21 Febbraio 2022: il presidente russo, durante il suo discorso alla nazione, ha voluto sottolineare: "L’Ucraina è parte integrante della nostra storia e cultura. Non è solo un Paese confinante, sono parenti, persone con cui abbiamo legami di sangue. L'Ucraina è stata creata dalla Russia. Fu Lenin a chiamarla in questo modo, è stato il suo creatore e il suo architetto. Lenin aveva un interesse particolare anche per il Donbass".
La visione di Putin dell’Ucraina non è però la sola ragione che ha spinto lo "zar" a scegliere un intervento armato. Putin si ritrova infatti alla fine del suo percorso alla guida della Russia (sono quattro i suoi mandati da presidente) e a quasi 70 anni mira a lasciare un’eredità forte, che rispecchi il suo progetto imperialista e che gli faccia recuperare quella popolarità che sta andando deteriorandosi.
E cosa c’è di più forte e simbolico di un’ultima grande guerra per congedarsi e rimanere nella memoria generale?
D’altronde Putin ha sempre seguito la filosofia nichilista del grande Oscar Wilde “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.
Il secondo grande tema da affrontare è quello della Nato; l’alleanza atlantica è infatti nata in contrapposizione all’URSS per rafforzare le difese degli alleati e garantire che chiunque avrebbe ricevuto l’aiuto degli altri in caso di attacco. A Dicembre 1989 era però stato stretto un patto, ripreso negli ultimi giorni dallo stesso Putin, tra il presidente americano Bush “senior” e il presidente di partito Gorbaciov, in cui il rappresentante statunitense affermò “La Nato non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente”.
Tale patto resterà però sempre e solo verbale, infatti il presidente russo non riterrà necessaria la firma di alcun documento, data la fiducia nelle parole di Bush, visto anche il raffreddamento sempre maggiore dei rapporti tra America e Russia, che di lì a poco certificherà la “fine” della Guerra Fredda (a posteriori mai realmente terminata).
24 Febbraio 2022: il presidente Vladimir Putin, riconosce l’indipendenza delle province ucraine del Donbass, Donetsk e Luhansk, avviando un’operazione “di difesa degli stati indipendenti sotto la protezione russa”.
Il “neo-zar” avverte che chiunque interferirà in tale operazione dovrà pagare “spese mai viste prima nella storia”, così come coloro che incentiveranno l’ingresso di repubbliche ex sovietiche nella NATO.
Il timore del presidente russo è infatti che l’Ucraina, ultimo baluardo dell’ex URSS, nonché ultimo cuscinetto rimasto tra la Federazione e l’occidente, possa firmare il Trattato Atlantico, entrando a far parte quindi dell’organizzazione nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale proprio in contrapposizione alla Russia comunista e ai suoi Stati Satellite
25 Febbraio 2022: il presidente ucraino Zelensky è quasi certo di avere le ore contate dopo che i russi hanno ufficialmente fatto irruzione nella capitale, Kiev.
Le principali autostrade del paese sono intasate, intorno ai distributori di gas e benzina di tutta europa si creano code chilometriche, il ministro degli esteri russo accusa i paesi scandinavi di intromissione negli affari di guerra, minacciando di aprire il fuoco.
Il governo ucraino distribuisce armi a chiunque disponga del passaporto e insegna ai civili come creare molotov per difendersi.
Papa Francesco compie un gesto estremo cercando di mediare in prima persona con gli ambasciatori russi.
I paesi NATO decidono all’unanimità di avviare una serie di sanzioni economiche e politiche nei confronti della Russia e dei suoi sostenitori.
I conti in banca delocalizzati degli oligarchi russi vengono totalmente bloccati. Putin finalmente si apre al dialogo: l’incontro si terrà la mattina successiva a Minsk, fondamentali le esortazioni del capo di stato francese Macron.
L’UE spera, gli Stati Uniti sono solo l’ombra di ciò che ci si aspettava sarebbero stati, il premier Draghi non si sbilancia, Zelensky trema e Putin batte le carte. È guerra?
