E’ capitato quasi a tutti di percepire un luogo come familiare, pur non avendolo mai visitato o di avere dei ricordi offuscati riguardo un evento, di cui non si ha reale certezza sull’effettivo avvenimento. Nell’antichità i maggiori filosofi e pensatori, avevano giustificato queste sensazioni come “ricordi di una vita passata”, dei “dejà vu” appartenenti all’anima. Tra le teorie più recenti, invece, troviamo quella dello psicoanalista Carl Gustav Jung. Egli sosteneva che ci fosse un “inconscio collettivo” condiviso da tutti gli esseri umani, cioè “il magazzino di tracce latenti provenienti dal passato” ossia idee, figure e immagini che albergano sin dalla nascita nella nostra mente.
Sembra apparentemente complicato e irrazionale ciò detto da Jung, ma potrebbe essere una delle più grandi intuizioni in ambito biologico. Infatti la presenza di una “memoria collettiva” potrebbe essere la spiegazione di come differenti comunità di uomini, nel corso della storia, abbiano utilizzato le stesse metafore e gli stessi miti per giustificare, ad esempio, i fenomeni meteorologici o la creazione. Infatti nell’antichità, quando ancora non era possibile che i popoli orientali e occidentali potessero comunicare tra loro, gli uomini in Cina, in America e in Europa avevano utilizzato un racconto simile per trovare la risposta all’origine del mondo. Per tutti, dal primordiale caos o dall’oscurità è stato poi generato l’uomo, per molti plasmato con il fango. Ovviamente tra una comunità e l’altra, non avendo mai avuto modo di incontrarsi ed influenzarsi, sono presenti numerose varianti della stessa leggenda, ma è sorprendente come certe analogie rimangano invariate: l’oscurità, il creatore, un soffio vitale ecc...
Ma è seriamente plausibile l’ipotesi che questi “archetipi”, queste immagini spesso solo astratte, derivino da un ricordo comune a tutti gli uomini? Un gruppo di scienziati della Emory University di Atlanta ha verificato sperimentalmente su dei topolini come i ricordi traumatici si possano tramandare dai nonni ai nipoti: in particolare gli animali sono stati addestrati per evitare l’odore dell'acetofenone (una sostanza chimica il cui profumo è simile a quello di ciliegie e mandorle) e i loro discendenti hanno fatto lo stesso, pur non avendo ricevuto alcun indicazione diretta. Allo stesso modo l'esposizione dei topi ( Mus musculus ) allo stress nella prima infanzia (separazione materna) ha provocato depressione, un fenotipo che continua ad essere osservato nei discendenti che non sono stati separati dalle loro madri. Non va assunto con certezza che ciò possa accadere grazie ad una mutazione genica, infatti alcuni scienziati sono scettici sul fatto che i ricordi traumatici, come avvenuto nei cuccioli di topo, possano essere tramandati attraverso il DNA, per la complessità e la lentezza con cui queste mutazioni si verificano. Perciò è stata avanzata la proposta che la causa di questo fenomeno possano essere delle modificazioni epigenetiche. Il termine “epigenetico” indica alcuni cambiamenti dell’espressione dei geni, ma non della loro sequenza. Il modo in cui i geni sono trascritti sul filamento di DNA è dunque identico, ma ciò che cambia è il grado di intensità con cui sono espressi. I cambiamenti epigenetici dipendono soprattutto dall’ambiente esterno, che può influenzare l’attivazione o il silenziamento di un gene. Tuttavia il ruolo dell’epigenetica nell’ereditarietà del comportamento continua ad essere poco chiaro e molti credono che non sia possibile influenzare così direttamente le cellule germinali degli esseri viventi.
Nonostante il fenomeno abbia luogo nei topi, non si ha certezza che ciò accada anche nell’uomo. Dunque quest’aspetto resta ancora incognito, e bisogna selezionare con cautela le notizie a riguardo, non avendo fondamenta scientifiche. Infatti la teoria di una “memoria transgenerazionale” nell’uomo si basa sull’esperienza e sulla psicoanalisi, che negli anni ha portato molte evidenze a favore della tesi. Secondo alcuni, ogni individuo sperimenta alcune delle stesse sofferenze e difficoltà dei propri antenati, rischiando, dinanzi ai problemi, di compiere gli stessi errori. Quindi bisognerebbe liberarsi della “negatività dei propri avi” che condiziona inevitabilmente l’esistenza dei loro successori.
Riferimenti: