“In una democrazia che rispetti le regole, il capo dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica. Questo accade in Paesi che non sono pienamente democratici, mentre chi fa riferimento a George W. Bush, che nel 1979 lascia la CIA per candidarsi alla presidenza degli USA, è del tutto fuori luogo. Elisabetta è una mia amica; qualora avesse i voti, la rispetterei come presidente della Repubblica, ma credo che ci siano dei momenti in cui – per rispetto alle istituzioni – bisognerebbe asserire quello che spesso non si ha il coraggio di dire”.
“Il centrodestra ha mantenuto la parola: ha messo a disposizione del Parlamento la più alta carica dello Stato dopo il presidente Mattarella. Mi spiace che la Sinistra non abbia avuto modo di dire cosa ne pensa, nonostante avesse avuto l’occasione di eleggere il primo presidente donna della Repubblica italiana. La Sinistra è abituata a dialogare, io preferisco fare proposte, dialogare, fare ponti ed unire. Ho avuto diversi incontri in giornata […] sto lavorando perché ci sia un presidente donna in gamba”.
“Desidero ringraziare i parlamentari e i delegati delle regioni per la fiducia espressa nei miei confronti. I giorni difficili trascorsi per l’elezione del presidente della Repubblica, nel corso della grave emergenza che stiamo tuttora vivendo, sia sul versante sanitario che economico e sociale, richiamano al senso di responsabilità e al rispetto delle decisioni del Parlamento. Queste condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati e naturalmente devono prevalere su altre considerazioni e su prospettive personali differenti, con l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini”.
Il vincitore, il vinto e lo sconfitto. Mai nessuno aveva intinto così tanto la penna nel veleno contro l’alternativa. Casellati, Casini, Nordio, Belloni, Cartabia, Berlusconi, Cassese, Di Matteo, Maddalena. Matteo Salvini ne propone a oltranza, il centrosinistra resta a zero: nessuna proposta. Il Partito Democratico ne esce ridimensionato, il centrodestra distrutto, il Movimento 5 Stelle trascinato come dai cavalli della biga di Platone, ma senza una guida. Conte e Di Maio sgretolano le correnti, i franchi tiratori di Forza Italia affossano Casellati. Draghi resta a Palazzo Chigi per necessità condivisa, Fratelli d’Italia rimane coerente fino alla fine. Berlusconi è al tramonto, Letta solo un traghettatore al pari della chiocciola descritta da Scott Glenn nella vita di strada in “Training Day”. Ne esce un solo vincitore. Il padrone: Matteo Renzi.
24 marzo 2018. A Palazzo Madama si tiene l’elezione del presidente del Senato, valevole per la XVIII legislatura. La rosa dei candidati è molto ristretta: Alberti Casellati, Fedeli, Calderoli, Pinotti, qualcuno mormora Segre, Gasparri, Zanda. Sono passati appena 20 giorni dalle elezioni politiche che hanno decretato il trionfo del trasversalismo del M5S, la netta ripresa del centrodestra che vince le elezioni in quanto coalizione, l’incrinatura del centro-sinistra erede di Paolo Gentiloni. L’Italicum, in vigore dal 2015, è stato sostituito dal Rosatellum, legge 165 del 3 dicembre 2017. Il 37% dei seggi viene assegnato con un sistema maggioritario a turno unico dei collegi uninominali, il 61% è ripartito proporzionalmente tra le coalizioni, il 2% è oggetto del suffragio dei residenti all’estero. I primi giri di consultazioni non formalizzeranno i risultati sperati, ma le attenzioni di fine marzo sono tutte sul senatore più anziano, Giorgio Napolitano. Da regolamento, la plenaria per la nomina della nuova seconda carica dello Stato è presieduta dall’ex capo dello stato per criteri anagrafici. I maggiori scranni spettano, come riferito, al Movimento, trascinato al trionfo da Di Maio e Di Battista. La convergenza di interessi con il centrodestra (per assegnazione anche della terza carica) porta a una serie di contatti, in cui si vocifera l’identità di Paolo Romani, ma già accusato di bancarotta preferenziale dalla Procura di Monza e di peculato, al seguito della quale era stato sentenziata in via definitiva la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione, patteggiata con un risarcimento da qualche migliaio di euro. I forzisti lasciano decadere il nome, sono costretti a farlo. Nel frattempo, al primo scrutinio è solo scheda bianca: 312 non si esprimono, 5 sono i voti dispersi. Nel secondo scrutinio compare il nome di Anna Maria Bernini, ma ottiene soltanto 57 consensi, 103 in meno rispetto alla maggioranza assoluta dei componenti di Palazzo Madama. Bonino compare a due voti, mentre le schede bianche scendono a 255. L’attribuzione di consensi alla Bernini (avanzata da Salvini) non va giù a Berlusconi. Il leader di Forza Italia lo considera un atto di ostilità della Lega, che frammenta formalmente la coalizione in maggioranza per caldeggiare l’ipotesi di un governo con i pentastellati. Di Maio pubblica su Twitter: “Siamo disponibili a sostenere l’esponente di Forza Italia Anna Maria Bernini o un profilo simile”. Lo stesso ex deputato, Alessandro Di Battista, ostenta una condivisione della proposta leghista. Alla Camera, intanto, c’è un sovvertimento di prospettive: sembrava fatta per Roberto Fico, ma Toninelli e Giulia Grillo annunciano che il candidato ufficiale è Riccardo Fraccaro.
