Dove vai vento orientale, su questi mossi altopiani?
E donde?
Ché qualche raro sterpo
ne’ relitti spazj risuoni muto.
In te s’è lavato ormai il lamento,
quel grido, doloroso, lontano,
hai ripreso millenaria compostezza
e rechi l’eco de’ secoli.
Ah barbara e atavica modernità!
v.v. 1-2: il vento è un elemento che talvolta vien da associare agli spazj aperti, in questo caso da, o dovrebbe dare, in unione con l’aggettivo orientale, l’immagine dell’altopiano iranico-afghano. Lo spazio è ampio ed il vento libero di scorrere per grandi distanze, per questo viene da lontano e porta suggestioni.
v. 4: i relitti spazj sono i luoghi dove è passata la storia, i luoghi tanto contesi fra eserciti rivali, ma di fatto abbandonati, non tanto per la solitudine ma per un fattore di percezione metafisica che potremmo indicare come mancanza di umanità. Il vento risuona e non risuona (risuona muto): si passa da impressioni fisiche ad impressioni metafisiche.
v.v. 5-6: il lamento è quello degli umili manzoniani, quelli che in qualche modo sono esclusi dalla Magna Historia e in qualche modo la subiscono, in questo caso il popolo afgano, ma non quello odierno, quello di ogni tempo che seppure sia scomparso fisicamente, è presente e vivo.
v.v. 7-8: ma il vento dopo essersi caricato del dolore lo rilascia lentamente nell’altopiano, e così riprende il suo corso nella storia, e la storia stessa in una torba di uomini, tempi, eventi e passioni che pure mantiene una sua compostezza storica.
v. 9: la modernità è la conseguenza dell’antichità che si può dir ne costituisca la premessa. La nostra modernità, o meglio la modernità che vivono gli Afgani è barbara, e le ragioni ben si vedono; la modernità inoltre riporta ancora i vizj che l’uomo aveva nel passato (atavica).