ANNO 1945
"(...)Pierino Colombo e Luigi Ronchi si erano rifugiati a Milano presso alcuni conoscenti, altri si erano allontanati verso luoghi più sicuri. Aldo Motta era rimasto a casa, ma per precauzione, la sera, si allontanava dalla sua abitazione per trascorrere la notte in cascinali. Io, durante il giorno, mi spostavo nelle diverse basi e di notte, dopo il coprifuoco, ritornavo in Vimercate sempre nell'attesa dell'ordine di allontanarci. Il primo gennaio ci fu un colloquio con una staffetta partigiana la quale ci diede le istruzioni necessarie onde metterci in salvo in montagna. Avvertii Motta, Pellegatta e Cereda; diedi le istruzioni e quindi ritornammo a casa per prendere gli zaini e qualche indumento; l'ora della partenza era fissata per le 3 e visto che regnava la calma più assoluta ed essendoci ancora tempo decisi di coricarmi un momento per riposarmi in vista del lungo viaggio". (Carlo Levati)
Il primo ad essere arrestato dai fascisti della squadra politica di Monza fu Emilio Cereda. "(...) solo dopo la tragica morte di Iginio Rota ad Arcore venni a sapere che mio fratello era un partigiano. Il suo ideale era fra i più nobili, ma quanta ansia e timore per me e per i miei genitori! Se fosse stato scoperto non sarebbe sfuggito ai crudeli ed orrendi metodi della rappresaglia di allora.
E venne la drammatica notte dell'arresto. Indimenticabile per la tracotanza degli esecutori e per la rabbia di non poter reagire e far nulla per aiutare Emilio!".
(Luisa Cereda)
"(...)la sera del primo gennaio Aldo era a casa perché si doveva trovare coi compagni per partire in montagna; visto che nessuno era ancora giunto a chiamarlo, decidemmo di andare insieme da Carlo Levati. Nei pressi del ponte di S. Rocco udimmo i passi cadenzati di un plotone e notammo, rimanendo nascosti nell'ombra, che i fascisti si stavano dirigendo verso il cascinotto che aveva svolto le funzioni di base per il l° distaccamento. Con cautela giungemmo all'abitazione di Carlo, ma lui non c'era e nemmeno si era visto Emilio Cereda che doveva contattare Aldo per la partenza. Poiché il coprifuoco era prossimo, erano quasi le 23, tornammo a casa rimanendo d'accordo che la mattina seguente avrei accompagnato mio fratello a Varese presso alcuni nostri parenti e che i contatti col gruppo sarebbero stati affidati a me. Alle ore 1,15 irruppero dentro casa fascisti della squadra politica di Monza, presero mio fratello, gli misero in testa un basco e uno esclamò:
- Sì, è proprio lui! Signorina, non si preoccupi, lo arrestiamo per accertamenti, sarà rilasciato domani in giornata! - Io non capivo ed ero sconvolta, per il momento non si poteva fare nulla". (Ida Motta)
All'insaputa dei componenti il l° distaccamento, quella notte Pierino Colombo e Luigi Ronchi rientrarono da Milano.
"(...) circa all'una un gruppo di fascisti, una quindicina, irruppero in casa, cominciarono a perquisire i locali e arrestarono mio fratello. L'azione fu talmente rapida e svoltasi ad un'ora insolita che io e mia madre restammo attonite a guardarci senza capire cosa fosse accaduto. Ci rendemmo conto solo del fatto che Pierino non c'era più".
(Lucia Colombo)
"(...) nel silenzio della notte sentimmo battere violentemente alla porta: un gruppo di fascisti irruppe, perquisì la casa nella ricerca frenetica di documenti o armi che comprovassero la sua "colpevolezza" ed arrestarono Luigi. Fu tradotto con gli altri nella caserma della G.N.R.". (Rosa Ronchi)
"(...) intorno alle due sentimmo dei passi pesanti salire le scale, poco dopo udimmo battere violentemente all'uscio che venne spalancato: irruppero i fascisti.
Pochi attimi prima, resosi conto di quanto stava succedendo, Renato riuscì a nascondersi tra i vetri e le imposte della finestra pronto a saltare di sotto nel cortile. Tale intento gli fu precluso dalla presenza di fascisti che avevano circondato l'abitazione. L'accurata ispezione portò inevitabilmente alla scoperta del nascondiglio e al conseguente arresto di nostro fratello". (sorelle Pellegatta)
"(...) erano da poco trascorse le due di notte e nel dormiveglia sentii dei rumori: qualcuno bussava alla porta al piano terreno. Mia madre, che stava sempre sul chi vive, capì subito che si trattava dei fascisti e si affrettò a svegliarmi. Saltai in piedi, mi avvolsi intorno al collo i pantaloni, presi in mano le scarpe e, con una calma che mi impressionò, misi al corrente mio padre della sorte che gli sarebbe toccata se i repubblichini non mi avessero trovato. Lui mi rispose di non preoccuparmi e di mettermi in salvo, finché c'era tempo.
Intanto che i fascisti ispezionavano i locali a piano terreno, io, al piano superiore, uscii dalla camera da letto e bussai alla porta dei vicini, la famiglia Parma".
(Carlo Levati)
"(...) sentii entrare i fascisti nella camera dove dormiva Ambrogio, fratello di Carlo, che, alzatosi dal letto, fu riconosciuto dal delatore che accompagnava la squadra repubblichina il quale disse: - Non è lui! Bisogna entrare dalla parte opposta. -
Nel frattempo sentii bussare alla porta della mia camera: era Carlo che chiedeva di poter entrare. Spiegò a mio marito ed a me come fosse ricercato dai fascisti per essere deportato in Germania e ci chiese se volevamo aiutarlo avvertendoci dei rischi che avremmo corso.
Mio marito, senza esitare, gli rispose: - Fai quello che devi fare, non preoccuparti per noi; ce la caveremo ugualmente! -" (Teresa Pirola)
"(...) in quei momenti, attraversato il cortile interno dirigendomi verso la mia abitazione, attirata dai rumori, notai un giovane che, in disparte, osservava la scena. avvicinatami gli dissi: - Poverino, hanno arrestato anche te! -
Capii solo successivamente che era il delatore che aveva permesso la cattura dei partigiani vimercatesi". (Luigia Pirola)
"(...) ritornai per un ultimo saluto dai miei genitori chiedendo ancora una volta che cosa dovessi fare; mio padre ribadì quanto aveva già affermato, con risolutezza, precedentemente; ci stringemmo la mano e ritornai nella camera dei Parma. Constatai che la casa era circondata: l'unica via di scampo era la finestra che dava su di un pollaio che separava il cortile dall'aperta campagna. Per disorientare il fascista di guardia nel cortile escogitai uno stratagemma che si rivelò efficace: feci appostare il marito alla prima finestra, la moglie alla seconda e io verso quella prescelta per la fuga. Al mio via le finestre si spalancarono simultaneamente e, come previsto, il fascista fu colto di sorpresa. Fui lesto ad approfittarne, saltai sul tetto del pollaio e scavalcai d'un balzo il muro di cinta. Tentai di arrampicarmi sul muro di una casa adiacente, ma senza riuscirvi; ritentai in un'altra direzione e questa volta andò bene. Mi avvicinai all'abitazione quando un cane iniziò ad abbaiare segnalando così la mia posizione. Per sottrarmi alla sua vista infilai le scale esterne e mi rifugiai sul solaio; intanto sentivo le urla dei repubblichini: - E fuggito! -". (Carlo Levati)
"(...)poco dopo i fascisti entrarono in camera e ci fecero alzare dal letto. Erano ubriachi fradici e cominciarono ad infierire con pugni e calci su mio marito. Mia cognata, che viveva con noi, ricevette un pugno in pieno viso perché tentava di mantenere la calma in quanto nella camera attigua dormivano i bambini. Dopo la sfuriata arrestarono il padre di Carlo, Francesco, e mio marito dicendo loro: - Vi rilasceremo solo se ci indicherete dove si è nascosto! -" (Teresa Pirola)
"(...) scesi le scale e mi imbattei di nuovo nel cane: questa volta riuscii ad immobilizzarlo. Scavalcato un'ennesimo muro di cinta scorsi a poca distanza i fascisti, strisciando nella neve mi diressi verso la strada. Appena oltre vidi il cimitero fiancheggiato da un muretto, poi il Molgora coi suoi boschi di robinie: mi gettai, trafelato, su di un mucchio di neve che ricopriva delle foglie. Mi infilai i pantaloni che avevo ancora annodati al collo, i piedi erano gelati e inoltre avevo perso le scarpe. Camminando a piedi nudi nella neve raggiunsi Ruginello dove bussai alla porta di Benedetto Motta, partigiano del gruppo locale. Ci sedemmo accanto al fuoco e, mentre mi riscaldavo e medicavo i piedi insanguinati, gli raccontai quanto era accaduto.
Dopo essermi rifocillato e riscaldato, lo ringraziai e mi diressi a Moriano da una mia zia dove, oltre a trovare un rifugio provvisorio, avrei potuto avere notizie. Mia zia si era recata, frattanto, a casa mia agendo con circospezione; riuscì a sapere che tanto mio padre quanto il vicino di casa, Alfredo Parma, erano stati arrestati. Mi riferì inoltre che un fascista di Vimercate aveva minacciato mia madre di fucilarmi sotto i suoi stessi occhi qualora mi avessero catturato. Lasciai Moriano per raggiungere la base del gruppo di Rossino dove sapevo di poter trovare il rifugio adeguato alla situazione. Seppi più tardi dell'arresto della sorella maggiore e della fidanza di Iginio Rota, mentre la sorella maggiore di Aldo Motta, intuendo il pericolo, si era allontanata ed era ospite di un parente a Milano". (Carlo Levati)
"(...) nella nottata del 2 gennaio 1945 un folto gruppo di militi fascisti irruppe nella mia stanza d'ospedale, si avvicinarono minacciosi al mio letto chiedendomi se conoscevo un certo Tom (n.d.r.: nome di battaglia di Carlo Levati). La mia risposta fu che l'unica persona di nome Tom di mia conoscenza era un fruttivendolo".
(Dante Teruzzi)
"(...)il 3 gennaio, alle ore sette, circa 20 fascisti circondarono la mia abitazione e quattro di essi irruppero in casa mentre mi trovavo ancora a letto. Con prepotenza aprirono la porta della mia stanza, coi mitra spianati. Mentre mi vestivo cominciarono a pormi delle domande riguardanti mio fratello Erminio, alle quali risposi prontamente asserendo di non averlo più rivisto dal settembre 1943. In realtà si era da poco recato al lavoro a Milano. Dopo un'accurata quanto infruttuosa perquisizione i fascisti mi condussero verso una loro macchina parcheggiata sotto casa mia: su di essa vidi Renato Pellegatta. Il capo fascista mi chiese se conoscevo quel "delinquente". La reazione alla mia risposta negativa fu una serie di percosse che si abbatterono su di me; fui spinto con violenza nell'automobile e condotto alla caserma della G.N.R.. L'interrogatorio cominciò immediatamente e le regole che ci eravamo imposte nella clandestinità erano di negare tutto, anche di fronte all'evidenza dei fatti: norma alla quale mi attenni scrupolosamente. Conclusa l'inquisitoria, fummo tradotti alle carceri di S. Vittore, dove venni rinchiuso in una cella con Enrico Assi, Angelo Nava e Carlo Verderio".
(Felice Carzaniga)
"(...)il mio arresto avvenne sul posto di lavoro (Ditta Bestetti a S. Giorgio di Villasanta). Il capo-reparto venne verso di me dicendomi: - Non c'è via di scampo! Ci sono i fascisti che ti cercano! -. Questi mi chiesero di mostrare loro i miei indumenti, così ci dirigemmo agli spogliatoi; frugarono nell'armadietto tra gli abiti e trovarono il Vangelo e il Rosario. La prima cosa che fecero, dopo tale scoperta, fu di battermi a sangue urlandomi nelle orecchie: - Proprio uno che ha in tasca Vangelo e Rosario si permette di fare queste cose! - Quando caddi esanime mi caricarono su di un camion col quale raggiungemmo Vimercate. Nel pomeriggio un furgoncino ci portò tutti e nove a Milano, alle carceri di S. Vittore". (Carlo Verderio)
"(...) la cella in cui eravamo reclusi era fredda, aleggiava un tanfo di escrementi che proveniva dal bugliolo sito al centro di essa. Non ci vennero fornite le gavette necessarie a contenere quella specie di brodaglia che costituiva l'unica fonte di sostentamento; poiché la fame era tanta, il secondo giorno decidemmo di utilizzare un putrido catino di alluminio pulito alla meno peggio coi nostri fazzoletti, in quanto non vi era la possibilità di lavarlo. La mattina del terzo giorno di reclusione giunse l'ordine di scarcerazione: contenti passammo a ritirare i documenti e già pensavamo all'orario del tram per il ritorno a casa.
La nostra gioia fu di breve durata: alcuni repubblichini ci caricarono su di un camion per trasferirci, ammanettati, al carcere di Monza. Ricominciarono le operazioni di prassi: immatricolazione, ritiro dei documenti, assegnazione della cella. Fui rinchiuso col padre di Carlo levati, Francesco, e con Alfredo Parma. L'inverno era molto rigido, nevicava abbondantemente e il freddo pungente penetrava dalla finestra sprovvista di vetri. Per letto avevamo un pagliericcio ed una sola coperta piena di pidocchi come coltre. L'unico modo per poterci riscaldare era quello di camminare per la lunghezza della cella, che misurava mt. 4x2, ovviamente a turno. La razione alimentare giornaliera consisteva in un solo pasto a base di riso e un panino; spesso i miei compagni di cella mi donavano metà della loro razione di pane dicendomi: - Mangia che sei giovane e ne hai bisogno! -" (Felice Carzaniga)
Nel frattempo Carlo Levati, rifugiatosi a Rossino, ricevette l'ordine, tramite una staffetta, di raggiungere Cavenago Brianza dove avrebbe avuto ulteriori istruzioni.
"(...)eseguii alla lettera la disposizione e mi incamminai verso la destinazione stabilita; una volta giuntovi seppi, da un membro del C.L.N. locale, che Rossino era stata rastrellata da cima a fondo proprio perché la mia presenza era stata segnalata. Fortunatamente nessun appartenente al gruppo fu tratto in arresto. La notte successiva Emilio Diligenti mi raggiunse nel rifugio e mi informò che altri quattro giovani, che avevano partecipato all'azione di Arcore, erano stati arrestati mentre gli altri erano riusciti a sottrarsi alla cattura. Le notizie che mi furono date misero in chiaro la situazione che si stava delineando e come l'unica soluzione per me fosse di riparare in montagna. Scortato da Giuseppe Ronco, componente del gruppo di Rossino, raggiunsi la stazione ferroviaria di Molteno, dove mi incontrai con Ida Motta". (Carlo Levati)
"(...)a piedi raggiungemmo Oggiono e quindi Imberido, dove abitava la famiglia che aveva ospitato Carlo e mio fratello dopo l'8 settembre 1943. Il capofamiglia ci accolse a braccia aperte. Consigliò a Carlo di lasciare la sua abitazione, poco sicura poiché era già servita da rifugio, e ci inviò da un suo cognato, Giovanni Ratti, ad Ello. Ci lasciammo, Carlo partì per la nuova destinazione mentre io ritornai a Milano e non a Vimercate perché sapevo di essere pedinata dalla polizia fascista, in quanto ero la fidanzata di Carlo". (Ida Motta)
"(...)alle ore 7 del 6 gennaio fui prelevato dalla cella e portato in una camera d'attesa, dove trovai Assi, Pellegatta e Colombo. Alle 8,30 venimmo fatti salire su di un motofurgone il cui cassone era coperto da paglia insaguinata. Venimmo trasportati alla sede della polizia politica di Monza, in Via Tommaso Grossi, già tristemente nota come luogo di tortura. Ci fecero sedere su di una panca, ammanettati a due a due, in un gelido stanzone. Rimanemmo così, senza mangiare nè bere, fino alle 19 in attesa di essere interrogati, dopo averci fatto sentire per tutta la giornata le urla strazianti dei partigiani che venivano seviziati. Vennero a prelevarci e ci riportarono al carcere senza aver subito l'interrogatorio". (Felice Carzaniga)
"(...) trasportato alla sede della polizia politica, al comando della quale vi era il Capitano Maragna, vidi in un angolo Cereda e Pellegatta; quest'ultimo, senza farsi notare, con un gesto convenuto, mi fece capire che nessuno aveva parlato. Maragna mi chiese se conoscessi quei due, risposi di conoscere Pellegatta in quanto mio vicino di casa. Mi fecero entrare in una stanza ed iniziò l'interrogatorio. Negai qualsiasi addebito nonostante le ripetute percosse che accompagnavano ogni domanda rivoltami. Maragna mi disse che era inutile continuare a negare, sapeva perfettamente che tutti gli arrestati si conoscevano. Nel dire ciò estrasse un foglio sul quale vi erano i nomi dei partigiani che avevano partecipato all'azione di Arcore. Rimasi stupito, anche se non lo diedi a vedere, nel constatare come le loro informazioni fossero precise, ma continuai egualmente a negare tutto. Subii ancora feroci percosse, al termine delle quali venni ricondotto in cella, isolato dagli altri tra i delinquenti comuni". (Carlo Verderio)
La sera del 6 gennaio 1945 furono tratti in arresto Don Enrico Assi e Felice Sirtori, sotto l'accusa di aver appoggiato l'attività dei partigiani. Risultata inesistente l'accusa, Don Enrico Assi venne rilasciato immediatamente, mentre Sirtori fu trattenuto e avviato alle carceri di Monza. Durante l'interrogatorio che subì, gli vennero chiesti, coi "soliti metodi" usati dai fascisti, i nominativi degli antifascisti vimercatesi. Sirtori negò di conoscere tali persone nè di avere mai avuto contatti con loro anche davanti alle circostanziate affermazioni mosse dai dirigenti dell'U.P.I. (Ufficio Politico Investigativo).
"(...) nelle prime ore del pomeriggio del 6 gennaio 1945, avendo il chiaro presentimento che la burrasca ormai sovrastava, mi recai nella casa di Felice Sirtori per confidargli il mio timore. Radunammo in fretta tutto il materiale di propaganda che era compromettente. Un grosso pacco de "Il Ribelle" che era pronto per la distribuzione finì immediatamente nella piccola stufa che era al centro del negozio. Appena in tempo: dopo poche ore Felice Sirtori veniva arrestato.
Mi recai a casa mia, in via S. Rocco, con il sicuro presentimento dell'arresto imminente. Infatti verso le ore 18 il caseggiato è circondato da un folto nucleo di poliziotti dell'Ufficio Politico Investigativo (U.P.I.); un ufficiale mi esibisce il tesserino e ordina agli altri di perquisire la casa. Requisirono una piccola agenda tascabile che avevo in tasca.
Fui trasferito nella ex caserma dei carabinieri. Alla presenza di un ufficiale tedesco il capitano Maragna dell'U.P.I. diede inizio all'interrogatorio esprimendo il suo rammarico per aver dovuto procedere al fermo di un sacerdote. Aggiunse di esservi stato costretto perché erano orami numerosi i sacerdoti i quali, invece di dare il loro sostegno al regime fascista impegnato in una lunga e dura guerra contro il comunismo, si andavano invece alleando con i comunisti. Poi cominciò a rovesciare una valanga di accuse nei confronti di Pio XII e del card. Ildefonso Schuster. Senza abbandonare il suo tono provocatorio e oltranzista con un'aria di autosufficienza tipica di coloro che si sentono padroni della verità, riprese le sue invettive. Questa volta contro i preti che dovevano evitare, per rispetto al loro abito, di mescolarsi ai banditi. Osservai che quelli che lui chiamava "banditi" erano giovani che intendevano difendere la loro libertà e combattere per una società nuova. Maragna tagliò corto: "Se avessi voluto sentire una predica sarei andato a Messa questa mattina". Prese allora a ricordarmi gli spostamenti che nella primavera e nell'estate del 1944 avevo compiuto per andare a trovare il gruppo dei giovani vimercatesi nascosti nel cascinale denominato de "il Mancino", all'estrema periferia di Vimercate verso Bellusco. Maragna conosceva giorno ed ora di quell'incontro. Sapeva che ero accompagnato da due persone che venivano da Milano. Gli informatori non furono in grado di riconoscere i due estranei. Erano il comm. Carlo Perini, esponente della D.C. clandestina di Milano e il dott. Mario Pirola, commissario delle Brigate del Popolo. Negai recisamente quell'incontro, asserendo che quel giorno, mercoledì, avrei dovuto essere a scuola in Seminario. Forse si lasciò sfiorare dal dubbio che non fossi io l'accompagnatore dei due "invitati". Maragna si mise a sfogliare rabbiosamente l'agenda tascabile che mi avevano sequestrato in casa. Erano segnati i nomi degli alunni del ginnasio in cui insegnavo, i voti da essi riportati nelle varie discipline. Solo nelle ultime paginette dell'agenda erano segnati indirizzi e numeri di telefono che avrebbero potuto essere decifrati, frequenze delle radio clandestine Londra e Svizzera che potevano facilmente essere individuate. Stava per arrivare alle pagine compromettenti quando inspiegabilmente interruppe l'esame dell'agenda che fino a quel momento si era svolto in modo minuzioso e pignolo: chiuse l'agendina visibilmente contrariato e me la riconsegnò.
Mentre, quasi incredulo per lo scampato pericolo, pensavo che il mio interrogatorio fosse concluso, Maragna mi disse: "Adesso venga". Aveva il piglio di chi stava per mettere con le spalle al muro il suo avversario. Mi portò in un ampia stanza attigua. In un angolo, con il volto tumefatto ed insanguinato a causa delle percosse subite, vidi Felice Sirtori. Adesso volevano sapere quali fossero i nostri ruoli: di quali "bande" fossimo i capi. "Ha già confessato tutto - mi dice Maragna - è inutile che lei neghi". Cosa aveva "confessato" Sirtori? Con una mossa molto tempestiva Sirtori interruppe il capitano per ripetere, e questa volta in mia presenza, una versione addomesticata dei nostri incontri. Presi la palla al balzo e non feci che confermare tutti i particolari, alcuni inventati di sana pianta, che stava esponendo. Maragna, spazientito perché non riusciva a cavare un ragno dal buco, mi disse chiaramente che sarebbe venuto ancora a cercarmi e mi lasciò libero.
Uscito dalla caserma abbracciai i miei cari, affranti, ma dignitosi nella consapevolezza che quella era un'ora buia, ma non senza speranza.
Non una parola di rimprovero: non una parola che significasse scissione di responsabilità. "Ti faranno del male - disse accorata la mamma. - Se però questa è la tua missione, vai avanti per la tua strada".
La domenica seguente 7 gennaio uscii alle ore 6 per dire la Messa in Santuario. La voce del mio arresto si era diffusa in paese in un baleno. Al mio apparire, si levò dal l'assemblea un immenso e corale sospiro di sollievo".
(da "Cattolici e Resistenza" - Enrico Assi)
Monza, 11 Gennaio 1945
Cara mamma e Lucia,
dal giorno in cui sono partito da Vimercate sono andato a Milano alle carceri di S. Vittore, e ci sono rimasto sino a venerdì sera. La sera stessa, sempre tutti insieme, siamo stati portati a Monza. Qui per ora non ci si trova male, tanto per il servizio come per il dormire. Abbiamo il nostro pagliericcio, con una coperta, e come vedi il freddo non si soffre. Per ora siamo in attesa di essere nuovamente interrogati, dopo questo potrete venirci a trovare. A quanto sembra pare che la cosa non vada male, però per certo si saprà dopo l'interrogatorio. Cara mamma, ti raccomando di stare tranquilla, tanto te come pure Lucia, e pregate il Signore che ci aiuti per far sì che la cosa vada bene. Salutami tanto Giuditta e Maria, come pure tutti gli altri; digli anche di ricordarsi di Pierino.
Mamma cara e Lucia non ho altro da aggiungere solo che dirvi che vi voglio tanto bene, e che vi ricordo sempre.
Bacioni a tutti
Pierino
P.S. ieri ho ricevuto tutto il pacco.
La lettera in questione passò il vaglio della censura (modificato in 3 il numero delle coperte) che non consentiva allo scrivente di poter esprimere il reale stato delle cose.
Monza, 15 gennaio 1945
Cara mamma e Lucia,
sono ancora qui a Monza in attesa di essere interrogato Ieri ho ricevuto tutta la roba, però il tabacco è poco. Quando vieni, la prossima volta, portane di più e porta i fiammiferi svedesi, perchè gli altri non li lasciano entrare, 2 scatole. Ti prego di dire alla zia Paolina se può portarmi del pane perchè questo è proprio necessario. Come vedi finora sono ancora in attesa di giudizio, però ti prego di non pensarci. Prima di venire, mercoledì, passa da Cereda a ritirare qualche cosa.
Per scrivere potete tutti i giorni.
Cara Lucia, ti prego di guardare nel mio portafoglio nel quale vi è la ricevuta delle fotografie che ho fatto a Milano al "Nuovofoto", cioè dopo il teatro Puccini, e falle ritirare da qualcuno che va a Milano. Non avendo altro da dirti, termino inviandovi cari saluti unitamente a tanti bacioni.
Vostro Pierino
Salutami tutti.
Dopo che ci avranno interrogati tutti potrete venirci a trovare. Sono in cella con Cereda.
Monza, 22 Gennaio 1945
Cara mamma e Lucia,
sono stato interrogato ieri ed oggi stanno facendo a tutti il verbale; poi in seguito spero che potrete venirci a trovare. Vi prego di non pensare male, sperando che tutto vada bene. Sabato e domenica ho ricevuto tutta la roba, come spero che a Lucia abbiano consegnato il paletò. Vi prego di scrivermi qualche volta, fatemi sapere qualche novità, e precisamente cosa dicono in paese. Ti prego di dire alla zia se può portarmi del pane, qualche bastoncino, ogni tanto, e qualche sigaretta, perchè a dire la verità siamo in cella io e Cereda, poi ci sono due forestieri ai quali bisogna dare qualcosa anche a loro, perciò vedi che non siamo in abbondanza! Non ho altro da aggiungere solo che salutarvi, unitamente a tanti bacioni. Salutami tanto la Sig.ra Giuditta e tutti gli altri. Mandami del tabacco. Bacioni a tutti.
Pierino
Monza, 25 Gennaio 1945
Cara mamma e Lucia,
con grande gioia ieri ho ricevuto la vostra lettera, dalla quale ho appreso che state tutti bene. Ho ricevuto tutta la roba, e vi ringrazio.
Cara Lucia, non trovo parole per ringraziarti di aver scritto alla mia fidanzata e ti prego di mandarle una mia foto e fattene mandare una delle sue, così quando potremo parlarci me la farai vedere. Dille anche che le voglio sempre bene e che la penso sempre.
Ci hanno interrogati tutti, abbiamo anche firmato il verbale ed ora siamo in attesa di essere giudicati. Vi prego di non pensare e speriamo che tutto vada bene. Sono sempre in cella con Cereda e siamo abbastanza allegri. Non ho altro da aggiungere solo che salutarvi tutti, unitamente a tanti bacioni.
Salutami tanto lo zio e la zia, Franco, Giuditta e Maria.
Tuo figlio Pierino
Trascorsi oltre venti giorni dall'arresto, i famigliari ebbero finalmente il permesso di visitare i loro congiunti. Il colloquio doveva essere collettivo e di brevissima durata: 5 minuti!
"(...)il 26 gennaio, ottenuto il permesso dal Vice Federale Vaghi, mi recai, con le sorelle degli altri partigiani reclusi, al carcere di Monza. Qui ci dissero che i prigionieri erano stati portati alla Villa Reale per essere interrogati. A piedi, nella neve che cadeva ancora copiosa dal cielo, ci dirigemmo speranzose verso il luogo indicato. Entrati sentimmo urla strazianti provenire da una stanza; spaventate chiedemmo ad un milite di guardia se i nostri congiunti risultavano essere portati lì.
Avuta risposta affermativa, mostrammo il permesso firmato per poter finalmente avere un incontro coi nostri cari. Mentre eravamo in attesa due militi si avvicinarono e cominciarono a rivolgermi domande tendenti a scoprire dove fosse nascosta mia sorella Ida e Carlo Levati, suo fidanzato. Risposi di non sapere nulla, ero troppo piccola per essere a conoscenza di questi fatti. Giunse il momento tanto atteso: li vedemmo arrivare scortati da militi, nella nostra direzione. Aldo mi abbracciò e mi disse: "Dì a mamma e papà che sto bene, salutameli tanto!". Lo osservai attentamente, nessun livido o altro segno evidente di sevizie era presente sul suo volto. Volevo chiedergli molte cose ma i cinque minuti concessici trascorsero incredibilmente veloci. Un ultimo abbraccio e negli occhi la speranza di rivederci presto". (Carla Motta)
"(...) Emilio mi salutò sorridente, con allegria, nascondendo alla perfezione il suo vero stato d'animo. Notai il suo viso tumefatto e pieno di lividi. Ebbi l'ingenuità di chiedergli se lo avessero picchiato e lui - dopo un attimo di silenzio ed un'occhiata al carceriere - mi rispose negando, anche se era evidente il contrario. Ne fui molto addolorata e decisi di non riferire ai miei genitori quanto avevo visto. Per tutta la notte pensai ad Emilio, alla solitudine, all'angoscia e alla paura che sicuramente erano nel suo cuore". (Luisa Cereda)
"(...)il 28 gennaio, una domenica, ci recammo ancora a Monza per portare il cambio dei vestiti; percorremmo la strada a piedi poiché la neve era talmente alta da non consentire al tram il normale esercizio. Giunti alle carceri ci dissero che i nostri cari erano stati trasferiti a Milano per il processo. Sconfortate restammo inebetite davanti al cancello, senza rassegnarci, in attesa dì vedere uscire, nonostante quanto ci era stato detto, da un momento all'altro i nostri congiunti. Passò del tempo, chiesi di poter usufruire dei servizi igienici e il milite di guardia mi indicò dove si trovavano, in fondo al cortile interno. Lo attraversai lentamente, guardando con attenzione attraverso ogni finestra nella speranza di scorgere un volto famigliare. Ad un tratto udii battere ad una finestra, mi voltai e …li vidi. Mio fratello mi fece cenno di avvicinarmi; la finestra era socchiusa e attraverso lo spiraglio mi informò che erano in attesa di essere portati a Milano per il processo. Ritornai fuori e avvisai tutte le altre di quanto avevo visto: iniziò così una vera e propria processione per andare ai "servizi", e tutte ebbero modo di poter vedere ancora per una volta il proprio fratello e scambiare alcune parole con lui. Arrivarono poi alcune camionette scortanti un camion coperto da un telone. I prigionieri uscirono sotto scorta armata per salirvi; vidi Aldo legato ed ammanettato, mi lanciai verso di lui abbracciandolo, piangendo, senza volermi più separare. Arrivò una guardia che mi strappò da quell'abbraccio, mi diede una spinta; a mia volta reagii spingendolo e facendolo scivolare sul ghiaccio. Si alzò, col viso reso paonazzo dall'ira, e scattò verso di me brandendo il manganello. Fortunatamente un'altra guardia lo bloccò convincendolo a desistere considerata la mia giovane età".
(Carla Motta)
"(...)li vedemmo uscire ammanettati e legati tra loro con una lunga catena e, caricatili sul camion, partire. Le lacrime ci inumidivano gli occhi e, senza alcun freno, divennero un pianto dirotto. Loro, dal camion in movimento, gridavano rassicurandoci che non avrebbero subito alcuna percossa e che presto ci saremmo potuti riabbracciare".
(Lucia Colombo)
"(...)giungemmo a Milano il 28 gennaio, ci fecero un'istruttoria formale in cui ci lessero i capi d'imputazione e ciascuno di noi negò la propria colpevolezza. Ricordo che Renato Pellegatta ci chiese se avessimo parlato: alla nostra risposta negativa si congratulò con tutti. Ci guardammo in viso: ognuno di noi portava i segni degli interrogatori subiti; Renato aveva un occhio tumefatto, ma il fatto di aver resistito ci alleviava da tutti i dolori fisici. Poi ci trasferirono in un luogo di segregazione, che non riuscimmo ad identificare, e che comunque non era S. Vittore. Il mattino dopo ci fu il processo militare al Palazzo di Giustizia. Il dibattimento si svolse a porte chiuse e durò circa un'ora. La Corte e la Giuria erano composte da militari. Dopo la lettura dei capi d'imputazione e la relativa risposta negativa da parte nostra, il Pubblico Ministero chiese la condanna a morte per tutti. Il difensore d'ufficio, anch'esso un militare, propose l'attenuante per i quattro minorenni che venne accettata in quanto prevista dal Codice di Procedura Penale. Durante il processo un tenente fascista riconobbe in Luigi Ronchi un commilitone della campagna di Russia e tentò di intercedere presso la Corte citandone le doti militari. Il processo venne momentaneamente sospeso affinché la Corte si ritirasse per il verdetto. Dopo circa mezz'ora ci fu la lettura della sentenza
(Carlo Verderio - Felice Carzaniga)
N. 3;6/G.45
N. 74 della rubrica
29 GENNAIO 1945 - XXIII
IN NOME DELLA LEGGE
Il tribunale Militare Straordinario di Guerra di Milano Composto dai Signori:
Col. Igs
SPOLETI
PASQUALE
PRESIDENTE
Magg. G.M.
BORGHESE
SOFO
GIUDICE RELATORE
Col. Bers.
LIBOIS
GIUSEPPE
GIUDICE
Ten. Col. G.N.R.
FRATTINI
ALCIDE
GIUDICE
Magg. Ftr.
DI NATALE
CAVALLOTTI
GIUDICE
Ha pronunciato la seguente SENTENZA nella causa contro:
1) VERDERIO CARLO di Giuseppe e di LEVATI ANNA, nato il 20.10.1926 a Vimercate, ivi resid. Via Rossino, 5
2) NAVA ANGELO di GIOVANNI e di VILLA CAROLINA, nato il 26.11.1926 a Vimercate, ivi resid. Via Gabriele D'Annunzio, 48
3) PELLEGATTA RENATO di Luigi e di STUCCHI ROSA, nato il 25.10.1923 a Vimercate, ivi resid. in Via Rossino, 5
4) CARZANIGA FELICE fu CARLO e di FUMAGALLI ANNUNZIATA, nato il 13.4.1927 a Vimercate, ivi resid. in Via Valcamonica, 1
5) RONCHI LUIGI di MARTINO e di GALBUSERA BERNARDINA, nato il 10.1.1921 a Vimercate, ivi resid. in Via Crispi 7
6) COLOMBO PIETRO fu GUGLIELMO e di CARZANIGA MARIA, nato il 5.1.1921 a Vimercate, ivi resid. in Via Palestro, 1
7) CEREDA EMILIO di LUIGI e di LEVATI MARIA, nato il 14.8.1920 a Vimercate, Via Vittorio Emanuele, 11
8) ASSI ENRICO di GIUSEPPE e di BRAMBILLA FIORINA nato il 30.5.1927 a Vimercate, ivi resid. in Via S. Rocco, 1
9) MOTTA ALDO di VINCENZO e di BRAMBILLA MARIA nato il 16.6.1921 a Vimercate, ivi resid. in Via C. Battisti, 8
IMPUTATI
A) Appartenenza a bande armate (art. 4 D.L. 16.6.44 n. 394) per avere partecipato a bande operanti in danno della R.S.I. e delle sue organizzazioni civili e militari in Vimercate e in epoca anteriore al 26.11.45
B) Appartenenza ad associazioni antinazionali (art. 110 e 271 C.P.) perché nelle predette circostanze di tempo e luogo partecipavano ad associazioni antinazionali tendenti a distruggere e deprimere il sentimento nazionale.
C) Detenzione di oggetti di armamento (art. 10 D.L. 21.6.44 n. 358) per avere, sempre nelle predette circostanze di tempo e di luogo, violato il divieto impartito dalle autorità militari di detenere armi o munizioni e di portarle fuori dalle proprie abitazioni.
D) Distruzione e sabotaggio di opere militari (art. 110 e 253 n. 1 e 2 C.P.) per avere, nelle predette circostanze di tempo e di luogo, fatto opera di distruzione e di sabotaggio di opere militari e ciò nell'interesse di uno Stato in guerra contro la R.S.I. ed al fine di comprometterne la preparazione, l'efficienza bellica e le operazioni militari.
E) Di concorso in rapina aggravata e continuata (art. 81, 110, 122 n. 1 e 2, 826 n. 1 e 2 art. 1 lettera A legge 30.11.42 n. 1365 in relazione all'art. 61 n. 5 V.P.) per essersi in concorso fra loro con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, alfine di procurarsi ingiusto profitto mediante violenza e minaccia con armi, impossessati di cose mobili in danno del tabaccaio di Verderio e del salumiere di Busnago, approfittando di particolari circostanze di tempo e di luogo dovute allo stato di guerra in giorni imprecisati anteriori al 26 gennaio 45.
IL 3°, 6° e 7° inoltre
A)Attentato ad appartenente alla FF. AA. Tedesche, seguito da morte (art. 9 D.L. 16.6.44 n. 394) per avere in concorso tra loro cagionato la morte di un appartenente alle FF. AA. Germaniche. In giorno imprecisato anteriore al 26 gennaio 45.
B) Omicidio a scopo di rapina (art. 84, 110, 575, 576 n. I C.P. art. 1 lettera A L. 30.11.1932 n. 1365, in relazione all'art. 61 n. 5 C.P.) per avere, in concorso tra loro, cagionata la morte di un individuo rimasto sconosciuto allo scopo di eseguire una rapina in danno dello stesso, e ciò profittando di particolari circostanze di tempo e di luogo dovute allo stato di guerra.
IL 3°, 5°, 6° e 7° inoltre
Mancanza alla chiamata (art. 1 D.L. 16.6.1944 n. 394) perché appartenenti a classi richiamate alle armi, non si presentavano, senza giustificato motivo nei tre giorni successivi al giorno prefisso, e ciò allo scopo di unirsi a bande.
DICHIARA
VERDERIO CARLO, PELLEGATTA RENATO, CARZANIGA FELICE, NAVA ANGELO, RONCHI LUIGI, COLOMBO PIETRO, CEREDA EMILIO, ASSI ENRICO e MOTTA ALDO responsabili di tutti i reati loro ascritti, ad eccezione per il Verderio, il Nava, il Carzaniga e l'Assi del reato di rapina, e li condanna:
Il Verderio e il Nava, in concorso di circostanze loro particolarmente favorevoli alla pena di anni trenta di reclusione e L.20.000 di multa il Verderio, e alla pena di anni trenta di reclusione il Nava; il Carzaniga e l'Assi, in considerazione della loro età minore degli anni 18 alla pena di anni trenta di reclusione ciascuno; il Pellegatta, il Ronchi, il Colombo, il Cereda e il Motta alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena.
ASSOLVE: Verderio, Nava, Carzaniga e Assi dal reato di rapina per non aver commesso il fatto.
Milano, 29 Gennaio 1945 - XXIII
IL GIUDICE RELATORE
F.to Magg. S. Borghese
IL PRESIDENTE
F.to Col. Spoleti
I GIUDICI
F.to Col. Libois G.; T. Col. Prattini; Magg. Di Natale
IL CANCELLIERE MILITARE - F.to Cap. Ruggiero
Depositato in Cancelleria il 30.1.1945 - XXIII. Irrevocabile all'atto della pronuncia.
"(...) ricordo le parole dei miei compagni dopo la lettura del verdetto: - Ricordatevi che altri dopo di noi faranno Giustizia! - Renato Pellegatta, per il suo atteggiamento deciso e risoluto, fu ritenuto dai fascisti il capo del nostro gruppo e lui non fece nulla per smentire questa ipotesi. Vennero emesse condanne in contumacia: a morte per Carlo Levati, a trent'anni di reclusione agli altri partecipanti all'azione di Arcore.
Ammanettati, accompagnati da pesanti insulti, ci caricarono su di un camion militare che ci riportò a S. Vittore. Fu l'ultima volta che vidi i miei compagni. Le loro ultime parole furono un saluto ai famigliari, un fraterno abbraccio nei nostri confronti ed infine un loro desiderio: "Ricordatevi di noi!". Non una lacrima scese dai loro occhi. Un ultimo abbraccio ed infine la separazione eterna". (Felice Carzaniga)
"(...)i condannati a morte furono segregati nel "raggio della morte", noi nel raggio intermedio, strettamente sorvegliati, dove erano rinchiusi i condannati a lunghe pene detentive. Non dissi mai nulla ai miei genitori sulla sorte dei miei compagni condannati a morte nè spiegai loro il perché li avessero trasferiti in un altro raggio".
(Carlo Verderio)
"(...) quando seppi da mia sorella Carla che Aldo e i suoi compagni erano stati tradotti a Milano per il processo, decisi di andarlo a trovare. Il lunedì mattina mi recai a S. Vittore. Chiesi al milite di guardia di poter conferire con mio fratello; questi prese nota del nominativo, si alzò e si diresse verso il posto di guardia. Poco dopo tornò e mi disse di ritornare l'indomani; insistetti ma tutto fu inutile. Il giorno successivo ritornai, mi fecero accomodare in un ufficio dove entrò un graduato che mi permise di vedere Aldo. Mi informai della sua salute e chiesi dove fossero stati il giorno prima, visto che mi era stato negato il colloquio. Seppi che erano stati al Tribunale per il processo; col cuore in gola chiesi del verdetto. "Spero che ci mandino in Germania a lavorare!" fu la sua risposta. Terminato il colloquio mi apprestai ad uscire quando lo stesso graduato mi chiamò e mi fece questa strana domanda: - Signorina, lei vuole molto bene a suo fratello? - Risposi: - Certamente, abbiamo quasi la stessa età e siamo molto legati l'un l'altro! -. - Bene! Allora venga anche domani a trovarlo. -
Rimasi allibita e perplessa, sapevo delle difficoltà che avevano dovuto superare mia sorella e i congiunti degli altri arrestati per poter conferire coi loro cari; ed ecco che, all'improvviso, nel giro di due giorni mi si offriva la duplice opportunità di poter parlare con Aldo. Avvisate le sorelle dei compagni di Aldo, ci accordammo per tornare l'indomani, mercoledì 31 gennaio. Di nuovo quel graduato mi fermò e mi invitò a tornare il giorno seguente. C'era qualcosa di strano che non riuscivo bene a mettere a fuoco, era una sensazione, un vago presentimento che opprimeva il mio cuore, ma non riuscivo a capire cosa fosse.
La mattina di giovedì, 1 febbraio, ottenemmo finalmente di poter parlare più a lungo coi nostri fratelli. Aldo mi chiese di mamma e papà, si informò del suo cane, se era cresciuto e se qualcuno lo accudiva in sua assenza; poi, cambiando improvvisamente discorso, disse: - Sì, se mi mandassero in Germania a lavorare sarei proprio contento!- Mi chiese di portargli un po' di latte il giorno seguente". (Ida Motta)
"(...) rividi Emilio una seconda volta al carcere di S. Vittore il 1 febbraio.
Il colloquio fu breve e, apparentemente, senza controlli. Mi disse che con i suoi compagni era stato processato, condannato ai lavori forzati in Germania, e che sarebbero partiti l'indomani. La notizia mi diede tanta gioia perché c'era ancora la speranza di vederlo tornare. Lo abbracciai forte promettendogli che sarei ritornata la mattina seguente, molto presto, per portargli degli indumenti di lana. Non capii che in quel momento stava volontariamente mentendo per evitarmi un grande dolore e non sapevo che non lo avrei mai più rivisto vivo. Lo ricordo tranquillo e sereno. Solo per un attimo scorsi nei suoi occhi una grande tristezza; forse l'impossibilità di rivedere i genitori e la mancata realizzazione del suo sogno di libertà. Ci salutammo dopo un lungo, forte, affettuoso abbraccio, con l'intesa di rivederci l'indomani quando gli avrei portato il pacco, pensando al freddo e al lungo viaggio chiuso in una tradotta verso la Germania". (Luisa Cereda)
"(...) saputo da Ida Motta che ci era stato concesso un ulteriore colloquio coi nostri cari, mi accordai con le altre sorelle per partire l'indomani, giovedì 1 febbraio. Pur troppo quella notte stetti molto male, così non potei andare con loro; consegnai il pacco contenente vestiti e qualche genere di conforto e dissi di riferire a Pierino che sarei andata a trovarlo il giorno seguente: non sapevo che non l'avrei più rivisto".
(Lucia Colombo)
Nel pomeriggio del i febbraio 1945 i cinque condannati a morte vennero tradotti dal carcere di S. Vittore a quello di Monza.
"(...) facevo parte del distaccamento di Bellusco della 103aS.A.P.
La notte del lì gennaio 1945 venni arrestato con altri tre partigiani belluschesi: Alessandro Bordogna, Mario e Mauro Parolini. Fummo incarcerati a Monza ove subimmo diversi interrogatori: la prima fase consisteva in una serie di domande, riguardanti la nostra attività partigiana, formulate in tono quasi amichevole, alle quali seguiva il nostro risoluto silenzio; nella seconda fase si passava all'intimidazione diretta contro di noi e contro i nostri famigliari, con lo scopo di intimorirci e costringerci a confessare. Per ultimo si giungeva alle percosse e alla tortura attuata a puro scopo vendicativo e non per ottenere risposte alle loro precise domande. Nel tardo pomeriggio di giovedì i febbraio, la porta della mia cella si aprì: venne spinto dentro un detenuto che subito riconobbi. Era Renato Pellegatta. Ci riconoscemmo reciprocamente e gli chiesi quando fosse stato arrestato. Mi raccontò l'intera vicenda, gli interrogatori subiti (ne vedevo chiaramente sul viso le conseguenze), il processo e la condanna a morte. Mi disse che nessuno di loro nulla aveva rivelato agli inquisitori fascisti riguardo all'attività partigiana del vimercatese.
Il tempo trascorreva veloce; alle 23 la porta della cella si aprì nuovamente: io e gli altri tre detenuti fummo fatti uscire e trasferiti in un'altra cella.
Nel tragitto incrociai Aldo Motta, Pierino Colombo, Luigi Ronchi ed Emilio Cereda che erano condotti verso la cella in cui era rimasto Renato Pellegatta.
Verso le 4 del 2 febbraio udimmo i passi cadenzati di un plotone di militi che si dirigevano verso il luogo ove erano rinchiusi i partigiani vimercatesi. Sentii il catenaccio scorrere, il cigolio della porta e il suono di voci indistinte. Un senso di angoscia mi attanagliò, col respiro sospeso scrutai dallo spioncino nella speranza che quanto sapevo stesse accadendo non fosse vero. Li vidi passare diretti verso il loro tragico destino. Alle 8 del mattino ci riportarono nella cella dalla quale eravamo stati allontanati. Era completamente vuota, le cinque coperte erano ancora accuratamente piegate, segno evidente che la notte era stata trascorsa insonne. Lo sconforto, la rabbia, un senso di impotenza fecero sgorgare copiose le lacrime dai miei occhi, intrattenibili".
(Ambrogio Brambilla)
Alle 7,10 di venerdì 2 febbraio 1945 sul campo d'aviazione di Arcore vennero fucilati alla schiena, da un plotone di fascisti, i 5 partigiani vimercatesi:
Renato Pellegatta, Emilio Cereda, Aldo Motta, Luigi Ronchi, Pierino Colombo. Ricevuto il conforto religioso da Don Luigi De Agostini, di Monza, serenamente si schierarono e, prima della scarica fatale, un grido unanime: - Viva la Libertà! -
BANDITI E TERRORISTI AL TRIBUNALE DI GUERRA
DODICI CONDANNE A MORTE E SEI A TRENT'ANNI DI RECLUSIONE
NOVE GIUSTIZIATI - TRE GRAZIATI DAL DUCE
L'altro ieri si è riunito in seduta straordinaria il Tribunale militare regionale di Guerra di Milano per giudicare nove individui imputati di appartenere a bande armate e di essere penetrati con un colpo di mano in un campo di aviazione allo scopo di sabotare gli impianti e gli aerei ivi esistenti.
I predetti, responsabili inoltre di intelligenza col nemico, di omicidi, saccheggi e strage, nonché di detenzione di armi, sono stati condannati:
Alla pena di morte: Pietro Colombo; Luigi Ronchi; Renato Pellegatta; Aldo Motta; Emilio Cereda.
A trent'anni di reclusione: Felice Carzaniga; Angelo Nava; Carlo Verderio; Enrico Assi. La sentenza per i condannati alla pena capitale ha avuto esecuzione ieri, giovedì, all'alba con i conforti di religione, nel campo di aviazione, luogo dei loro misfatti.
(Corriere della Sera, 2 Febbraio 1945)
"(...)la mattina di venerdì 2 febbraio stavo preparando il thermos col latte da portare ad Aldo quando entrò in cucina mio zio, che mi chiese dove stessi andando.