Il venir meno delle certezze, però, paradossalmente conferma: ci sono 170 votanti giallo-verdi al Senato (112 M5S, 58 Lega). Numeri come questi sono sufficienti perché la nuova, pianificata, maggioranza possa da sé eleggere la seconda carica dello Stato. È gelo da parte di Forza Italia, ma lo stesso Umberto Bossi non ha gradito l’inversione di rotta del partito che ha guidato per un ventennio. Salvini, invece, recita: “Siamo disponibili a sostenere un candidato forzista. Il M5S sbaglia a porre veti, analogamente a chi si arrocca su un solo nome”. Il centrodestra si sta divaricando, lo ha capito il senatore La Russa, Giorgia Meloni è prudente, disponibile a partecipare a un nuovo vertice della linea conservatrice per saldare la frattura tra sovranisti ed europeisti. Matteo Salvini si presenta a Palazzo Grazioli con Giancarlo Giorgetti: la Lega è disposta a fare un passo indietro. “Visto che qualcuno dice che gioco solo per il mio partito, dimostro quanto tengo alla nostra alleanza”. Dall’altra parte della tavolata, ci sono Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Niccolò Ghedini. Niente presidente del Senato per la Lega, come preannunciato. Non soltanto nomi di future cariche, ma anche trattative per una maggioranza si sarebbero imbastite proprio durante il vertice. Analogamente, oltre al M5S, anche il PD avrebbe partecipato a prove d’intesa, sfilandosi subito. Lo schema di accordo prevede che i 4 vicepresidenti siano scelti tra le fila dei partiti privati della carica presidenziale. Quindi, al Senato un vice a Lega, PD, FDI e 5S, con il Movimento tagliato fuori dalla partita per Montecitorio (in base alle prerogative d’élite). Di Maio ha chiuso ogni comunicazione con i democratici, ma non è riuscito a frammentare il centro-destra, mentre si prefigura la figura incombente del Cavaliere, che vincola il Carroccio, ponendo veti a un progetto di accordo giallo-verde. Al terzo scrutinio, viene eletta la senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati, con il 75% dei votanti a favore della forzista di Rovigo. Alla Camera ancora un ribaltamento di fronte: i conservatori pongono il veto su Fraccaro, che pochi minuti prima del quarto scrutinio ritira la candidatura. Di Maio domanda ai pentastellati di convergere in massa su Fico, ottenendo il plauso del secondo polo. Gli alleati portano 422 voti al quarantaquattrenne di Napoli, chiudendo difatti la partita per Montecitorio e Madama, ma aprendo le trattative per Palazzo Chigi. Da quel momento, la XVIII legislatura inaugura il suo corso alla luce del Rosatellum, dichiarando fin da subito il suo carattere fragile e velleitario. Alle alterne vicende dell’avvocato Conte, segue l’avvento del governo Draghi, costruito su misura per le larghe intese. Però, per comprendere perché Sergio Mattarella sia ancora residente presso il Colle più alto, bisogna fare un altro salto indietro nel tempo. Questa volta, al 20 settembre 2020. Gli italiani sono chiamati alle urne per votare una pseudo-nemesi della riforma Renzi-Boschi del 2016. Il referendum costituzionale non prevede questa volta il superamento del bicameralismo paritario, ma riduce il numero di rappresentanti eletti. Il boomerang che ha deposto Matteo Renzi era un disegno bicamerale differenziato, in cui il Senato sarebbe stato convertito in una Camera della Regioni, a nomina di 100 membri, anziché 315.
Ma perché in Italia importa tanto la riduzione del numero di parlamentari? Per il M5S è il coronamento di un trentennio di ideologia antipolitica, un modo per soppiantare la rappresentatività residuata dalle macerie della prima Repubblica, da sostituirsi con i sondaggi in piattaforma Rousseau. Ma c’è dell’altro. Le normative di revisione costituzionale del 2016 non le aveva scritte il Partito Democratico, ma qualcuno che in campo internazionale conta un pochettino di più: le grandi banche. Al primo posto, senza dubbio, siede la JP Morgan che ha barattato il rialzo del Monte dei Paschi con una partnership oltreoceano. È la stessa JP Morgan Chase cui la Casa Bianca ha imputato gran parte delle responsabilità per la stagnazione e la recessione del 2008, il sistema di filiali sotto Jamie Dimon che il 28 maggio 2013 ha divulgato un documento intitolato: “Aggiustamenti nell’area Euro”, in cui si giustifica per filo e per segno come stravolgere l’assetto dei poteri del Vecchio Continente. Così troviamo scritto alle pagine 12 e 13: «Quando la crisi è iniziata, era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea.
In particolare, JP Morgan intende cambiare la Costituzione Italiana, valutata troppo “socialista”. I banchieri sostengono che la Costituzione sia inadatta perché ammette la tutela dei lavoratori e contempla il diritto allo sciopero (Seconda parte, terzo titolo: articolo 40). È evidente che le carte costituzionali europee siano un impaccio per il sistema finanziario, che antepone la governabilità (tra i termini preferiti di Renzi) ai diritti. A maggior ragione, le garanzie di protesta per cambiare lo status quo e “rottamare” la classe politica attentano alla democrazia bancaria. Non è un caso che la riforma Renzi-Boschi ricalchi pienamente le prerogative di JP Morgan, che ha delegato la funzione di intermediario a un tale molto conosciuto dalla politica internazionale: Tony Blair. Il più arcigno sostenitore della Terza Via ha messo le radici laburista anche nel Partito Democratico. Lo stesso segretario di Italia Viva ha di recente ammesso, in un’intervista a “Porta a Porta”, il plauso nei confronti del trasversalismo. L’elogio fuori tempo massimo per Blair ha “renzianizzato” il centro-sinistra, ma sono gli stessi ideali fondanti che si ritrovano nel discorso del Lingotto di Walter Veltroni. “Le idee della tradizione devono mescolarsi perché questo scambio faccia sentire a ognuno di non essere una cosa sola, ma più d’una insieme” diceva l’ex sindaco di Roma, alle primarie del primo Partito Democratico. Ma torniamo a Blair: Renzi lo incontra a pranzo nel 2012, a Palazzo Corsini.
L’ex premier britannico è da tempo incaricato del ruolo di consigliere di alto rango, agli ordini di Jamie Dimon. L’attività è piuttosto redditizia, dal momento che le consulenze part-time di 600 000 euro annui sono saliti a più di due milioni e mezzo di euro. Blair ha sfruttato una fitta rete di conoscenze fra Gran Bretagna e Medio Oriente per fare gli interessi dell’architettura bancaria, in cui le sezioni anti-riciclaggio hanno dovuto pagare pedaggio: 1,7 miliardi di dollari al Dipartimento di Giustizia degli USA, per non essersi mai accorti dei trasferimenti di conti tra il banchiere Madoff e il vicepresidente Levy (centinaia di operazioni da svariati miliardi di dollari).
Proprio Jamie Dimon ha pianificato il meeting fra Renzi e Blair a Firenze, ma i due si sono incontrati ancora nel 2014, a Londra, quando Renzi era ormai Presidente del Consiglio. “Il nostro progetto funziona ancora” dice l’ex premier britannico. Ma non è tutto qui. C’è un’altra dichiarazione: “Renzi? Il mio erede: con le sue riforme cambierà l’Italia e rilancerà l’economia”. Le riforme del duo più rappresentativo della Terza Via sono proprio le revisioni costituzionali “suggerite” da JP Morgan. Il primo ministro del ‘14/’16 è dunque il depositario di un accordo segreto che possa rendere l’Italia più malleabile alle esigenze dell’economia politica internazionale, quelle dell’ente principale responsabile della bolla dei mutui sub-prime, responsabile della crisi mondiale del 2008, che ha attraversato lo scandalo della Balena di Londra (costata una multa da 920 milioni di dollari), condannata per manipolazione cambi, Libor e futures oro.