26 Febbraio 2022: le negoziazioni non sono andate a buon fine, anzi, si sono concluse con un nulla di fatto.
Arrivano però i primi dati contrastanti di morti e feriti di questi primi giorni di guerra.
Difficile definire quali siano realmente attendibili: i russi ne contano ben…ZERO; l’opera di “denazificazione dell’ucraina” (così definita da Putin) procede senza intoppi e senza nuocere vittima alcuna;
Gli ucraini, al contrario, pompano il numero e ne contano oltre duemila, ma si crede sia una una cifra spropositata, volta esclusivamente a cercare la pietà generale e aumentare la rapidità dell’arrivo dei soccorsi e armamenti.
Kiev resta ancora nelle mani degli ucraini, che oppongono una ferma resistenza agli invasori.
1 Marzo 2022: dopo i numerosi tentativi di negoziazione nei giorni passati, la situazione sul campo è ormai degenerata: i missili colpiscono per la prima volta il palazzo di Kharkiv, il Quirinale ucraino, per intenderci. Gli oligarchi russi iniziano a ribellarsi a Putin in quanto, a causa delle numerose sanzioni, i loro guadagni sono ridotti a praticamente zero, i loro beni vengono malamente confiscati e l’aumento del prezzo del petrolio in tutta europa non è sufficiente a compensare la crisi in corso.
Su tutti, Roman Abramovich, presidente del Chelsea FC e presenza di spessore da decenni al Cremlino, volta le spalle al governo per schierarsi in favore della pace.
3 Marzo: il numero di rifugiati di guerra sale a oltre un milione, sparsi soprattutto tra Polonia e Romania.
I bombardamenti russi in terra ucraina però non cessano nemmeno davanti a questi numeri, ma si avvicinano sempre di più alla capitale.
6 Marzo: i principali social occidentali (Twitter, Facebook e Instagram), sono stati oscurati dal governo russo, rendendo sempre più difficile per i cittadini del paese sapere cosa sta realmente succedendo fuori dai confini della Federazione.
Nel mentre, Putin punta ad invadere le principali centrali nucleari delle regioni orientali dell’Ucraina, in modo da bloccarne la produzione energetica e diminuire il tempo di autonomia.
Intanto Zelensky richiede un aumento dei corridoi umanitari nelle regioni confinanti, per permettere a quante più persone possibili di fuggire
13 Marzo: la tendenza colonialista di Putin non ha più alcun limite, non si ferma davanti a nulla e nessuno, qualunque sia il conto da pagare e l’ingiustizia dei suoi atti. Risalgono agli ultimi giorni infatti i numerosi bombardamenti agli ospedali e ai reparti oncologici di Mariupol, Sumy e Leopoli, al confine con la Polonia (membro NATO).
Il sindaco della città ucraina di Dniprorudne è stato catturato dai servizi segreti russi nella speranza di ottenere informazioni utili.
Le navi russe hanno circondato le coste ucraine del Mar Nero, bloccandone il commercio marittimo, integrante per l’economia ucraina.
Non resta ormai più nulla delle ex-metropoli Mariupol e Volnovakha, totalmente rase al suolo dall’esercito russo; restano solo poche centinaia di civili rifugiati nei sotterranei delle città ormai da giorni.
Unica notizia positiva: il responsabile delle negoziazioni tra i due stati, Podolyak, ha affermato che nel giro di 10 giorni sarà finalmente possibile trovare un accordo, senza però dimenticare gli ormai evidenti crimini di guerra messi in atto dalla Federazione.
22 Marzo: la situazione da un punto di vista militare e politico è in “stallo” da ormai diversi giorni; a cambiare è però è la percezione di ciò che sta accadendo intorno a noi.
Tra supporter di Putin che tengono i riscaldamenti, gas e luci accese tutto il giorno per pagare bollette più alte e dunque, in qualche contorto modo, finanziare l’invasione, negazionisti del genocidio che sta venendo messo in atto, e Zel-hater (così chiamati in rete), è evidente che la situazione stia degenerando e dunque creando schieramenti sempre più estremisti e, in alcuni casi, assurdi.
Quanto ancora bisogna resistere?