- Vado da Aldo -. Notai il suo viso inespressivo che, dopo un attimo di silenzio, sommessamente mi disse che sul giornale del mattino vi era la notizia della fucilazione di Aldo avvenuta la mattina precedente. Lo guardai sorpresa ed infastidita rispondendo che non era possibile in quanto, nella mattinata del giorno precedente, avevo avuto un colloquio con mio fratello alle carceri di S. Vittore. Mi diressi alla prigione dove, come convenuto, mi incontrai con le altre sorelle. Appena mi videro mi dissero che gli operai, sul tram, tenevano i giornali chiusi borbottando a chi stava leggendo: - Attento, ci sono le sorelle! -. Ci guardammo negli occhi e, decise, entrammo nel carcere; il milite di guardia ci bloccò e ci sospinse verso l'uscita. C'era qualcosa che non andava, ritentammo di entrare; il milite ci fermò nuovamente e, nella confusione che ne seguì, riuscii a sgattaiolare dentro. Mentre sicura mi dirigevo verso il parlatorio mi sentii trattenere violentemente per un braccio e qualcuno mi chiese:
- Dove sta andando? -
- Vado da mio fratello, ho il regolare permesso! -. Il milite mi spinse nella guardiola, nonostante la mia opposizione, e mi rinchiuse. Ero terrorizzata da quello che poteva essere successo e che mi rifiutavo di accettare. Poco dopo entrò un sacerdote: - Signorina, suo fratello è stato portato ad Arcore. . . - Tutto quello che avevo immaginato improvvisamente divenne la realtà. - Ma allora è vero quello che dice il giornale... -
- Sì, purtroppo! Comunque è morto nella pace di Dio! -
Uscii piangendo disperatamente, i singhiozzi mi impedivano di parlare. Vidi che anche le altre sorelle avevano saputo". (Ida Motta)
"(...)ci rendemmo conto che ormai non c'era più nulla da fare e passivamente ci dirigemmo verso il negozio dello zio di Ida. Strada facendo iniziai a pensare a mia madre che, sola a casa, non avrebbe avuto nessuno vicino per alleviarle, almeno in parte, il nostro dolore. Riuscimmo a rientrare a Vimercate solo alla sera; a casa trovai mia madre che, attorniata dalle vicine, singhiozzava sconvolta e, vedendomi, il pianto si sciolse: ci abbracciammo l'un l'altra.
La mattina seguente con le altre sorelle ci recammo al cimitero di Arcore per vedere i corpi senza vita dei nostri cari. Entrammo nella camera mortuaria: i corpi erano stesi su di un tavolaccio di legno al di sotto del quale erano collocati dei secchi atti a raccogliere il sangue che era fuoriuscito dalle ferite". (Lucia Colombo)
"(...) c'era un'ingente folla, convenuta a rendere omaggio ai cinque giovani vimercatesi caduti per l'ideale della Libertà. Un gesto di aperta sfida al regime e di solidarietà ai famigliari. Fattami forte entrai nella camera mortuaria dove, uno accanto all'altro, insieme nella morte come nella vita, giacevano su di un tavolaccio i loro corpi esanimi. Guardando mio fratello mi accorsi che una parte del suo volto era mutilata a causa del colpo di grazia che l'ufficiale, comandante il plotone d'esecuzione, gli diede mentre, ancora vivo, giaceva ai suoi piedi. La testa cominciò a girare e mi sentii mancare; mi portarono fuori e mi accompagnarono a Vimercate su di un camioncino: era il furgoncino usato per trasportare le salme dei partigiani fucilati dal luogo dell'esecuzione alla camera mortuaria!" (Rosa Ronchi)
"(...) ci dissero che erano stati fucilati alla schiena e che le sedie, sulle quali furono fatti sedere, vennero prelevate dalla vicina chiesa. Rifiutarono di essere legati".
(Ida Motta)
"(...) quando si venne a conoscenza dell'avvenuta esecuzione dei partigiani vimercatesi, un brivido di commozione colpì profondamente la popolazione che aveva conosciuto questi ragazzi, li aveva visti crescere e frequentare, come amici, le proprie case. Forse per la prima volta tutti indistintamente avvertirono in maniera tangibile l'oppressione esercitata dal regime, la totale assenza di libertà proiettata anche nelle piccole esigenze di tutti i giorni; il gesto vile e la reazione bestiale fascista scosse tutti nel più profondo dell'animo e indusse anche coloro che propendevano per l'attesa a fare qualcosa di concreto per dimostrare la loro non identificazione nel regime.
La reazione immediata fu quella di recarsi sul posto dell'esecuzione per rendere onore alle vittime e portare fiori in segno di perenne ricordo per quanto essi erano e continuavano a rappresentare. Anch'io mi recai al cimitero di Arcore e, attraverso una piccola apertura, riuscii ad intravvedere i loro corpi giacenti all'interno della camera mortuaria. Con Gino Origgi ed altri ci recammo presso uno studio fotografico clandestino di Sesto S. Giovanni per far stampare le fotografie ricordo dei giovani martiri. I soldi necessari per tali stampe furono raccolti con una sottoscrizione fatta tra la popolazione. Le fotografie furono distribuite tra i vimercatesi in modo da avere sempre presente il ricordo dell'ideale per il quale questi giovani non esitarono a sacrificarsi".
(Elvira Corbetta)
EL DUU FEBRAAR DEL QUARANTACINQU
Parlan ànmò adess dopo trentòtt'an
de tutt quell che success el duu de febraar;
òn di, òna data che i nost Partigian
han scrivuu còl sangu, e, hin minga staa avaar; anzi hin staa còmmè fari luminòss
c'han risc' ciàraa la scenna d'òn mònd amar, voeuj, pien sòltant de prepòtenza e furiòss
bon sultant de ragiònà còl manganèll.
Lè necessari parlàn e fà sentì la vòss,
facch capì ai nost bagaj che se incoeu l'è belì
vivf, parlà, scrivf, dì tutt quell che se pensa
e ragiònà ognun còl sò cervéll
l'è merit anca de lòr; perché sensa la sòa mort, senz'al sò sacrifisi
sarissòm tòrnaa indree, con l'incòmbensa de ripartì de zerò. El giudisi
de la "Storia" al gha nò premura;
m'al riva semper in temp. Dò' hin quei tisi che in camisa negra e còn la faccia scura
andaven in gur a sòmmenà 'I terròr?
Ghun; ma han cambiaa el peel e la figura; vhan dòa tir'el vent, cambien còlòr
tutt'i volt che ghan la cònvenienza.
Ma stì òmmen chi han minga faa 'mè lòr; han affròntaa la mort, la sòfferenza
estrema piuttost che mancà al giurament. Iginio l'è st'al prim; la quintessenza
de la generosità, de l'ardiment; la daa l'esempi. La sòa giòvinezza
stròncada sul camp sott'al piòmb del tradiment.
Oh!! Fòsca nocc trista! Quant'amarezza a pensà che l'è mort per man di fradej! El Natal l'era passaa; e, còn tenerezza
l'havaria dòvuu dal coeur fà sòrtì bej penseer de paas; ma la paas tant'agognada, tant sòspirada l'ha nò tròa post in quei
coeur de sass. Chi l'è quel can c'ha faa la spiada?
I dòvuu de nocc, còl geel, còl frecc, scappà
braccaa còmmè tanti besti; mettes in strada
per òn viagg senza speranza; affròntà la soort d'òn destin sinister. Oh Pieren, Aldo, Renato speravan de tròà
la salvezza! Oh Migliettò, Luisen!
V'han mettuu in presòn 'mé tanti delinquent; va n'han faa 'dree fin ch'el caliss l'è sta pien; poeu i affròntaa la mort senz'òn lament. Nè passaa tanti di an; ma mi sòn cert che se anca ne passass pusse de cent
nunch regòrdarem semper quell c'havii sòffert. Tignarem semper' viva la memoria del vost sacrifisi, di vost vint'an òffert
per la libertà d'Italia. "Questa l'è Storia
(Alessandro Peducci)
IL DUE FEBBRAIO DEL QUARANTACINQUE
Parlarne ancora adesso dopo trentott'anni di tutto quello che è successo il due febbraio; un giorno, una data che i nostri partigiani hanno scritto col sangue, e, non sono stati avari; anzi sono stati come dei fari luminosi che hanno rischiarato la scena di un mondo amaro, vuoto, pieno soltanto di prepotenza e furioso capace soltanto di ragionare col manganello. E necessario parlarne e far sentire la voce, fare capire ai nostri ragazzi che se oggi è bello vivere, parlare, scrivere, dire tutto quello che si pensa e ragionare ognuno colla sua testa è merito anche di loro; perché senza la loro morte, senza il loro sacrificio saremmo ritornati indietro, con l'incombenza di ripartire ancora da zero. lì giudizio della "Storia" non ha mai fretta; ma arriva sempre in tempo. Dove sono quei tizi che in camicia nera e con la faccia truce andavano gridando duce duce seminando il terrore? Ci sono; ma hanno cambiato il pelo e la figura; (come i camaleonti) vanno dove spira il vento, cambiano colore tutte le volte che hanno la convenienza. Ma questi uomini non hanno fatto come loro; hanno affrontato la morte, la sofferenza estrema piuttosto che mancare al giuramento. Iginio è stato il primo; lui la quintessenza della generosità, dell'ardimento; ha dato l'esempio. La sua giovinezza stroncata sul campo sotto il piombo del tradimento. Oh! Buia notte cattiva! Quanta amarezza dover pensare che è morto per mano dei fratelli! Il Natale era passato da poco; e, con tenerezza avrebbe dovuto dal cuore far nascere pensieri belli, di pace; ma la pace tanto agognata, tanto sospirata non ha trovato posto in quei cuori di pietra. Chi è stato quel cane che ha fatto la spia? Avete dovuto di notte, col gelo, col freddo scappare braccati come tante bestie; mettervi in cammino per un viaggio senza speranza; affrontare la sorte di un destino amaro, sinistro. Oh Pierino, Aldo, Renato speravate ancora nella salvezza! Oh Emilio, Luigi! Vi hanno messo in prigione come tanti delinquenti; vi hanno torturati fino a riempire il calice della sofferenza, e poi avete affrontato la morte senza un lamento. Ne sono passati tanti di anni; ma io sono certo che se anche ne passassero più di cento noi ricorderemo sempre quello che avete sofferto. Terremo sempre viva la memoria del vostro sacrificio, dei vostri vent'anni offerti per la LIBERTÀ d'Italia. "Questa è STORIA".
COMUNE DI ARCORE
3 Febbraio 1945
AL COMUNE DI VIMERCATE
Per ordine del Comandante la Piazza vi consegnamo gli indumenti e oggetti rinvenuti agli imputati e passati per le armi in data 2 Febbraio 1945, e da consegnare ai propri famigliari, mediante rilascio ricevuta.
PELLEGATTA RENATO
Nato a Vimercate il 25/10/1923 e ivi residente in Via Rossino, 5.
N. 1 portafoglio con documenti personali e L.500.
N. 1 cappello color marrone - 3 fazzoletti.
Presa consegna: (Per Fam. Pellegatta)
Ernesto Motta
RONCHI LUIGI
Nato il 10/1/1921 a Vimercate e ivi residente in Via Crispi, 7.
N. i cappotto - documenti personali - sciarpa rossa.
Berretto - cinghia di cuoio.
Presa consegna:
Ronchi Giuseppe (fratello)
MOTTA ALDO
Nato il 16/6/1921 a Vimercate e ivi residente in Via C. Battisti, 8.
N. 1 cappotto - berretto - guanti.
Presa consegna:
Ernesto Motta (fratello)
COLOMBO PIETRO
Nato il 5/1/1921 a Vimercate e ivi residente in Via Palestro 1.
N. 1 cappotto - cappello - portafoglio senza documenti personali
un paio di guanti - cinghia - 1 fazzoletto
Presa consegna:
Lucia Colombo (sorella)
CEREDA EMILIO
Nato il 14/8/1920 a Vimercate e ivi residente in Via V. Emanuele, lì
N. 1 portafoglio con documenti e L.33.
N. 1 orologio di marca Imperiosa polso
N. 1 paio di guanti - cinghia di cuoio - sciarpa di lana color cenere chiaro.
Presa consegna:
Luisa Cereda (sorella)
"(...)il mattino del 2 febbraio 1945 mi svegliai col pensiero rivolto ai miei compagni carcerati, pensiero che mi accompagnò per tutta la giornata. All'imbrunire questo pensiero martellante era divenuto un'ossessione: decisi di porre fine alle incertezze e, inforcata la bicicletta, mi diressi a Rossino. Alla base mi incontrai con Luigi Ronchi e Rigamonti Gaetano che mi confermarono l'avvenuta fucilazione dei partigiani vimercatesi; quindi si dissero disposti ad accompagnarmi a Vimercate per un colloquio con Ida Motta". (Carlo Levati)
"(...) quella sera si sentì improvvisamente bussare all'uscio; un vicino, in quel momento ospite nella nostra abitazione, andò ad aprire. Poco dopo mi prese in disparte e, schiudendo la mano, mi mostrò la medaglietta con l'effige di S. Rita che avevo regalato a Carlo. Mentre incredula fissavo l'oggetto, il vicino mi disse che Carlo mi aspettava di sotto. Uscii fuori e vidi Gaetano Rigamonti che mi accompagnò nel vicolo che separa l'ospedale dal Parco Trotti e mi disse di procedere da sola. Nel mezzo m'incontrai con Carlo e notai che dalla parte opposta Pino Ronco controllava l'accesso. Spaventata avvertii Carlo del pericolo che stava correndo, ma lui m'interruppe chiedendomi se fossero vere le notizie circa la sorte dei suoi compagni di lotta. Piangendo confermai, gli descrissi gli ultimi colloqui avuti con Aldo e lo invitai a non esporsi ulteriormente e a ritornare immediatamente in montagna. Ci lasciammo con l'intesa che ogni 8 giorni sarei andata da lui, percorrendo strade ogni volta differenti, per tenerlo informato sugli sviluppi della situazione a Vimercate". (Ida Motta)
"(...)la sera del 3 febbraio da radio-Londra giunse la notizia dell'avvenuta fucilazione dei partigiani appartenenti alla 103a S.A.P. e fece il nome dei due delatori che avevano condotto all'arresto dei suddetti. Annunciò anche che il 29 Gennaio 1945 si era riunito il Tribunale militare straordinario di guerra di Milano per decidere della sorte dei partigiani e diede lettura del verdetto". (Carlo Levati)
GRUPPO D'AZIONE "PATRIOTI"
Vimercatesi,
un grave lutto vi ha colpiti! I criminali nazi-fascisti assetati di sangue hanno ancora una volta assassinato con sadica voluttà cinque purissimi figli della vostra bella e ridente cittadina.
Non sazi di aver compiuto il tremendo delitto, con una sfacciataggine che ripugna agli stessi delinquenti abituali, hanno voluto macchiare per sempre la loro lurida coscenza (se l'hanno), con l'affiggere manifesti in vari paesi vicini per attenuare (almeno speravano), il loro modo di agire, che supera per crudeltà il più cattivo degli animali: la "Jena". Ma ciò non basta! I giornali che voi tutti in quei tristi giorni avete letto, hanno ancora voluto bollare quei nostri e vostri MARTIRI, con un accanimento e una ferocia veramente leonina, descrivendoli come dei banditi.
E ancora! I vostri repubblicani vimercatesi non hanno esistato ad applaudire questo orrendo delitto consumato con premeditazione e perciò imperdonabile.
Noi ci uniamo nel comune cordoglio, chiniamo la fronte e baciamo i nostri MARTIRI d'Italia con fierezza di italiani veri, quei MARTIRI che il nuovo destino ha scelto tra i vostri migliori figli e che sarà il Vostro orgoglio del nostro sicuro domani.
A Voi cari MARTIRI che siete entrati nell'alone della gloria, nel fulgore della vostra esuberante giovinezza, a Voi che madre natura aveva dato bellezza fisica e moralità superiore, a Voi che davanti ai carnefici che Vi condannavano cantaste gli inni della vera libertà e li faceste arrossire per tanta fierezza e coraggio dimostrato quando essi credevano di avervi annientati, va la nostra ammirazione.
Così sanno morire i PATRIOTI, così son morti!
Vimercatesi! Siate orgogliosi e fieri di questi cari morti, ricordate i loro nomi, scolpite nel cuore le loro bontà e il loro supremo sacrificio.
Allineati in una comune fossa, aspettano l'ora che un altro li raggiunga, il primo caduto combattendo.
Egli da noi sarà ricordato e onorato come solo gli EROI si ricordano e nell'aureola di gloria uniti per l'eternità li vedremo sorridere tutti assieme il giorno in cui spezzate le catene risplenderà sul nostro sacro suolo il sole della vera libertà.
W I MARTIRI VIMERCATESI!
W L'ITALIA LIBERA
Alle famiglie dei congiunti il nostro più sincero cordoglio.
"(...) domenica, 4 Febbraio 1945, avvenne la tumulazione dei nostri morti. I propositi fascisti erano di gettare i cinque corpi in una fossa comune; grazie all'interessamento del parroco di Arcore i genitori ebbero l'opportunità di acquistare le bare.
