), e chi, in alternativa o in aggiunta, ha biasimato il comportamento dello stesso Chris Rock, e la sua battuta rivolta alla moglie di Will Smith, definita come una forma di “body shaming”.
A questa visione sfugge un concetto chiave, ma prima di addentrarmici racconto gli altri due eventi emblematici.
In secondo luogo abbiamo il caso di Dave Chapelle. Questo è un caso piuttosto recente, ma non benedetto dalla stessa diffusione mediatica. Dave Chappelle, comico satirico americano contemporaneo, mentre si stava esibendo a Los Angeles al festival “Netflix is a Joke” è stato aggredito, placcato sul palco da un attivista Lgbtq, a seguito di alcune forti battute sulla transessualità e sul femminismo “TERF” (Trans Exclusionary Radical Feminism). A quell’attivista, oltre che imputare l’atto violento, si può affibbiare la colpa di aver gettato indirettamente fango sull’intero movimento Lgbtq e le importanti cause che esso persegue.
Pure in questo caso assistiamo ad un atto di violenza perpetrato nei confronti di un comico satirico.
Procedendo con un terzo esempio, abbiamo il recentissimo caso dello show Netflix “Supernature” di Ricky Gervais. Di certo non si può dire che Gervais non sia un autore navigato in fatti di satira. Anzi, trovo lo si possa definire, senza far torto ai suoi colleghi, uno dei più grandi comici contemporanei, e forse quello che più di tutti ha colto i disagi e le contraddizioni di un'epoca e ne ha saputo fare una grandissima carriera. Sebbene in questo caso non ci siano stati atti di violenza fisica, esso non è esente da problematiche. Dopo poco dall’uscita sulla piattaforma Netflix, infatti, certi movimenti si sono mobilitati allo scopo di boicottare lo show, accusato di una satira troppo pungente, e dunque immeritevole di ascolto.
Tutti e tre questi casi presentano la stessa esatta dinamica. Un autore satirico si esprime, con la pungenza e l’irriverenza che dà lui titolo di satiro, e qualcun altro, ferito nella sua soggettività, reagisce in maniera spropositata, puntando deliberatamente ad arrecare un danno fisico o economico.
A mero scopo argomentativo vorrei affiancare questi tre casi a un quarto caso, ben lontano dal panorama occidentale. Il paragone potrebbe risultare forzato, ma fa ben comprendere il punto che voglio esprimere.
Tra i mesi di agosto e settembre dello scorso anno si è largamente parlato della ritirata delle truppe americane dall'Afghanistan, e delle conseguenze che ciò ha comportato per la popolazione. In quel breve periodo di larga diffusione mediatica è diventato virale un video. Esso raffigura Nazar Mohammad, comico afgano, mentre viene preso in custodia dall’esercito talebano. Nel corso della ripresa viene sbeffeggiato e deriso dai talebani, e quando egli rispondeva alle loro beffe come aveva sempre fatto, con le battute e gli scherzi che rappresentavano il suo lavoro quotidiano, uno dei talebani rispondeva a sua volta con un gesto a noi noto: uno schiaffo.
Lo so, me ne rendo conto, appare forzato. D’altronde “lui faceva battute per sollevare l’animo dei suoi connazionali, quella di Chris Rock era soltanto una battuta di body shaming”, si potrebbe obiettare, ma sarebbe in realtà semplicistico. Entrambe le figure, sia Chris Rock che Nazar Mohammad, sono comici satirici, e come tali adempiono a un ruolo, con una duplice funzione.
Da un lato il satiro esprime un “sentire comune”, una volontà popolare, e la fa scontrare con il potere precostituito usando l’arma della parola e le munizioni della risata. Dall’altro egli esprime, mette il luce le ipocrisie di una società, la esamina attraverso la sua propria lente, ne coglie i paradossi, e grazie a quei paradossi, da quelle contraddizioni insite nella società in cui vive riesce a dar vita a qualcosa di nuovo e fecondo: il riso del pubblico, e forse anche un briciolo in più di consapevolezza. Prendiamo in esame il caso di Chris Rock più nel dettaglio. Di primo acchito sembra che voglia solo prendersi gioco dello stato patologico di una donna, stato che impatta sul suo aspetto. Ciò che sfugge risiede nel contesto della trasmissione. Quell’atto di derisione avviene in un ambito ben preciso, ovvero nella più celebre premiazione cinematografica mondiale, in cui a costituire la platea è una “élite”, la sottile fascia della popolazione più ricca, più famosa, non solo stimata ma addirittura “venerata” dai fan.
E quindi quello di Chris Rock non è più un atto di derisione di una povera donna malata, ma assume tutt’altro significato, uno ben più profondo, è un atto di “desacralizzazione di una divinità”. Jada Pinkett, la moglie di Smith, in quest’ottica non è più una vittima indifesa, ma, nonostante il suo stato estetico, è una privilegiata, è una donna ricca e famosa, moglie di un attore ricco e famoso. Con quella battuta non si prende gioco di un individuo, ma dimostra agli spettatori che non importa quanto si è famosi, quanto si è ricchi o talentuosi, alla fin dei conti siamo tutti esseri umani, tutti sulla stessa barca, e possiamo tutti essere presi bellamente per il culo.
Questa è la satira.
Satira vuol dire aprire gli occhi al volgo, mostrare le mancanze le lacune di un’intera società, e che qualche sensibilità individuale venga ferita, alla fin dei conti non importa, perché una singola sensibilità urtata non avrà mai lo stesso valore della libertà di qualcuno di dire le cose come stanno, anche attraverso il complesso linguaggio della comicità. È democrazia. Satira è mettere alla prova i principi di chi ascolta, vincere i tabù, abbattere le sacralità, è valicare i limiti del linguaggio.
Anche appurato che non sia mai in alcun modo legittimo ferire la sensibilità di qualcuno, questo imperativo morale lascia adito a infinite perplessità. Prima tra tutte: come posso, io ipotetico comico satirico, sapere preventivamente cosa di quello che dirò avrà la potenzialità di ferire la sensibilità del mio pubblico? Non c’è alcun modo, così valutando, a causa dell’infinita varietà di sensibilità individuali esistenti tra noi esseri umani, di sapere prima di aprire bocca se ciò che dirò avrà l’effetto temuto: il concretizzarsi del reato, e la conseguente gogna mediatica.
L’unica soluzione, perseguendo questo tipo di impostazione morale individualista, per evitare ogni reazione avversa nei confronti della propria persona, sarebbe solamente quella di “non parlare”, restare fermi, in silenzio, accettando placidamente lo status quo, perché in fondo della satira possiamo fare a meno.
Questo tipo di attribuzione della colpa può a ragione essere definito come fascista. Esso nega ogni forma di espressione, perché ognuna di esse ha la potenzialità di rivelarsi offensiva. E anche se venisse stilato un “manuale del satiro”, in cui si dicesse all’autore cosa sia legittimo dire e cosa no, anche in questo caso saremmo di fronte a un dogmatismo autoritario non lontano da una dittatura (per non dire che, probabilmente, un tale manuale sarebbe fatto di pagine bianche).
In definitiva dico, abbracciamo la satira, abbracciamo ogni forma di espressione, anche le più aspre. Abbracciamo e ringraziamo quegli uomini che ci dicono le cose che noi, piccoli, non vogliamo sentirci dire, perché è grazie ai cattivi maestri che si cresce.
Ringraziamo anche quelle nostre stesse sensibilità, assieme alla loro resilienza. Ben vengano le sensibilità, quelle ostentate all’estremo, poiché è grazie ad esse se un giorno avremo modo di emanciparci.