CAPITOLO QUARTO
Eravamo pochi amici ma molto fidati e soprattutto con le idee chiare, per cui non si tardò molto a trovare un punto di intesa: decidemmo di scuotere l’opinione pubblica vimercatese. Con l’aiuto di una macchina da scrivere del signor Franco Corbetta, venne elaborato e redatto un volantino così concepito:
“I FASCISTI DI VIMERCATE CERCANO I RENITENTI E GLI EX SOLDATI PER MANDARLI AL FRONTE A FARSI MACELLARE PER PERMETTERE LORO DI VIVERE QUALCHE MESE DI PIU’.
FASCISTI-REPUBBLICANI, CHE MANIFESTATE TANTO AMOR DI PATRIA, PERCHE’ NESSUNO DI VOI CORRE LA’ DOVE IL CREPITIO DELLA MITRAGLIA S’ODE CONTINUAMENTE? PERCHE’ NELLE VOSTRE FILE NON CI SONO CHE UOMINI INERMI ED INABILI AD OGNI SERVIZIO MILITARE? DIFATTI NEI VOSTRI RANGHI CI SONO ZOPPI, GOBBI, STOLTI E DEI VERI DELINQUENTI E PERCHE’ COLORO CHE POTREBBERO SERVIRE LA PATRIA, AL MOMENTO OPPORTUNO SCOMPAIONO COME GIA’ HANNO FATTO…………… E POI MANIFESTANO AMOR DI PATRIA? NESSUNO DI VOI ANCORA SI E’ PRESENTATO LA’ OVE REALMENTE OCCORRONO FATTI. RECLUTE, RAGAZZI INESPERTI, RAGAZZINI ANCORA NON DOTATI DI UN SENSO DI GUERRIGLIA LI SPINGETE INUTILMENTE VERSO IL MACELLO, DOPO AVERLI CARPITI ALLE PROPRIE MADRI.
ECCO LA CIVILTA’ “FASCISTA”
CI AVETE STRAZIATI PER VENT’ANNI. LA NAZIONE HA DOVUTO SUBIRE QUEL GRAVOSO TRAVAGLIO CHE VOI CINICAMENTE AVETE IMPOSTO ED ORA CHE IL POPOLO STA PER RISORGERE VOLETE STROZZARLO, SOTTOPORLO PER UNA STOLTA IDEALITA’ CHE TUTTI HANNO RICONOSCIUTO TALE, MA CHE VOI SOLI
(P.F.R. POCHI FESSI RIMASTI (P.F.R.)
NON VOLETE CAPIRE, OPPURE AVETE GIA’ CAPITO MA VOLETE NUOVAMENTE SOFFOCARCI PER VIVERE DA PASCIA’ SULLE SPALLE DEI FORTI LAVORATORI ITALIANI.
FIRMATO
I VERI ITALIANI
Ero con l’Aldo, e una sera, preparati i manifestini, uscimmo in missione sotto la pioggia. Riparati da un ombrello ci fermavamo davanti ai negozi ad affiggerli durante il coprifuoco. Occorreva tenere presente che per tutto il paese passava la ronda che ci strappava i manifestini; ma il nostro puntiglio ci induceva a riattaccare nello stesso posto un altro manifestino perfettamente uguale al precedente. Quella notte i fascisti erano furiosi vedendosi comparire come i funghi quei manifestini; malgrado ne avessero strappati molti, qualcuno rimase a farsi leggere dalle donne che, di buon’ora, andavano al forno a prendere il pane.
Al termine di questa nostra azione ufficiale, di lotta passiva, condotta sul piano propagandistico, ce ne ritornammo a casa in attesa dell’effetto, e vi assicuro che quella notte tutti e due dormimmo con un occhio solo. La gente che aveva letto commentava, e chi non aveva fatto in tempo a leggere veniva messo al corrente di tutti i particolari. La reazione dei fascisti fu immediata: vennero incolpati degli studenti, poi alcuni giovani lavoratori, ma senza prove certe. I fascisti erano decisi a scoprire i colpevoli; noi eravamo disarmati, e date le circostanze, occorreva che ci procurassimo qualche arma. Aldo aveva il suo moschetto militare con due caricatori; era poco ma già qualcosa. A me venne in mente che un mio ex commilitone, Passoni di Passirano, possedeva una rivoltella ed alcuni caricatori; essendo una persona fidata gli chiedemmo l’arma, che aggiunta al moschetto ci rendeva un po’ più tranquilli. Mentre continuavamo la ricerca delle armi sentivamo anche la necessità di avere una base dove incontrarci. Una sera vedemmo Pierino Colombo e Luigi Ronchi, due nostri vecchi amici, figli di operai, che erano appartenuti il primo al 54° Fanteria ed il secondo al 3° Bersaglieri; parlando con loro capimmo che la pensavano come noi e così entrarono nel gruppo. Trovammo, poi, il luogo di convegno in un cascinotto appartenente a un amico di Aldo che era più conosciuto con il nomignolo di “Mansin” (Carlo Vimercati). Fra le altre cose, in una delle nostre riunioni si discusse di un amico di Pierino, il quale era anch’egli in possesso di una rivoltella: si chiamava Emilio Cereda ed era appartenuto all’arma del Genio. Anche Emilio entrò nel gruppo di Resistenza che si stava formando; un gruppo basato sull’amicizia e dal quale doveva scaturire un vero e proprio vincolo di fiducia reciproca cui sempre mantenemmo fede.