Un'ingente folla, commossa, era intervenuta per rendere l'estremo saluto. Improvvisamente nel silenzio che regnava si udì una voce: - Vi vendicheremo! -. Nell'udire queste parole i fascisti faticarono a contenere la gente che, rimasta fuori, reagì nel tentativo di entrare per vedere ancora una volta le bare di quei ragazzi. Cominciarono a serpeggiare frasi, mormorate prima e gridate poi: - I nostri giovani non sono banditi nè tantomeno delinquenti come vorreste farci credere! -". (Ida Motta)
"(...) tutti i giorni ci recavamo al cimitero di Arcore per piangere sulle tombe dei nostri fratelli; i fascisti ci proibirono di ritrovarci insieme al cimitero, perché sulla tomba vi erano sempre fiori legati da nastri tricolori (deposti dai Gruppi per la Difesa della Donna) sostenendo che tale gesto risultava essere un chiaro atto di sfida nei loro con fronti". (Lucia Colombo)
"I due sacerdoti Don Attilio Bassi e Don Enrico Assi, alle ore 20,30 del 2 febbraio sono fermati nelle rispettive abitazioni da agenti del U.P.I. (Ufficio Politico Investigativo) i quali provvedono anche a una perquisizione. In serata stessa sono avviati alle Carceri giudiziarie di Monza. La notizia subito diffusasi in paese suscita un'enorme impressione". (dall'Archivio Plebano della Parrocchia di Vimercate)
(...) Il mio secondo arresto avvenne la tarda sera del 2 febbraio 1945. Una pattuglia di poliziotti fece irruzione nella casa di via S. Rocco, 1. Mi ingiunsero di seguirli. Presi il breviario, salutai mamma e papà affranti dall'angoscia del precedente arresto e li seguii. Il gruppetto attraversò a piedi via Cavour deserta. Giunti all'Oratorio Maschile i repubblichini salirono nell'abitazione dell'Assistente, don Attilio Bassi.
Fui lasciato nel piccolo atrio ai piedi della scala, guardato a vista da due militi. Questi cominciarono a dirmi che loro erano giovani dell'Oratorio di Concorezzo, erano stati costretti ad entrare nella Guardia Repubblichina e si dichiaravano stanchi di questa vita. Mi proposero di approfittare di quel momento e di fuggire. Avrebbero poi disertato anche loro.
Un'improvvisa illuminazione, della quale per altro non mi resi conto in quel momento se non in modo confuso, mi spinse a rifiutare decisamente la proposta. Seppi più tardi che quei bravi ragazzi non erano ex oratoriani di Concorezzo, né erano renitenti alla leva arruolatisi poi nella R.S.I., ma facevano parte dei S.S.R.S (servizi Speciali Repressione Sabotaggi): una sezione staccata con sede a Concorezzo. La proposta di fuggire fatta agli arresti nascondeva un'insidia mortale. Dopo circa un'ora don Attilio fu accompagnato a pianterreno in stato di arresto. Fummo entrambi caricati su una macchina e portati alle carceri di Monza. Arrivammo verso le 23.
Ci sottoposero a tutte le formalità previste dal regolamento e chiusi insieme in una cella gelida e sporca. Verso le 4 del mattino fui svegliato da un secondino (un partigiano?) che mi mise nelle mani un biglietto.
Era Felice Sirtori, ancora rinchiuso, che mi informava dettagliatamente dell'andamento degli interrogatori ai quali era stato sottoposto. Lessi il biglietto attentamente e lo distrussi con ogni cura. L'interrogatorio si fece attendere qualche giorno. Intanto fummo separati ed assegnati in due celle diverse. Toccò prima a don Attilio. Poi venne il mio turno.
Maragna mi accolse con tono inspiegabilmente dimesso: "Sa, reverendo, tra qualche mese potrebbero essere invertite le parti: io al suo posto e lei al mio". Quasi a voler attenuare la ferocia delle fucilazioni del 2 febbraio, in modo rapido e dimesso, mi fece passare davanti agli occhi i verbali delle deposizioni dei nostri giovani caduti. "Guardi che cosa hanno fatto. Sono azioni contro la sicurezza dello Stato... sono atti di guerra". Poi scandalizzato aggiunse. Avevano con sé delle immagini sacre... una con una preghiera del ribelle... È assurdo. Come spiega questa confusione?"
Maragna, spazientito per le mie risposte, mi invitò a dettare il testo del verbale che doveva sintetizzare i risultati di tutto l'interrogatorio.
Dettai poche righe, con qualche perifrasi che cadeva nel generico e nel vago. Andò su tutte le furie. "Non crederà che l'abbiamo arrestato 2 volte per queste bazzecole!..." Poi si placò e mi disse: "Almeno questo lo vorrà firmare?". "Se l'ho dettato io, penso sia giusto che lo firmi". Sottoscrissi il verbale e mi riaccompagnarono nella mia cella.
Il giorno 15 febbraio, un venerdì, verso le ore 17 don Attilio ed io fummo chiamati da Maragna. Eravamo liberi! Ci fece un lungo discorso: con un giro di parole neppure troppo oscure ci fece intendere che sarebbe stato in suo potere di spedirci tutt'e due in Germania. Ma l'intervento del card. Schuster aveva indotto le autorità della R.S.I. a restituirci la libertà. (da "Cattolici e Resistenza" - don Enrico Assi)
IL CAPO DELLA PROVINCIA DI MILANO
Visto il Decreto Prefettizio N. 011/3243 del 20.6.1944 con cui il Sig. Bollani Enrico veniva incaricato della straordinaria gestione del Comune di Vimercate;
considerato che il predetto ha rassegnato le proprie dimissioni dalla carica e ritenuta la necessità di provvedere, nelle mora delle pratiche relative alla nomina del nuovo Podestà, alla temporanea gestione del Comune;
DECRETA
le dimissioni del Sig. Bollani Enrico sono accettate.
Il Sig. Cattaneo Francesco è incaricato della provvisoria gestione del Comune di Vimercate.
Il presente Decreto equivale a dichiarazione di mobilitazione civile ai sensi e per gli effetti delle disposizioni citate nelle premesse.
Milano, 13 Gennaio 1945 - XXIII
IL CAPO DELLA PROVINCIA
F.to Bassi
Il Corpo Volontari della Libertà, dipendente dal C.L.N.A.I., diramò una serie di disposizioni riguardanti la situazione e i compiti delle formazioni partigiane alla luce degli eventi bellici.
COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE PER L'ALTA ITALIA
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CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTÀ
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COMANDO PIAZZA DI MILANO
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Sede, 8 Febbraio 1945
Oggetto: Situazione e compiti
La grande offensiva invernale sovietica è in grande sviluppo. L'Armata Rossa, nel momento in cui vi scriviamo, ha già oltrepassato l'Oder. La battaglia decisiva per Berlino e per le sorti della guerra non tarderà a scatenarsi. La situazione sul fronte occidentale lascia pensare ad una imminente grande offensiva alleata.
Il fronte italiano non potrà rimanere estraneo a tutte queste vicende militari e, quantunque esso sia un fronte secondario, non potrà non agitarsi e così si avvicinerà il giorno tanto atteso in cui il nostro paese sarà libero.
I riflessi positivi nel campo politico interno non si faranno attendere. I primi segni, le prime esitazioni nel campo nemico si fanno già notare. In questa situazione si pongono a noi e a voi i più grandi compiti.
1) Compito dei Comandi di Settore è quello di comporre il Comando e farlo funzionare con l'assistenza dell'esperto militare, secondo le direttive da noi emanate;
2) legarsi strettamente a tutte le formazioni patriottiche esistenti;
3) portare a compimento i rilievi sugli obiettivi secondo le disposizioni emanate da questo Comando.
Altro aspetto importante è quello di far scendere nel campo della lotta tutte le Formazioni Patriottiche, indipendentemente dal loro nome, che abbiano per finalità la cacciata dei tedeschi e il castigo dei traditori fascisti.
I Comandi di Settore devono avvicinare i Comandi di tutte le formazioni al fine di assicurarsi che queste siano efficienti e pronte per la lotta decisiva.
Non vi è alcun dubbio che la situazione attuale sarà destinata a trasformarsi rapidamente. E in vista di questa situazione e per contribuire a determinare gli sviluppi che dobbiamo insistere presso tutte le formazioni patriottiche affinché scendano in campo col maggior numero possibile di uomini.
Si tracciano pertanto le seguenti direttive pratiche.
RECUPERO ARMI: la necessità assoluta di giungere alla fase finale dell'Insurrezione nella massima efficienza combattiva, pone in primo piano la questione dell'armamento.
Bisogna organizzare entro il più breve tempo il recupero sistematico di armi da parte di tutte le formazioni.
Le fonti di rifornimento sono:
1) la cessione di armi da parte di privati non inquadrati in formazioni patriottiche;
2) l'acquisto di quelle trafugate dai depositi militari;
3) il disarmo dei militari nemici (tedeschi, fascisti, esercito repubblicano, ecc.). Le prime due fasi daranno, come hanno dato fin qui, un gettito limitatissimo e assolutamente insufficiente; le seconde due sono invece le vie naturali per armare rapidamente ed in modo completo ed onorevole le unità.
Inoltre questi due sistemi hanno anche l'effetto di infliggere colpi al nemico e di demoralizzarlo, non solo, ma si può aggiungere che, nella misura in cui la situazione militare si farà in modo palese sempre più catastrofica per il nemico, nelle sue file di giorno in giorno saranno sempre più numerevoli gli elementi pronti a cedere le armi ed a salvare la pelle.
Un'intensa campagna politica deve venire scatenata al fine di mettere di fronte alla loro responsabilità gli elementi componenti la forza del nemico.. ed invitarli a consegnare le armi ai Patrioti, a rifiutarsi a sparare su questi, altrimenti minacciarli di sterminio radicale.
DIFESA DEGLI IMPIANTI INDUSTRIALI E DEL PATRIMONIO NAZIONALE
IN GENERE: è evidente che, stringendo i tempi, i tedeschi si affretteranno ad accelerare il furto dei nostri impianti industriali, non solo, ma nella misura in cui gli avvenimenti precipitassero, si abbandoneranno alla totale distruzione delle macchine e degli impianti di pubblica utilità. Si pone quindi la necessità che ogni Comando studi il piano di difesa, in primo luogo degli impianti di pubblica utilità (acqua, luce, gas, fogne, ecc.) che si trovano nella sua zona; in secondo luogo sarà opportuno prendere accordi con gli industriali, tramite il C.L.N. di fabbrica, per l'occultamento e la difesa delle macchine nelle fabbriche.
Piani relativi dovranno essere fatti con l'ausilio di qualche tecnico che gli stessi industriali, fabbrica per fabbrica, potranno designare.
Per concludere ribadiamo una direttiva fondamentale già più volte espressa: il vostro piano di lavoro deve ispirarsi a questi principi: impiego di masse, demoralizzazione e distruzione del nemico, difesa della popolazione; infine deve essere sempre presente nelle vostre concezioni operative lo sviluppo dell'Insurrezione nazionale e la sua fase finale: la cacciata dei tedeschi e la distruzione dei traditori fascisti.
Saluti fraterni
MORTE AI TEDESCHI E AI TRADITORI FASCISTI!
IL COMANDANTE
Baldi
IL COMMISSARIO POLITICO
Rivolta
IL CAPO DI STATO MAGGIORE
Bortolo
"Il 15 Febbraio 1945, dopo 13 giorni di carcere, i due sacerdoti fermati vengono rilasciati; arrivano in paese alle ore 20. La notizia suscita un senso di grande distensione negli animi di tutti quelli che avevano trepidato per la sorte dei due carcerati. S. Eminenza Card. Schuster, prontamente avvertito dal Sig. Prevosto, si interessò personalmente dei due sacerdoti.
In paese le personalità più influenti si adoperarono per affrettare le pratiche e ottenere al più presto la liberazione. I buoni diedero prova di un elevato spirito di solidarietà e di attaccamento ai sacerdoti moltiplicando le preghiere e i sacrifici a favore dei carcerati. ..". (dall'Archivio Plebano della Parrocchia di Vimercate)
COMANDO PRESIDIO MILITARE
MONZA
Monza, 21 Febbraio 1945
Oggetto: Relazione di zona
Al Comando Provinciale della G.N.R. - Servizio Politico Investigativo
Al Comando Provinciale del Corpo Ausiliario delle Brigate Nere
(...) dagli ultimi mesi dell'anno 1944 - XXII, come già riferito rapidamente ed antecedentemente, si è notato un aumento pericoloso del banditismo nella zona dipendente disciplinarmente da questo Presidio, recrudescenza dovuta all'aumento notevolissimo del ribellismo in montagna e non in pianura, ribellismo che cerca appunto qui i rifornimenti alimentari e di equipaggiamento, in particolare nella zona Desio, Seregno, Cesano Maderno dove esistono industrie tessili. Questa recrudescenza ha molto impegnato i nostri reparti per la sorveglianza ed il controllo. Nelle altre zone invece si cerca l'alimentazione pagando anche a prezzo di mercato nero.
(...) invece il peggio viene dal contado, dalle terre brianzole comasco-milanesi, che si estendono lungo i confini delle due provincie da Merate verso l'Adda, a tutta la fascia lungo questo fiume con la provincia di Bergamo con particolari epicentri in Vimercate, Concorezzo, Agrate, Vaprio d'Adda, Cassano d'Adda e Gorgonzola.
Qui sta la vera pericolosità politica più che militare. Infatti quella politica in particolare è retta intelligentemente e con particolare occulatezza dalla comunità cattolica che, sebbene divisa nella mentalità, nei principi, nei metodi, negli scopi, è pur sempre essa che detiene la superiorità stante l'organizzazione ecclesiastica capillare che non è altro che la massoneria nera!
(...) siamo al corrente da tempo che elementi di Vimercate, che nella nostra giurisdizione si è dimostrato il vero "bubbone della peste", molto infezioso anche se anch'esso diviso tra Oratorio e preti indipendenti, hanno sempre mantenuto contatti con la montagna (vedi rapporto sugli interrogatori e la morte del bandito Caglio di Arcore che ha pagato il tradimento verso la Patria fascista con la fucilazione).
In questo gruppo non eterogeneo militano civili e religiosi che sono stati fermati con parecchie motivazioni che vanno dalla cospirazione, alla detenzione e conservazione di armi da guerra, alla propaganda pro-ribelli, all'alto tradimento.
In più civili arrestati con accuse di connivenza con i banditi, di mercato nero, e commercio clandestino.
(...) l'unico distintosi in questi frangenti è stato il camerata capitano Maragna, che meriterebbe una promozione per il suo cosciente comportamento. È lui che aveva proposto di fingere di far fuggire i prigionieri durante un fantomatico trasporto a Milano passando invece per il parco (il capitano Maragna era già stato autorizzato dal locale comando tedesco) ed abbatterli con qualche buona raffica di mitra. Così e solo così non avrebbero più potuto nuocere! (n.d.r.: i prigionieri in questione sono i partigiani vimercatesi!).
Vennero arrestati anche due preti, certi Don Assi e Don Bassi, che noi sapevamo con certezza essere due capi "carbonari", dei congiurati invisi anche nei riguardi di autorità religiose del seminario di S. Pietro, ma per ordini superiori siamo stati obbligati a liberarli subito e lasciarli rientrare al loro covo. Noi suggeriremmo ai nostri Superiori di incaricare il S.S.R.S. (Servizi Speciali Repressione Sabotaggi) di Concorezzo per la loro eliminazione, rompendo così la catena tanto pericolosa e sovvertitrice delle coscienze. Oppure comprometterli con qualche minorenne ed imprigionarli per delitti comuni.
(...) si è pure stabilito che i fucilati di Arcore erano in combutta con elementi dell'Azione Cattolica di Vimercate, anche se essi erano aderenti a formazioni di sinistra. Preti e comunisti ora si confondono in un unica combutta di criminali.
(...) dunque a tutto il 21 Febbraio 1945-XXIII è ridicolo parlare di organizzazioni ribelli anche iniziali, siano esse cattoliche, socialiste, comuniste, nella Brianza, nel Monzese, nel Vimercatese. I ribelli sono sulle montagne di Lecco o nelle città sotto il nome di S.A.P. e G.A.P. - Al loro fianco vi è l'organizzazione cattolica milanese, vimercatese, giussanese, ma politiche.
(...) certo che se un giorno malaugurato si dovrà giungere al collasso per le vittorie anglo-americane certamente aiutate dalla Resistenza di montagna e di città, noi vedremo ribelli spuntare da tutte le parti come le zanzare negli stagni. In Italia di ribelli ve ne sono stati veramente pochi ed hanno sopportato sacrifici enormi e seppure nostri nemici acerrimi e da noi considerati traditori, questi pochi, tra un popolo di fannulloni ed approfittatori del sangue altrui, questi pochi saranno degli eroi misconosciuti e confusi nel grande bugliolo nel quale si nasconderanno molti, ma molti dei nostri che cambieranno camicia.
(...) infine noi stiamo assistendo alla metamorfosi germanica che di giorno in giorno cerca di scagionarsi di quanto ha fatto ed ha comandato a noi di fare. Il Generale Tensfeld, che prima non aspettava che il momento di vederci per comandare, ora non compare più nè ci vuole ricevere! Così pure per l'Oberitalienfeldpolizei! Tutti stanno cercando di ammassare quello che possono comperando sottobanco a prezzi favolosi con l'intenzione di partire per il Reich carichi di valori. Ecco quello che pensano i camerati tedeschi! Sempre agli ordini:
IL COMANDANTE MILITARE DI ZONA
Ten. Col. G. Zanuso BB.NN.