Ecco da chi l’Italia ha preso ordini, ma la caduta del referendum 2016 ha fatto storcere il naso ai lobbisti di tutto il mondo. Ecco la necessità di abolire direttamente la rappresentatività in ambo le Camere, senza superare il bicameralismo paritario, ma rimuovendo 345 tra deputati e senatori, dagli inizi della XIX legislatura: mediamente 1 725 000 euro di indennizzo per i delegati incaricati. Ma chi poteva andarci a Palazzo del Quirinale? Chi aveva i requisiti, le garanzie costituzionali, il prestigio internazionale, l’appoggio estero? Esatto: Mario Draghi. Il direttore della BCE del secondo decennio del ventesimo secolo, il promotore del Quantitive Easing che pendeva su Tsipras, la carta bianca assegnata alla Banca Centrale Europea e che ha destabilizzato la macroeconomia della Grecia, portata sull’orlo dell’insolvenza sovrana e costretta all’adozione delle politiche stringenti di austerity. Mario Draghi: l’uomo dei rating e dell’acquisto dei titoli. Attualmente, l’Italia ha guadagnato il livello BBB, appena un passo oltre la soglia minima BBB-, il filo conduttore tra la compravendita di azioni e l’intervento della Troika nello Stato. L’Italia ha rischiato di dover accettare un ministro del tesoro unico europeo, ma ha arginato il pericolo. Perché Draghi non arriva al Colle? Anche questa volta si rinnova il patto con Sergio Mattarella: un do ut des perché si torni alle urne solo nel 2023. Senza Draghi, l’attuale maggioranza avrebbe dovuto ricostituire un governo con il ministro più anziano, Renato Brunetta, inviso ai più: al Partito Democratico, all’antiberlusconismo del M5S, ai contribuenti di Articolo 1. Neppure Renzi sostiene fermamente Draghi. La mattina del 25 gennaio, l’ex sindaco di Firenze dichiara: “Il Mattarella bis è un’ipotesi non praticabile, come ha spiegato lo stesso presidente”. E ancora: “Non perdiamo tempo. La crisi geopolitica, la pandemia, l’inflazione, il costo delle bollette e delle materie prime impongono all’Italia di non buttare altro tempo. Draghi è solo un’ipotesi in campo, ma solo con grande apporto politico. Non può andarsene da tutto”.
La mattina del 28 gennaio, il centro-destra tenta la spallata: propone Maria Elisabetta Alberti Casellati. Berlusconi riferisce: “La sostengano in massa”. Il centro-sinistra si astiene dal quinto scrutinio, ma i conservatori tirano le somme e sbiancano: 382 voti, 74 in meno degli elettori previsti. Perché è stato importante enumerare la cronistoria del 24 marzo 2018? La risposta è tutta qui. I grandi elettori che mancano a Casellati non provengono da Lega o FDI, ma paradossalmente dal suo partito di appartenenza, i membri rappresentativi del polo liberale ed europeista del centro-destra: Forza Italia. La senatrice di Rovigo diventa il pomo della discordia che Berlusconi lancia sul tavolo del banchetto cui sono convitati Lega e M5S, nella convergenza d’affari del 2018. L’incrinatura dei rapporti tra sovranisti e moderati si sfalda del tutto. Meloni, da peacemaker del marzo di quell’anno, diventa ora l’oppositrice primaria ai patti garantisti con le forze del centro-sinistra. La frattura separa la linea di destra, ma Casellati resta il casus belli, il motivo delle tensioni partitiche che precedevano l’elezione del presidente del Senato. A distanza di quattro anni, i forzisti se ne ricordano e affossano una figura di grande professionalità, militante tra i liberisti fin dai tempi del Polo delle Libertà e del Buon Governo. Però, la fedele senatrice berlusconiana aveva un altro scopo: far capire al centro-destra di essere compatto. Ha accettato di prostrarsi alla conta dei voti, ma ha costituito il correlativo di una sconfitta amara per la coalizione che è consapevole di essere avanti nei sondaggi. “Il centrodestra è da rifondare” dice Giorgia Meloni, poi continua: “Da oggi lo costruisco io”, caldeggiando l’ipotesi di diventare la prima premier donna della storia repubblicana italiana. Matteo Salvini rilancia sulla proposta di un Partito Repubblicano Italiano su modello della Destra americana. Il leghista muove dal progetto della Federazione, mentre Berlusconi continua a confidare nella centralità di Forza Italia, molto spesso flessibile anche alle richieste dei democratici. Ben poco è rimasto del Popolo delle Libertà e della coesione ad Alleanza Nazionale. Si può anche asserire che la scaltrezza di Meloni non sia comparata a quella del miglior Gianfranco Fini, ma la prospettiva è ormai evoluta, a partire dai consensi riscossi da FDI. Lo stesso gioco per l’enumerazione lo fa il centro-sinistra la sera stessa, durante il sesto scrutinio. Senza alcun sollevamento di sgomento o sorpresa, al sesto scrutinio la fa da padrone Sergio Mattarella, che incassa 336 preferenze, staccando Di Matteo di 295 voti. Nella notte succede il finimondo: si persiste sulla strategia della nomina di un presidente donna. Ecco pertanto che il nome di riferimento non è più quello di Casellati, ma a poco a poco diventa quello di Elisabetta Belloni. Giuseppe Conte si protende verso i conservatori per ricostituire l’asso giallo-verde, estendendolo al nero. Qualcuno, però, detta legge. “Non voterò Elisabetta Belloni!” dice Renzi. Anche questa volta vince lui. “È chiaro che c’è un tentativo di colpo di mano della ex maggioranza giallo-verde. Qualora la maggioranza lo volesse io lo rispetterei, ma resterei comunque in minoranza!”. Tutta la stima trasversale dell’ambasciatrice capo del DIS decade. Il KINGMAKER incassa ancora il colpo.
“Mattarella…Mattarella…Mattarella” Fico strozza l’ultimo nome prima dell’applauso. La maggioranza ha scelto il nuovo, vecchio presidente della Repubblica. Ma cos’è successo nelle ultime ore? Pierferdinando Casini ha chiesto espressamente di essere rimosso dalla rosa dei candidati. Si è dichiarato un soggetto passivo e ha domandato al Parlamento, di cui ha sempre difeso la centralità, di non essere considerato in vista dell’ottava turnata. Lo smantellamento di una rosa originaria, qualora ve ne sia mai stata una, ha messo difronte i leader a una scelta: il ritorno. L’eroe del Nostos è Sergio Mattarella, che accetta i formalismi dei capigruppo. Una scelta devota , che mette in secondo piano il ritiro a vita privata. È un progetto consapevole o una disponibilità precaria e finalisticamente organizzata? Non è una circostanza nuova nella storia della Repubblica italiana. Già tra il marzo e l’aprile del 2013, Giorgio Napolitano aveva riottenuto il mandato proposto dai capigruppo, dopo l’affossamento di Prodi, fermo a quota 395. Napolitano avrebbe poi riferito: “Abbiamo vissuto un momento terribile”.
Lo stallo del transito alla XVIII legislatura e l’impostazione delle larghe intese del bipolarismo di sistema, per arginare il possibile avvento di una forza anti-sistema quale il M5S, aveva indotto le Camere a prendere in mano la situazione. La rielezione di Napolitano doveva propiziare l’attribuzione dei poteri a Letta, il campo di preparazione per la nuova sinistra riformista di Matteo Renzi. Adesso, a poco più di dodici mesi dalle elezioni del 2023, mentre la tensione attraversa i poli e attanaglia il Movimento fino a condurlo sull’orlo del baratro, c’è un nuovo sotterfugio all’orizzonte: sciogliere le Camere e ricostituirle, per poi eleggere un nuovo proprietario dello Stato. Ma davvero Draghi potrà puntare al Colle per il 2023? E Mattarella sceglierà di dimettersi, affidando le pratiche di suffragio a una nuova eventuale maggioranza tutta di centro-destra? Le attenzioni ora sono tutte sull’inquilino più osservato, ma l’impressione è che il Quirinale possa appellarsi Castello Mattarella ancora a lungo.