Marina Abramovic nacque a Belgrado nel 1946 da una famiglia di partigiani. Il suo nome è celebre in tutto il mondo grazie alle sue attività nella “performance art”. Tale corrente potrebbe essere ricollegata ad altre prestazioni visive, come danza, teatro e cinema. Marina, nella sua grande espressività, non si è limitata all’applicazione di queste discipline: al contrario, ha intrecciato psicologia, drammaticità e il suo stesso corpo nella creazione di qualcosa di unico ed effimero per gli spettatori. Ha messo in pericolo la sua vita più volte, in quasi tutte le sue esibizioni.
Basta considerare “Rhytm 0” che ha avuto luogo a Napoli agli esordi della sua carriera: dispose su un tavolo 72 oggetti tra cui una rosa, una piuma, miele, una frusta, olio d'oliva, forbici, un bisturi, una pistola e un solo proiettile. Per sei ore decise di restare passivamente in piedi, in attesa che gli spettatori utilizzassero quegli oggetti. Lo svolgimento divenne progressivamente più violento, chi assisteva alla sua stasi decise di infliggere tagli e violenze sul suo corpo.
Fu in quel momento che Marina Abramovic ci diede una delle dimostrazioni più evidenti della natura dell’uomo, capace di ucciderla solo per il proprio divertimento. Il suo scopo non è ora e non è stato in passato quello di intrattenere il pubblico, ma di trasmettere un messaggio profondo, non apparentemente visibile, spesso in modo crudo e deciso.
Un esempio, toccante più che mai nel periodo che stiamo vivendo è “Balkan Baroque”, in risposta alla guerra in Bosnia degli anni ’90. Questa performance è una vera e propria metafora di ciò che simboleggiano i conflitti armati: la donna tenta infatti di ripulire dal sangue, sotto il sole cocente di Venezia, un mucchio di ossa. Queste, però, sono tecnicamente impossibili da lavare, allo stesso modo del sangue, la vergogna non può essere rimossa dalla parola “guerra”, poiché ne rappresenta un’etichetta, un elemento costitutivo che non può essere nascosto.
Come detto dall’autrice stessa: “Quando ho fatto Balkan Baroque non pensavo solo alla Jugoslavia, era una immagine valida per ogni guerra e ogni paese.” L’autrice ha quindi trascorso sei ore al giorno per tre giorni in un ambiente maleodorante, circondata da vermi. Il suo è da considerarsi come un “sacrificio”, ma allo stesso tempo è la raffigurazione visiva dell’orrore bellico. E’ una delle rappresentazioni più efficaci mai realizzate nel mondo artistico, più di un qualunque dipinto.
A differenza di altri artisti, non ha scelto l’impulsività del dipingere o scolpire qualcosa, o la superficialità del formulare frasi teoriche contrarie alle lotte armate. Bensì ha scelto un’azione, dinamica, spirituale, ma soprattutto eloquente, in cui il suo stesso corpo recitava una parte, quella del tentativo inutile di celare la ripugnanza. Al contempo, quest’atto è una catarsi, una purificazione di chi compie e di chi osserva. Viene resa esplicita la consapevolezza di provare disprezzo nei confronti della guerra, come è giusto che sia.
La “nonna della performance e body art” ha quindi sfruttato i mezzi a sua disposizione nel modo più rumoroso ed evidente possibile. Non è stata l’unica volta.
Ha infatti appena messo all’asta un’altra sua performance “The Artist Is Present” per raccogliere dei fondi in beneficienza per l’Ucraina. A primo impatto potrebbe sembrare paradossale che un numero artistico, a differenza di una scultura o un dipinto, possa essere “venduto”. Difatti il ricavo dei fondi non deriverà dal concreto, ma dal pagamento di una certa somma di denaro per partecipare alla performance stessa. In particolare l’esecuzione si snoderà in una serie di incontri tra l’artista e lo spettatore. I due si guarderanno negli occhi, come già messo in atto nel 2010, per un breve lasso di tempo.
Il fine ultimo è percepire le emozioni, le espressioni e ciò che l’altro cerca di comunicare tramite strumenti non verbali. Si deve porre l’attenzione nello sguardo dell’individuo che si ha davanti. Gli acquirenti, dunque non spenderanno il loro denaro per comprare l’arte, ma per farne direttamente parte, per essere coinvolti nella sua realizzazione, unica e irripetibile.
Per l’autrice in primis essere compresa in un evento del genere, nel 2022 come in precedenza, vuol dire sublimarsi ad uno stato di trance.