Con la morte dei partigiani vimercatesi e l'allontanamento forzato dei partigiani superstiti il l° distaccamento della 103a S.A.P. cessò la propria attività da protagonista nella lotta di Liberazione. Dopo un attimo di disorientamento i giovani del Fronte della Gioventù, appoggiati da quelle persone che da sempre operavano politicamente, ripresero, con molta cautela, la lotta contro i nazifascisti. La fucilazione dei partigiani aveva scosso l'opinione pubblica che intensificò l'appoggio alle forze partigiane in modo meno velato.
La sorveglianza nazifascista divenne ulteriormente rigorosa; dalla Prefettura giungeva l'ordine di presentare un rapporto mensile atto ad individuare tra le diverse componenti della popolazione potenziali focolai di ribellione.
COMUNE DI VIMERCATE
31 Marzo 1945-XXIII
Oggetto: Attività amministrativa e politica delle Amministrazioni Comunali
RELAZIONE MESE DI MARZO 1945
1) rapporti con le autorità in luogo e con le organizzazioni sindacali economiche locali.
Sono in luogo:
a) P.F.R. e PRESIDIO BRIGATA NERA: Commissario e Comandante Aldo Aiolfi, in sostituzione del precedente Francesco Ferrari.
b) Presidio G.N.R.: Comandante Sottotenente Ermanno Battaglini.
2) Comandi Militari italiani e germanici del luogo. Ancora come nel mese precedente, e cioè:
-) Presidio G.N.R. Comandante: S.Ten. Ermanno Battaglin
-) Presidio BRIGATA NERA: Comandante e Commissario Aiolfi Aldo
-) Compagnia IKF.R.INSTADS (Mot. 596) autonoma che rappresenta anche il Co mando di Piazza col Capitano V. Effenberg.
-) Direzioni del Ministero della Guerra, trasferitesi da Gorgonzola in questo comune:
a) Direzione Centrale con a capo il C.llo Astolfi Raul
b) Direzione Centrale Stato Avanzamento - Capo Divisione: Dott. Vincenzo Nizza
c) Direzione Generale Ufficiali col Magg. Gen. Perni Luigi
d) Direzione Servizi Amministrativi col Magg. Gen. F. Medoni.
Le prime tre occupano l'edificio delle scuole elementari nel capoluogo; l'ultima ha uffici ed abitazioni nella proprietà del Conte Borromeo nell'abitato di Oreno.
Tutti dipendenti dal Sottosegretariato di Stato per l'Esercito. Il personale dipendente, composto da ufficiali, sottoufficiali, personale civile, con rispettive famiglie, per un complesso di circa 250 unità, ha preso alloggio in varie abitazioni private.
3) Atteggiamento del clero.
Nessuna variazione in confronto a quanto riferito in febbraio. Esistono 4 parrocchie, nel capoluogo e nelle frazioni, con parroci Prof. Balconi Don Giuseppe, Don Francesco Calchi Novati, Don Serafino Cernuschi, coadiuatori Don Carlo Bianchi, Don Antonio Fontana, Don Attilio Bassi, Don Luigi Sala e Prof. Carlo Sala.
Relazione personale: non danno luogo a rilievi.
Atteggiamento politico: passivo senza spirito di collaborazione.
IL COMMISSARIO PREFETTIZIO
F.to Cattaneo
Mentre nel Nord la lotta partigiana si intensificava preparandosi all'insurrezione, i militari italiani che erano rimasti al Sud, dall'8 settembre, e che si erano uniti alle armate alleate continuavano la lotta aperta contro i nazifascisti.
"(...)migliaia di soldati e di ufficiali, molti dei quali avevano appositamente attraversato il fronte, si ritrovarono nell'Italia meridionale decisi a battersi sia per il riscatto dell'onore nazionale che per la democrazia. Quasi per tutti nessuna ideologia precisa, ma solo l'impellente desiderio di libertà civile, culturale e sociale. Anche nei pochi reparti rimasti più o meno efficienti vi erano divergenze di opinione: molti varcarono il fronte per combattere a fianco degli Alleati. Sin dal novembre del '43 si costituì, con soldati italiani volontari provenienti dalle varie armi, il l° Raggruppamento Motorizzato al comando del Generale Dapino, prima, e poi del Gen. Utili, alle dipendenze dirette della V Armata Americana. I soldati italiani si distinsero nella presa di Montelungo, punto strategico della "linea d'inverno", e nei primi mesi del '44 con la presa di Montemarrone, caposaldo della "linea Gustav", vittoria che favorì la presa di Montecassino.
Nell'aprile del '44 il raggruppamento venne sciolto e in sua vece venne costituita una nuova e più organica unità: il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.).
Il Comando Alleato assegnò al C.I.L. e al Corpo Polacco il compito dell'avanzata sul litorale adriatico col fine di tagliare la ritirata germanica a Verona
(Umberto Passoni)
Con lo sfondamento della "linea Gotica" il Comando Supremo delle forze germani che in Italia stabilì la costituzione di un'ulteriore linea di difesa a nord del Po.
PREFETTURA REPUBBLICANA DI MILANO
Milano, 14 Marzo 1945-XXIII
Oggetto: Lavori di fortificazione delle provincie del Piemonte, Lombardia e Liguria
(...)il Ministero dell'Interno comunica che in varie zone delle provincie in oggetto dovranno essere effettuati lavori di fortificazione che richiedono l'impiego di mano d'opera che dovrà essere reclutata sul posto. Si tratta di lavori prevalentemente di sterro, che possono essere eseguiti anche da manovalanza ordinaria. I lavori saranno diretti dalle forze armate italiane e germaniche. I Podestà e i Commissari Prefettizi ove i lavori fossero eseguiti nei comuni da loro rappresentati dovranno procedere al reclutamento della mano d'opera occorrente emanando i bandi relativi. Tale reclutamento dovrà avere immediata attuazione, affinché, allorquando gli appositi incaricati dei Comandi Militari si recheranno in loro per iniziare il lavoro, trovino pronti gli operai per dare immediata esecuzione alle norme impartite. Le autorità cui la presente è diretta sono considerate a tutti gli effetti responsabili personalmente del buon andamento del lavoro stesso. Di massima ogni lavoratore mobilitato deve, quando gli è possibile, presentarsi con lo strumento per il lavoro idoneo.
Le paghe, in attesa di definitive disposizioni, sono a carico delle forze armate germaniche e saranno così suddivise:
Uomini L.50 giornaliere; Donne L.40; Ragazzi sotto i 16 anni L.30.
Eventuali ostacoli o ritardi a queste disposizioni mi dovranno essere immediatamente comunicati.
IL CAPO DELLA PROVINCIA
"(...)le fortificazioni sul Po procedevano a rilento per l'opposizione della popolazione precettata. I tedeschi rinforzarono i corpi di guardia e i presidi sulle principali arterie di traffico, come i ponti sul Tanaro e sullo stesso Po, nonché la Via Emilia unico transito verso il Brennero.
Tutte le Brigate partigiane della zona intensificarono gli attacchi per ostacolare il progetto tedesco con sabotaggi alle linee di comunicazione, attaccando i ponti badando bene di renderli inservibili, senza distruggerli completamente nell'attesa delle truppe alleate". (Domenico Migliorini)
In risposta all'aumento dell'attività partigiana e nonostante l'avanzata alleata fosse prossima alla linea di difesa sul Po, la rappresaglia fascista conobbe una nuova recrudescenza. Col crescere dell'innegabile evidenza della disfatta militare nazifascista, aumentavano parimenti la ferocia e la crudeltà di questi ultimi nei confronti della popolazione e degli stessi partigiani. Il 9 marzo 1945 a Pessano con Bornago vennero fucilati i seguenti partigiani: Angelino Barzago, Romeo Cerizza, Claudio Cesana, Dante Cesana, Alberto Gabellini (nome di battaglia Walter), Mario Vago e Angelo Viganò. Tutti di età compresa tra i 20 e i 30 anni ed appartenenti alla 119a e 201a S.A.P. Brigate Garibaldi.
"Walter" Gabellini, dopo aver fondato nel settembre 1943 la 103a S.A.P., venne trasferito nell'ottobre del '44 nella zona di Legnano, dove rimase per tre mesi; per sfuggire ad un mandato di cattura passò poi nella bassa Brianza al comando della 119a S.A.P. Catturato nel gennaio 1945, in seguito all'attacco presso il Commissariato della G.N.R. di Monza fu tradotto in carcere fino alla data della sua fucilazione. Sul luogo della fucilazione, poco prima della scarica fatale, Gabellini gridò ai suoi carnefici: - Spara te solo su di me! Sono io il Capo, risparmiate gli altri ragazzi! - Il plotone fascista non ascoltò il suo disperato appello.
Nel pomeriggio del 17 Marzo 1945 vennero arrestati da una pattuglia fascista Giuseppe Ruggeri e Luigi Mariani e tradotti alle carceri di Monza. Mariani, studente, appartenente al Partito Popolare, fu condannato a 30 anni di reclusione; Ruggeri, appartenente al distaccamento di Rossino, dopo aver subito feroci torture e sevizie, fu condannato alla pena di morte tramite fucilazione alla schiena. Il 31 marzo, con un altro partigiano monzese, venne condotto a Cassano d'Adda e ivi passato per le armi alle ore 7,30 del mattino. Testimoni oculari dell'esecuzione asserirono, in seguito, che i fascisti lo volevano seppellire, senza bara, nella nuda terra. Su intercessione della Contessa, proprietaria della villa nelle cui vicinanze era avvenuta l'esecuzione, i fascisti acconsentirono a collocare i cadaveri in lenzuola da lei stessa fornite.
"(...) quando la notizia dell'avvenuta fucilazione di Ruggeri giunse al distaccamento di Rossino della 103a S.A.P., decidemmo di rendere omaggio alla memoria del caduto ponendo sulla sua tomba un tricolore recante la seguente scritta: - Partigiano Ruggeri sarai vendicato! - Dell'operazione fu incaricata la staffetta partigiana Augusta Ronco; giunta in bicicletta, con altre ragazze, nei pressi di Cassano si diressero verso la canonica dove chiesero al parroco indicazioni sull'ubicazione della sepoltura. Sul luogo vi era un gruppo di militi fascisti e le ragazze iniziarono a conversare con loro per distrarli mentre Augusta portava a compimento la missione assegnatale: collocare il tricolore sul tumulo del nostro compagno. Dopo poco tempo le ragazze si allontanarono e i militi, resisi conto dell'accaduto, si gettarono al loro inseguimento. Queste si dileguarono nella campagna facendo perdere le loro tracce. I fascisti, avendo avuto notizia del colloquio intercorso tra le ragazze ed il parroco, si diressero alla canonica e trassero il sacerdote in arresto. Accusatolo di complicità fu minacciato di morte; le difese del prete furono prese da alcuni concittadini che avevano assistito all'episodio e garantirono che le ragazze non erano del luogo e l'estraneità del parroco all'intera vicenda". (Giuseppe Ronco)
"(...) Il 21 marzo 1945, essendo domenica, partimmo in bicicletta verso il cimitero di Arcore, mostrando, scopertamente, i mazzi di fiori per i nostri Partigiani, sfidando l'ira dei fascisti. Questi, il giorno dopo, arrestarono il becchino di quel cimitero, incolpandolo d'averci dato nascostamente le chiavi del cancello. Egli non ci conosceva, mentre per confondere le idee dei fascisti, alcuni cittadini abitanti in case prossime al cimitero asserirono di aver visto degli uomini scavalcare il muro". (Bambina Villa)
I GIORNI DELLA LIBERAZIONE
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"(...) verso sera alcuni fascisti - tra i quali il Sig. Vaghi - fermano alcuni passanti e li percuotono senza motivo. Tra gli altri un giovane di Azione Cattolica è fermato, percosso, insultato, perché portava il distintivo dell'A.C.
Il Vaghi ha parole di insulto e di sfida verso i sacerdoti del paese animati di antifascismo: - Vedremo chi la vincerà: se noi o loro!-"
(dall'Archivio plebano della Parrocchia di Vimercate)
"(...) nel raggio del carcere di S. Vittore nel quale ero detenuto erano custoditi quasi esclusivamente detenuti politici, fra questi due gappisti di Milano: Aldo Tortorella e Bescapè. Inoltre in una cella del nostro raggio, isolata dalle altre, erano rinchiusi otto componenti della criminale banda fascista Koch". (Carlo Verderio)
"(...)Dal 13 Giugno 1944 la banda Koch aveva trasferito la sua sede da Roma a Milano nella Villa Fossati in seguito chiamata, a causa delle atrocità che vi furono commesse, Villa Triste. Le cantine di Villa Fossati, una volta lavanderie, carbonile e ripostigli, vennero ricostruite e trasformate in luoghi di tortura, secondo il sinistro piano del Koch stesso. Capo della banda era il Dott. Piero Koch (Pietro Cocuzza), un essere feroce, violento, inumano, sebbene distinto, alto, di carnagione e di capelli scuri. Tra le figure di primo piano vi era l'Avv. Augusto Trinca Armati; rappresentava il legale del covo arrogandosi il compito di inquisire gli arrestati, coll'esigere da loro confessioni anche assurde ed infondate. Al fine di raggiungere tale scopo egli sottoponeva le vittime alle più atroci torture, iniziando il suo interrogatorio a colpi di sfollagente. Altro feroce aguzzino era il Rag. Armando Tela, vicecomandante del gruppo. Seguiva Sergio Giacomantonio e l'Avv. Francesco Sbaraglino, incaricati di eseguire indagini, arresti e sevizie per conto del regime fascista, dal quale venivano lautamente remunerati. Altri componenti erano Tamara Sangalli, amante di Koch, Gino Franzoni, Nestore Santini, il Capitano Tonti e lo squadrista fiorentino Bellomini. E ancora qualche donna tra le quali la diabolica seviziatrice Alba Cimini, che ebbe notorietà in Africa al seguito di Farinacci. Le torture avvenivano di notte, come di notte si procedeva agli arresti. I prigionieri venivano bendati e, appena scesi dalle macchine, presi a pugni ai fianchi, alla milza, sulla testa. Ad alcuni prigionieri furono conficcati spilli roventi nelle mani e in altre parti del corpo, le più delicate; ad altri stretta la calotta cranica; taluni venivano condotti in una cella piastrellata ove un potente riflettore da 1.000 Watt immetteva sui loro occhi abbaglianti fasci di luce che li stordivano quasi accecandoli e poi nuovamente interrogati.
Affinché non si udissero le grida dei torturati avevano luogo, durante la notte, sparatorie continue, perfino con lancio di bombe a mano fuori dalla villa. Koch durante gli "interrogatori" era solito dire: - Noi ce ne infischiamo di tutti; la nostra autorità è costituita sotto gli auspici di Mussolini e di Buffarini-Guidi, Ministro dell'Interno. Poiché furono svolte indagini dalla banda circa l'attività di Farinacci, che d'accordo con Pavolini si diceva volesse sostituirsi a Mussolini, reparti della legione Muti e questurini repubblicani, in pieno assetto di guerra, verso le ore 7,30 del 25 settembre '44 circondarono Villa Triste, catturando, dopo una breve sparatoria, una cospicua parte della banda; gli arrestati furono condotti al carcere di S. Vittore da dove in seguito, per intervento di Farinacci presso i camerati tedeschi, furono rilasciati. Il 6 novembre dello stesso anno, per i feroci metodi adoperati dalla banda, ne veniva disposto l'arresto da parte della questura repubblicana; Otto componenti la banda, fra cui Piero Koch, furono arrestati di nuovo e trasferiti al carcere di S. Vittore".
(da "L 'attività criminosa della banda Koch")
"(...) all'interno del carcere nacque una sommossa: noi detenuti politici non volevamo spartire nulla con tali criminali, nè la vicinanza di cella nè tantomeno la mezz'ora d'aria in loro compagnia. La protesta fu talmente accesa che richiese l'intervento del Direttore, la cui unica concessione fu di consentire ai criminali della banda Koch di camminare solo nel corridoio del raggio e in orario diverso dal nostro. Iniziammo un dialogo, attraverso l'inferriata della cella, con i criminali della Koch facendo loro chiaramente capire che eravamo perfettamente al corrente dei misfatti da loro commessi e che avrebbero dovuto renderne conto da lì a poco. All'interno del carcere si era costituita una cellula politica e le informazioni giungevano dall'esterno: sapevamo così di essere prossimi ai giorni dell'insurrezione!". (Carlo Verderio)
Alle ore 17 del 23 aprile 1945 in un incontro tra i responsabili dei partiti politici democratici, Achille Frigerio (P.C.I.), Stefano Oggioni (P.S.I.) e Felice Sirtori (D.C.), venne fondato a Vimercate il C.L.N. locale. Ad essi si aggiunse Ettore Morani, rappresentante del Partito d'Azione. Compito del C.L.N. era quello di organizzare l'insurrezione programmata dal C.L.N.A.I. di Milano per il 25 aprile.