Entrammo così in clandestinità, il che significava come prima cosa vivere lontani dalle nostre famiglie, convincerle che era meglio essere sbandati come tanti altri che essere presi ed inviati in Germania nei campi di concentramento (decisione che li convinse). Noi, contenti di avere preso questa decisione, organizzammo il nuovo modo di vivere clandestinamente.
Occorreva pertanto avere delle informazioni anche di carattere generale per essere coerenti con i fatti della guerra. Io ero incaricato di ascoltare Radio Londra, e per questo ogni sera mi recavo in un cortile, al “Ponte”, dove ascoltavo i messaggi alla Resistenza trasmessi da Radio Londra: “La neve cade sui monti”, “La mela è matura” e così via. Il colonnello Poletti, dall’emittente, tutte le sere illustrava la situazione militare sui vari fronti, sottolineando i disagi sopportati dalle popolazioni e invitando a resistere collaborando con i patrioti che operavano in montagna, in pianura e in città. Aggiornava sul lancio delle armi e degli aiuti finanziari per la Resistenza. Radio Londra trasmetteva altresì messaggi in codice in tutta l’Europa occupata dai nazifascisti.
La casa nella quale andavo era di Celestino Benaglia, antifascista. E’ così che una sera incontrai Renato Pellegatta, figlio di operai, nato nel 1923, paracadutista; egli espresse il desiderio di partecipare alla lotta contro i tedeschi e i fascisti, così su mio invito ci trovammo il giorno seguente tutti insieme alla base. Emilio portò la sua vecchia macchina da scrivere che servì per battere nuovi volantini per informare il paese, e soprattutto i fascisti, che c’era qualcuno deciso a rispondere, colpo su colpo, per la libertà e la democrazia.
Facemmo più volantini: in alcuni esortavamo i lavoratori delle fabbriche a sabotare il lavoro e le macchine; in altri attaccavamo direttamente il sistema; in altri ancora i borsari neri. Alla fine di tutto questo intenso lavoro eravamo riusciti a dare un certo impulso all’opinione pubblica e un certo avviso ai fascisti. Da parte di questi ultimi non doveva assolutamente sfuggire il controllo della situazione, così a capo delle camice nere di Vimercate fu mandata una personalità: il vice federale di Milano, Vaghi.
Ecco il testo del volantino destinato ai trebbiatori:
“PURE VOI DOVETE COLLABORARE AD INGROSSARE QUELLA MACCHINA CHE VA SEMPRE PIU’ INGIGANTENDOSI, ESTENDENDO OVUNQUE ED IN OGNI SETTORE LE SUE SPIRE. SE IL VOSTRO ANIMO E’ VERAMENTE ITALIANO VI IMPONE DI SABOTARE LE VOSTRE MACCHINE, COSA PIU’ FACILE PER VOI, NASCONDENDO IN CASA DI AMICI FIDATI E INSOSPETTABILI LE PARTI PRIMARIE DELLE MACCHINE STESSE.
NON LASCIATEVI LUSINGARE DAI GUADAGNI CHE POTRESTE AVERE TREBBIANDO QUEL GRANO FRUTTO DEL LAVORO E SUDORE DEI NOSTRI CONTADINI CHE IN UN LONTANO DOMANI DOVREBBE TRAMUTARSI IN PANE PER SFAMARE LE NOSTRE MADRI, I NOSTRI FIGLI.
REAGITE ENERGICAMENTE AD OGNI PRESSIONE NAZIFASCISTA PER IL BENE VOSTRO E DEL POPOLO, AFFINCHE’ NON DOBBIATE INCORRERE IN SGRADITI INCONVENIENTI”.
Per incoraggiare gli indecisi e i pavidi ad aderire alla Resistenza e darsi alla macchia venne stilato un altro volantino.