"(...) il 24 aprile andai dal Sig. Goodman, direttore dell'industria Filati, dicendogli di fermare la fabbrica e di lasciare uscire le operaie poiché l'insurrezione era prossima. Grazie all'intervento di Giambelli Armando riuscimmo nell'intento: la produzione venne interrotta e alcuni operai rimasero a presidiare la fabbrica. Con altri mi recai poi ad Oreno per prelevare le armi che Rovelli Alfonso, col cugino ed altri, avevano sequestrato". (Pasquale Mondonico)
"(...)ad Oreno aveva sede, presso la Villa Borromeo, un distaccamento del Ministero della Guerra, dal quale saltuariamente partiva un carro carico di armi, con destinazione Monza. Il 24 aprile decidemmo di attaccare questo veicolo: eravamo però in pochi ed armati di una sola pistola. Fortunatamente il carabiniere di scorta non ci ostacolò minimamente, anzi ci aiutò ritornando alla base solo due ore più tardi, dandoci così il tempo di fuggire col carico d'armi; non rivelò inoltre i nostri nomi ai suoi superiori anche se ci conosceva molto bene. Il bottino dell'azione fu: una decina di moschetti ed altrettante pistole, che consegnammo ad un rappresentante del C.L.N. di Vimercate".
(Alfonso Rovelli)
"(...) il 24 aprile giunse l'ordine per il raggruppamento di Rossino di aggregarsi al IV distaccamento di Cavenago Brianza, in vista dell'imminente insurrezione
(Giuseppe Ronco)
"(...) il pomeriggio del 25 aprile Tortorella e Bescapè, informati dall'esterno, fecero uscire da un nascondiglio le armi introdotte precedentemente nel carcere con l'avvallo di alcune guardie carcerarie. Tortorella disse: - È iniziata l'insurrezione, gli Americani sono alle porte di Milano! - Cominciò così la distribuzione delle armi e la rivolta vera e propria all'interno delle carceri. Un gruppo di partigiani armati si recò nella cella ove erano rinchiusi i criminali della Koch: aperta la porta la cella risultò essere vuota.
Erano stati poco prima fatti fuggire dai militari tedeschi. Vennero catturati il 15 maggio, a Firenze, processati e fucilati". (Carlo Verderio)
"(...) verso le 10,30 del 25 aprile le macchine, all'interno della Breda, fabbrica presso la quale lavoravo, vennero fermate. Gli operai occuparono la fabbrica per difendere gli impianti dalla furia distruttrice del nemico in rotta. Vennero organizzate pattuglie di operai armati sotto le direttive del C.L.N. di fabbrica". (Umberto Vimercati) "(...) anche la ditta Sirti di Vimercate fu occupata dagli operai; il mio compito all'interno della fabbrica era stato prima di informare i partigiani di eventuali spie fasciste che si erano infiltrate tra i lavoratori; in seguito tenni i contatti tra i vari gruppi partigiani ed ebbi l'incarico di diffondere la stampa clandestina". (Pasquale Pilotti) "(...) la sera del 25 aprile il distaccamento di Vimercate della 103a S.A.P. Garibaldi dispose l'attacco alla caserma della G.N.R., con il supporto di tutti gli uomini disponibili, compresi alcuni partigiani rientrati dalla montagna. Gli avvenimenti precedettero l'azione: al momento dell'attacco ci rendemmo conto che la caserma era deserta. I militi nazisti e repubblichini erano fuggiti. Occupata la caserma ci dirigemmo verso la ex sede della G.I.L., anch'essa deserta. Qui, in nottata, si insediò il Comando della Divisione Fiume Adda, al comando della quale vi era Toselli". (Emilio Brambilla) "(...) il 25 aprile mi recai con un amico alla ex casa della G.I.L., divenuta il punto di raduno dei partigiani e della popolazione che si univa alla lotta antifascista. Notai come non vi fosse ancora un'efficiente organizzazione del comando partigiano, organizzazione che nei giorni seguenti migliorò sensibilmente". (Angelo Rurali) "(...) La prima notte dell'insurrezione trascorse in un attività febbrile: fino all'alba si lavorò per ristabilire i collegamenti e riassestare i distaccamenti falcidiati dalle ultime offensive nazifasciste, al recupero delle armi, nonché alla costituzione di posti di blocco, in vista dell'inevitabile scontro con le forze nazifasciste in ritirata dal Po verso il nord.
Presso l'Asilo di Vimercate venne organizzata una grande mensa a cura delle donne della Resistenza, per i partigiani della Divisione e per i reduci che cominciavano ad affluire. Le scuole elementari vennero trasformate in un centro di raccolta di prigionieri tedeschi catturati dai diversi distaccamenti della Divisione, e quivi diretti ininterrottamente."
(Angelica Villa)
"(...) nella giornata di giovedì, 25 aprile, partecipai con altre donne, alla gestione di una mensa organizzata dal C.L.N., che continuò, per diverso tempo, nella sua funzione di ristoro per i partigiani e per i prigionieri che, in quei giorni, tornavano alle loro case". (Elvira Corbetta)
Durante la giornata venne occupato il Municipio e gli altri centri nevralgici della città e venne assicurata l'erogazione di luce, acqua e gas alle famiglie vimercatesi. "(...) 25 aprile: insurrezione. Anche Vimercate vive queste grandi ore della Patria".
(dall'Archivio plebano della parrocchia di Vimercate)
"(...) Nella notte dal 25 al 26aprile una pattuglia del 1° distaccamento della 103a S.A.P. Garibaldi ha attaccato un'autocolonna tedesca nei pressi di Cavenago-Organo. Dopo una nutrita sparatoria i nostri dovevano ritirarsi di fronte alla preponderanza nemica, ma riuscivano ad immobilizzare tre automezzi, che venivano successivamente recuperati, con tre tedeschi feriti a bordo. Due furono i feriti nelle nostre fila".
(dal rapporto della 103a S.A .P. Garibaldi al comando di Divisione Fiume Adda)
"(...) alle ore 8 del 26 aprile una squadra del distaccamento di Ornago, rinforzata con gli elementi del gruppo di Rossino, visto transitare un autocarro tedesco scortato da un sidecar, si gettò col proprio automezzo all'inseguimento dei fuggitivi. Lungo la strada che da Ornago porta a Bellusco i partigiani aprirono il fuoco costringendo i tedeschi a svoltare nel viottolo che conduce alla cascina Camuzzago, che termina in aperta campagna. Incalzati dal nostro fuoco, i tedeschi si dileguarono attraverso i campi abbandonando gli automezzi. Sentendo il fragore degli spari si unirono al nostro gruppo alcuni partigiani del distaccamento di Bellusco. Ispezionato il camion risultò carico di derrate alimentari; decidemmo di condurlo a Cavenago e di consegnano al C.L.N. locale affinché i viveri venissero distribuiti tra la popolazione. Mentre stavamo per svoltare sulla strada per Ornago, qualcuno, dai campi, avvistò un automezzo tedesco ed aprì precocemente il fuoco.
Troppo tardi ci rendemmo conto che si trattava di un'autoblindo che scortava un convoglio tedesco, composto da circa una trentina di veicoli tra cui diversi blindati. L'autoblindo aprì immediatamente il fuoco contro di noi centrando il nostro camion e incendiandolo.
Giacomo Ronco, ventenne, e Augusto Sesana, ventiquattrenne, rimasero uccisi dal l'esplosione. Saltammo dal camion cercando un riparo tra gli alberi: rispondemmo al fuoco coi mitra pur sapendo la loro inefficacia nei confronti del mezzo nemico. I partigiani che si gettarono sul lato destro del viottolo riuscirono, dopo un nutrito fuoco di sbarramento, a sganciarsi verso Bellusco; io con Giovanni Saronni e Luigi Besana, che eravamo allo scoperto sul lato sinistro della via, cercammo riparo dietro ai pochi alberi. Il fuoco nemico batteva la nostra posizione: Luigi Besana, ventunenne, fu colpito a morte a pochi metri dalla mia posizione. Cessati gli sparii tedeschi iniziarono un rastrellamento nella campagna; Saronni ed io, scagliata l'arma lontano, fingendoci contadini avanzammo verso i tedeschi che ormai si trovavano a pochi metri da noi. Ci scortarono fino al camion in fiamme dove alcuni soldati cercavano di recuperare i viveri rimasti. Improvvisamente si avvicinò a noi un fascista, aggregato alla colonna nazista, che ci ordinò di disporci lungo il ciglio della strada: imbracciò il moschetto, lo caricò e freddamente lo puntò sul viso di Giovanni Saronni aprendo il fuoco. Terrorizzato lo vidi ricaricare con calma il moschetto e puntarlo contro di me. Dalla colonna giunse un ordine imperioso, in tedesco, che costrinse il fascista a sospendere l'esecuzione: con una reazione rabbiosa mi sferrò sulla bocca un tremendo colpo col calcio del fucile. Intontito e sanguinante mi costrinsero a precedere, correndo, la colonna per scongiurare ulteriori attacchi da parte delle forze partigiane. Un po' correndo e un po' camminando riuscii a giungere fino a Sulbiate dove, esausto, feci capire ai tedeschi che potevano uccidermi subito poiché non ero in grado di continuare la marcia. Questi mi fecero salire sulla prima autoblindo, accovacciato sulle paratie di copertura del vano motore, che inevitabilmente erano surriscaldate. La colonna raggiunse Cicognola di Merate dove, dopo aver preso informazioni sull'agibilità della statale per Lecco, con un calcio mi gettarono giù dal veicolo facendomi capire che non servivo più al loro scopo. Mi resi conto con terrore che potevo essere colpito da una raffica sparata da qualsiasi soldato della colonna che stava transitando; vidi una gerla lasciata nei pressi della strada da un contadino che stava lavorando poco lontano, me la caricai sulle spalle e mi allontanai". (Giovanni Rigamonti)
"(...) alle ore 9,30 del 26 aprile in località Burago Molgora Otto nostri uomini attaccavano due autocarri con a bordo venti militari tedeschi. Durante il conflitto a fuoco due tedeschi rimanevano uccisi ed uno ferito. Disarmatili vennero tradotti presso le scuole elementari di Vimercate, luogo di raccolta dei prigionieri. Nessuna perdita da parte nostra." (rapporto del 1° distaccamento della 103a S.A.P.)
"(...) nella mattinata del 26 aprile, mentre mi trovavo sulla soglia della mia abitazione, vidi quattro partigiani armati che controllavano il crocevia di Moriano. All'approssimarsi di una colonna tedesca si rifugiarono nella vicina osteria della del "Biondo". La colonna, preceduta dalle vetture degli ufficiali, avvistò tale movimento sospetto e si arrestò. Gli ufficiali ordinarono ad alcuni militi di ispezionare i dintorni di quel locale; i partigiani, vistisi scoperti, aprirono il fuoco uccidendo un soldato tedesco. I nazisti risposero immediatamente al fuoco provocando la morte di Orazio Parma. Iniziò poi un veloce rastrellamento che non diede alcun esito in quanto i partigiani erano riusciti a fuggire attraverso la campagna; vedendomi mi catturarono e mi portarono al cospetto degli ufficiali. Inizialmente loro intenzione era quella di trattenermi come ostaggio, ponendomi davanti alla colonna, ma in seguito, avendo affermato che la strada era completamente presidiata da ingenti forze partigiane e che per loro sarebbe stata più proficua la resa, decisero di rilasciarmi. Subito dopo la colonna si sfaldò: una parte di essa, imboccato il ponte di S. Rocco, attraversò Vimercate lungo la Via Cavour e venne fermata dinnazi alla caserma della G.N.R. presidiata dai partigiani che catturarono sei nazisti". (Armando Giambelli-Aldo Villa)
Mentre le pattuglie delle Brigate partigiane combattevano contro le colonne tedesche in ripiegamento, il C.L.N. vimercatese decise, secondo la volontà popolare, di restaurare la democrazia con l'elezione del sindaco. Verso le ore 16 del 26 aprile si accordò di designare la Giunta Comunale:
- Felice Sirtori (D.C.)
- Umberto Comi (P.C.I.)
- Ambrogio Brambilla (D.C.)
- Vittorino Fumagalli (P.C.I.)
- Pietro Cantù (D.C.)
- Umberto Valaguzza (P.S.I.U.P.)
- Giovanni Nava (D.C.)
Sindaco
consigliere
consigliere
consigliere
consigliere
consigliere
consigliere
il C.L.N. risultò essere così composto:
Rag. Alfredo Cremagnani
Achille Frigerio
Stefano Oggioni
Dott. Ettore Morani
in rappresentanza della D.C.
in rappresentanza del P.C.I.
in rappresentanza del P.S.I.U.P.
in rappresentanza del Partito d'Azione
e da un rappresentante del Corpo Volontari della Libertà.
La Giunta Comunale e il C.L.N. procedettero immediatamente alla costituzione degli organismi democratici locali. Tra questi il Comitato per l'assistenza ai reduci e combattenti che organizzò colonne di automezzi per raccogliere a Bolzano e a Udine i prigionieri italiani di ritorno dalla Germania; una Commissione, comprendente i partiti democratici e tutte le categorie sociali della città, incaricata di raccogliere fondi per l'assistenza agli ex-prigionieri ed ai bisognosi, presieduta dal Sig. Henry Goodman; la Commissione per gli alloggi, la Commissione per le onoranze ai caduti partigiani.
Nei giorni 26 e 27 aprile rientrarono a Vimercate i partigiani liberati da S. Vittore e quelli che si erano dati alla macchia.
"(...)ricevuti ordini da Ambrogio Scaccabarozzi, la mattina del 26 aprile partii con Paola Villa, in bicicletta, per raggiungere Ello e riaccompagnare a casa Carlo Levati. Passando per Oreno vedemmo un'ingente folla che discuteva animatamente; chiesi cosa fosse accaduto e mi fu risposto che steso al suolo vi era il cadavere di Vaghi, fucilato nella notte da un gruppo di insorti. Raggiunto Ello mi incontrai con Carlo e ci abbracciammo con le lacrime agli occhi per la felicità: l'incubo era finito. Entrammo in Vimercate passando da S. Maurizio: scritte ineggianti ai partigiani ricoprivano i muri delle case e le strade che conducevano al centro della città. Una grande emozione ci prese quando una folla festante accolse, plaudente, il ritorno di Carlo. Un ulteriore momento di commozione si ebbe nell'incontro di Carlo col nipote Carlo Verderio, liberato dal Carcere di S. Vittore". (Ida Motta)
"(...)il 27 aprile del 1945 è stata una giornata particolarmente dura per i partigiani della provincia di Como, ma anche degna di essere ricordata. Erano circa le ore 15 quando al ponte di Brivio sull'Adda (CO) (passaggio obbligato per le colonne dei fascisti provenienti da Cremona, Bergamo e Brescia diretti a Como) il presidio disarmò una colonna fascista facendo un enorme bottino di armi. Poco dopo, un'altra colonna giunse allo stesso punto: era formata da circa 60 automezzi. Il comandante scese da una macchina del seguito e chiese di parlamentare con il comandante partigiano del presidio per ottenere il permesso di transito, esprimendo il suo desiderio di arrendersi ai partigiani di Como qualora tale città fosse caduta sotto il dominio di quest'ultimi. Il comandante partigiano con i suoi diretti collaboratori non avevano nulla di contrario, però la situazione si presentava alquanto difficile in quanto sarebbe stato necessario avvisare i distaccamenti lungo la zona, per non spargere dell'ulteriore sangue. Ottenute le necessarie garanzie, la colonna si avviò. Vi erano automobili di ogni specie, torpedoni carichi di ausiliarie e di militi fascisti, diverse specialità militari del regime, tutti con l'arma in mano e inoltre camion che trainavano cannoncini anticarro. Fra tutto questo materiale rotabile si notavano pure delle lussuose macchine con a bordo alti "papaveri" della repubblichetta, quasi tutti accompagnati da donne non in divisa fascista. In coda l'auto di Farinacci. Ma nessuno di noi, in quel momento se ne accorse, anche perché non lo conoscevamo.
La colonna fascista giunta a Calco (CO) aveva abbandonato la strada statale 36 ed aveva preso la provinciale che porta direttamente a Como. Ma a 5 Km. Farinacci, a causa di una foratura ad una gomma della sua auto, scendeva e immediatamente requisiva per sè e per i suoi due compagni di viaggio un'altra automobile del seguito. Durante il trasbordo dei passeggeri e delle voluminose valigie, Farinacci fu visto recarsi in un vicino prato ed appiccare fuoco a dei documenti. Proprio in quel momento le auto di coda venivano fatti segno a colpi d'arma, per cui Farinacci, rimontato in auto per l'intuito pericolo, si staccava dalla colonna e ritornava indietro. Nel frattempo fu inviato un gruppo di partigiani, dal comando di Merate al distaccamento di Calco per arrestare quattro fascisti, essi pure fuggiti da una colonna precedente. Proprio nel momento in cui si stava eseguendo l'arresto, notammo una Aprilia mimetizzata che ci sembrò alquanto sospetta. Intimammo l'alt, ma questa, anziché arrestarsi, aumentò la velocità. Ci mettemmo all'inseguimento sparando qualche colpo in aria a scopo intimidatorio, ma l'auto continuò la sua pazza corsa. Visto l'impossibilità di fermarla indirizzammo qualche scarica di mitra alle gomme e poi anche all'interno. L'auto sbandò e si arrestò a pochi metri dalla portineria dello Stabilimento di tessitura Rivetti nella frazione di Beverate (CO). Frazione di secondi ci separò dal suo arresto al nostro arrivo. In quel momento si aprì la porta della portineria dello Stabilimento ma si richiuse subito, forse spaventati dalla presenza di uomini armati.
Con discrezione ci avvicinammo all'auto occupata da ignoti, ma nessuno si fece vivo. Poi ad un tratto scese un uomo e venne verso di noi sempre tenendo una mano in tasca. Ciò ci insospettì: l'arrestato poteva da un momento all'altro estrarre un'arma e spararci addosso, dato che non aveva più scampo. Ad un certo momento l'uomo, visibilmente spaventato, si rassegnò a quella che sembrava essere ormai la sua sorte:
estrasse la mano di tasca, era di legno, si presentò gravemente, come se quello che doveva rivelare gli pesasse enormemente sulla coscienza e disse: sono Farinacci. Nessuno di noi lo conosceva, ma da un documento preso dalla sua auto confermò quanto quell'uomo valeva per la nostra Brigata.
Nell'Aprilia del gerarca vi era uno sconosciuto privo di qualsiasi documento il quale era morto nello scontro a fuoco.
Nel sedile posteriore giaceva una donna gravemente ferita da due pallottole di mitra alla testa: era la Marchesa Carla Medici del Vascello, amante di Farinacci, segretaria dei fasci femminili. Essa morì dopo 18 giorni di agonia all'ospedale di Merate (CO). Dopo un accordo preventivo con il conte Prinetti di Merate fu deciso di nascondere il prigioniero nella sua villa. Colà giunto, il conte lo ricevette come un ospite di riguardo, cosa che riempì noi partigiani di meraviglia ma più che altro di sdegno: ancor più ci stupimmo quando il conte ci raccomandò di usare il maggior riguardo per il gerarca fascista. Si ebbe la risposta che si meritava senza usare termini villaneschi ma duri. Lasciato il prigioniero in buone mani, con la presenza del commissario politico, il quale saputo dell'arresto giunse poco dopo, ci recammo presso il nostro comando per assumere altri impegni che ci attendevano.
Farinacci fu interrogato per tutta la notte dal Chiessi, commissario di Brigata.
Egli disse che era, da diverso tempo, in contrasto con la politica del Duce e per tanto si sarebbe commesso un grave errore uccidendo uno dei promotori della caduta del fascismo. La mattina del giorno seguente, 28 Aprile 1945, Farinacci fu condotto al Comando di Divisione di Vimercate". (Orfeo Gagliardini)
Il Comando Generale del C.L.N.A.I. aveva da tempo stabilito che i gerarchi fascisti, colpevoli di aver condotto l'Italia alla guerra e alla rovina, erano stati condannati, con voto unanime, alla pena capitale.
I criminali fascisti dovevano essere portati alla sede regionale del C.L.N.A.I., procedura da considerarsi nulla qualora sorgessero gravi problemi per il trasporto del colpevole. In tal caso si dava ampia facoltà decisionale ai Comandi divisionali partigiani. "(...) secondo quanto stabilito Farinacci andava condotto a Milano; mentre si esaminavano le modalità del trasporto, giunse notizia che le vie d'accesso al capoluogo erano percorse da colonne tedesche in ritirata. Per tale motivo il C.L.N. locale stabilì di procedere all'esecuzione del gerarca, in base alla condanna a morte già emessa, dopo averlo processato di fronte ad una giuria popolare". (Orfeo Gagliardini)
Il processo durò circa un'ora; alle accuse delle atrocità da lui commesse e perpetrate in suo nome, dal 1925 in poi quando cioè ricopriva la carica di Segretario del P.N.F., Farinacci rispose sostenendo che da quel momento era uscito dai quadri dirigenti del regime ed esaltando i suoi presunti atti eroici compiuti nella guerra d'Africa. Terminato il dibattimento, venne data lettura della sentenza emessa dal tribunale del popolo:
Vimercate, 28 Aprile 1945
Dopo aver consultato la Giuria, sentita l'accusa e la difesa del teste viene decretata la pena di morte mediante fucilazione alla schiena immediata del famigerato Roberto Farinacci.
IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DEL POPOLO
Achille Frigerio
"(...) dopo aver ascoltato la sentenza emessa dal Tribunale, Farinacci chiese di poter scrivere una lettera alla figlia: facoltà che gli venne accordata. La sua paura era tanta da non riuscire a tenere la penna tra le dita. Ricevuti i conforti religiosi da Don Attilio Bassi, Farinacci uscì dal Municipio accompagnato dallo stesso sacerdote e da Don Anselmo Radaelli, del Collegio Tommaseo. Mentre i partigiani faticosamente mantenevano l'ordine nella piazza gremita di folla, Farinacci fu condotto di fronte al muro della attuale CARIPLO e alle 9,20 venne dato luogo alla sentenza. Un attimo prima gridò: - Viva l'Italia! -". (Pasquale Mondonico)
Le formazioni partigiane si adoperavano per soffocare le ultime sacche di resistenza nazifascista e per tagliare la ritirata.
"(...) diversi distaccamenti della 103a S.A.P. si portavano nel pomeriggio del 28 Aprile 1945 nella zona di Capriate dove, presso una cabina elettrica, erano annidati una trentina di nazisti. La resa dei tedeschi avveniva verso sera dopo un aspro combattimento, nel corso del quale cadevano 9 partigiani:
Biffi Angelo, classe 1906 di Brembate Sotto.
Cantoni Luigi, classe 1918 di Capriate S. Gervasio.
Galbusera Carlo, classe 1922 di Vimercate.
Galli Luigi, classe 1927 di Trezzo sull'Adda. Malvestiti Mario, classe 1923 di Centrisola.
Pagnoncelli Mario, classe 1926 di Brembate Sotto. Riva Pietro, classe 1910 di Riviera d'Adda.
Sala Adriano, classe 1921 di Capriate S. Gervasio. Signorini Luigi, classe 1912 di Capriate S. Gervasio.
L'azione portò alla morte di numerosi tedeschi e alla cattura di 25 di essi.
(rapporto della 103a S.A .P. Garibaldi)
In base agli accordi stipulati tra Alleati e C.L.N.A.I. durante l'anno 1944, le formazioni partigiane furono riconosciute nella qualità di esercito regolare; furono ad esse demandati i compiti di mantenere l'ordine pubblico e di custodia dei prigionieri di guerra. Su disposizione del Comando Alleato si rese noto che le armi dovevano essere consegnate ai presidi militari anglo-americani entro il 31 maggio.
I partigiani della 103a S.A.P. ebbero il compito di custodire, durante i giorni immediatamente successivi all'insurrezione, circa 350 prigionieri tra tedeschi e fascisti che furono rinchiusi nella casa della ex-G.I.L. e nell'ex casa del fascio in Via Garibaldi. La sera del 29 aprile 1945 vennero processati e giudicati colpevoli 6 fascisti; la condanna a morte decretata dal tribunale militare di guerra della divisione Fiume Adda fu eseguita, dopo aver impartito ai condannati i conforti religiosi, all'alba del mattino successivo presso il cimitero di Vimercate.
La consegna delle armi della 103a S.A.P. Garibaldi avvenne presso il presidio militare di Monza.
La firma della resa incondizionata della Germania avvenne l'8 Maggio 1945. Terminò in tal modo la seconda guerra mondiale.
Il 13 Maggio 1945, con una cerimonia solenne, avvenne la traslazione delle salme dei partigiani vimercatesi dal cimitero di Arcore a quello di Vimercate. Il corteo, aperto dalle forze partigiane, coi feretri portati a spalla, dopo la benedizione impartita nel l'abitato di Oreno, giunse in S. Stefano per le esequie. La folla numerosa e commossa partecipò al rito ed accompagnò all'estrema dimora gli eroi della libertà.
Prima che le bare fossero definitivamente calate nelle fosse, Don Enrico Assi pronunciò un'orazione funebre nella quale ricordava le figure dei giovani immolatisi per la libertà:
Miei cari indimenticabili
Gino, Emilio, Aldo, Luigi, Renato, Pierino, Giuseppe
È colla più viva commozione e con profondo tremore che io qui, davanti alle vostre salme, ho sillabato i vostri nomi in questo momento così solenne, dinnanzi a questo popolo che vi ha conosciuti e che ha pianto amaramente sulle vostre fiorenti giovinezze così tragicamente schiantate dal piombo degli oppressori.
Ecco: i vostri nomi hanno rievocato le vostre care fisionomie nella mente di tutti quelli che vi hanno conosciuti; hanno acceso un palpito di amore e di indicibile dolore nel cuore delle vostre mamme sconsolate, dei vostri papà, fratelli, sorelle, amici, di tutto questo popolo.
Noi cristiani che crediamo con una certezza superiore ad ogni dimostrazione all'immortalità dell'anima, sentiamo che voi siete misteriosamente presenti più vivi di quando eravate vivi, la morte non vi ha distrutti, ma trasformati ed innalzati. Eravate dei ragazzi come tutti gli altri, siete stati ribelli, non vi siete rassegnati ad un ordine di cose che era tirannico in cui chi era in alto era vile e chi era in basso era avvilito. Oggi, dopo che la morte vi ha svestiti del bel velo del vostro corpo voi siete spiriti immortali, rappresentate l'idea del sacrificio, siete simbolo della libertà della Patria. Noi non avremmo mai osato rompere la solennità di questa ora che è sacra, con parole che hanno sempre sapore umano se non fosse stato per darvi l'estremo saluto; anche perché è cosa tanto difficile e delicata parlare ai Morti!
Io vi parlo - come compagno e sacerdote - a nome di tutto questo popolo, a nome di tutti i papà e le mamme di cui mi sento un poco figliolo, a nome dei giovani di cui mi sento fratello.
(...) Quanto ci ha consolato il sapere che non avete tremato di fronte alla morte, che vi siete confessati tutti e bene, la fede cristiana vi ha sostenuti e vi ha additati, oltre il misterioso passo della morte, un arcobaleno di pace e di serenità senza fine.
Siete caduti così nel fiore della vostra giovinezza per la Liberazione dell'Italia.
La primavera della Patria è giunta; ma voi che l'avete aspettata e preparata dormite nella solenne e maestosa immobilità della morte, ma le vostre ossa hanno esultato. Oggi ricevete degna sepoltura qui nel nostro paese all'ombra dei nostri campanili.
Autorità e popolo sono raccolti pensosi attorno alle vostre salme, le nostre lacrime sono illuminate dal vostro sorriso. Voi che siete entrati nel lume di Dio pregate per le vostre mamme adorate, per i vostri cari, per il nostro paese, per la nostra Patria. Nulla è più difficile che far passare un popolo dal regime della fame a quello della vera libertà.
Noi non ci accontentiamo di tributarvi un'elemosina di gloria o un gentile omaggio di fiori; Voi potete aver bisogno delle nostre preghiere.
Mamme, papà, giovani che mi ascoltate, inchiniamoci riverenti e riconoscenti davanti alle spoglie mortali di questi nostri eroici Caduti per la libertà. Davanti a Dio che ci vede, davanti ai nostri morti che ci ascoltano, noi giuriamo solennemente davanti alle gloriose salme di questi nostri figli e fratelli che noi diventeremo sempre più degni della libertà così duramente riconquistata con una vita umanamente irreprensibile, cristianamente fervorosa e militante.
La Patria non si salva col cambiare le istituzioni, la Patria si salva con cambiare la vita, il costume, il cuore! Sarà solamente nel nome Santo di Dio, che voi avete invocato nell'istante supremo, sarà solamente sulla base dei sacrosanti principi di Gesù crocefisso che voi avete baciato, che noi potremo ricostruire la Patria stretti e serrati in comunanza d'intenti ai sacri simboli della nostra fede.
Miei cari e indimenticabili compagni, riposate in pace, la vostra vita è troncata ma il vostro ideale continua.
Tutte le volte che noi pellegrineremo alle vostre tombe, noi ci ricorderemo del vostro sacrificio e del nostro impegno!
"SOL CHI NON LASCIA EREDITÀ D'AFFETTI
POCA GIOIA HA DELL'URNE!"
E voi, artefici della liberazione del nostro paese, potete veramente gioire, che avete suscitato un palpito di commozione, di entusiasmo, di gratitudine, che si eternerà nei nostri cuori e in quello dei posteri.
Questo ve lo dimostra il popolo che vi accompagnò domenica scorsa, in questo camposanto, col suo tributo di amore, di lagrime, di preghiere, di riconsocenza.
Riconoscenza, sì; che avete contribuito a salvarci dalle rovine della guerra e siete stati all'avanguardia del movimento liberatore.
Anche la scuola elementare di Vimercate, sui banchi della quale avete imparato ad amare la Patria, vi porta il suo commosso e riverente saluto.
Eravate tutti buoni, belli, forti, prosperosi, avete fatto il vostro dovere di soldati anche sui campi gelidi della Russia e sulle terre infuocate dell'Africa.
Poi avete difeso un bene inestimabile, che non si apprezza se non si acquista; "La Libertà" e diventaste eroi della guerra partigiana.
Siete stati nostri scolari ed io ricordo la vostra grande sensibilità.
Amavate l'arte; la recitazione ed il canto vi procuravano godimento; soffrivate per il male altrui.
Ricordate che dovetti interrompere la lettura del "Piccolo Vetraio" perché i patimenti del protagonista vi commuovevano fino alle lagrime, fino al singhiozzo?
E tu, Pierino, appena ti era consentito, venivi da Novara, per cantare in coro, nella tua chiesa, le lodi al Signore!
E ci sono stati degli italiani che vi hanno infamato, vi hanno dipinti come volgari delinquenti!
E il plotone di esecuzione era formato da vostri fratelli!
Fanciulli, qui riuniti, vi sia questo di monito: "Voi siete i futuri cittadini del domani" non si ripeta più tanto strazio nell'avvenire, soffocate l'odio, aprite il cuore all'amore. Dopo l'esecuzione ad Arcore, vidi le vostre salme, amorosamente ricomposte dall'affetto dei vostri familiari e dissi: "No, non credo alle accuse che vi fanno, presto il vostro sacrificio verrà riconosciuto ed esaltato e sarà buon seme di nuove fioriture per la nostra Patria".
Conosco i particolari del vostro martirio.
Sapevate da giorni che vi attendeva la pena capitale e non diceste nulla alle vostre sorelle, che vi venivano in carcere a visitare per non turbarle.
Come i martiri del Risorgimento affrontaste la morte cantando il vostro inno di battaglia. Sono queste espressioni di forza e la scuola è orgogliosa di voi, e non vi dimenticherà mai, come pure terrà viva la fiamma, (che getta luce sul corpo magistrale) accesa da due valorosi colleghi, che insegnarono nella nostra scuola; anime nobilissime di patriota. Salvatore Principato, medaglia d'argento della grande guerra, torturato, fucilato, in piazzale Loreto, il 10 Agosto dello scorso anno, colpevole solo di aver tutto dato senza nulla chiedere; e Piera Noseto Maddalena che sul luogo del supplizio dei 15 Martiri di Loreto poche ore dopo il martirio, tutto sfidando, osò gridare: "Qui sorgerà un grande monumento, questa si chiamerà piazza dei Martiri".
"Vittima del dovere, peri tra le macerie della scuola di Gorla stringendosi al cuore i suoi scolaretti!"
Bambini che siete qui adunati in un rito di amore, voi siete nell'età dei sorrisi e delle gioie serene e avete avuto la sfortuna di vivere in un periodo di sofferenza e di orrori:
respirate nell'atmosfera di libertà, inchinatevi sulle tombe dei Martiri che vi sorridono dal cielo, pregate per loro e il loro esempio vi sia di guida nel futuro che dobbiamo ricostruire sulle basi della bontà, dell'onestà e della fratellanza.
Date fiori agli eroi e ricordate:
CHI PER LA PATRIA MUORE VISSUTO È ASSAI
CHI PER LA PATRIA MUORE NON MUORE MAI
(Parole espresse dall'insegnante Pina Vignarca Motta al Corpo Magistrale ed agli scolari della Scuola Elementare di Vimercate, il 19 Maggio 1945, davanti alle tombe dei Caduti per la Libertà Nazionale).