ANNO 1923
Non essendosi più riunita la Giunta comunale dall'Agosto del '22, per ovvie ragioni d’incolumità personale, l'amministrazione del Comune passò al Commissario Prefettizio Sig. Zuliani Cav. Uff. Rag. Augusto. Il 22 Gennaio si tennero le elezioni comunali col seguente risultato di scrutinio:
1° eletto
Eili Cav. Leone
industriale
voti 734
2° eletto
Paraboni Luigi
possidente
voti 732
3° eletto
Mauri Pietro
contadino
voti 731
4° eletto
Bernareggi Pietro
bachicuitore
voti 729
5° eletto
Perego Angelo
contadino
voti 729
6° eletto
Motta Vincenzo
esercente
voti 726
7° eletto
Meda Luigi
impiegato
voti 720
8° eletto
Parodi Giuseppe
impiegato
voti 720
9° eletto
Boilani Rag. Enrico
industriale
voti 720
10° eletto
Valtolina Emilio
tessitore
voti 719
11° eletto
Cazzani Lovati Cav. Col. Teodoro
pensionato
voti 718
12° eletto
Marchini Pio
industriale
voti 711
13° eletto
Sala Luigi
impiegato
voti 706
14° eletto
Motta Carlo
contadino
voti 704
15° eletto
Parma Cesare
contadino
voti 701
16° eletto
Beretta Natale
contadino
voti 688
17° eletto
Beretta Filippo
operaio
voti 219
18° eletto
Passoni Francesco
esercente
voti 217
19° eletto
Gianni Adolfo
muratore
voti 216
20° eletto
Cagliani Luigi
contadino
voti 205
L'11 Febbraio il Commissario Prefettizio consegnò il Comune al nuovo Sindaco Enrico Bollani con la seguente relazione sulla situazione vimercatese:
"Signori Consiglieri, fui chiamato a reggere l'amministrazione straordinaria di questo nobile comune che
rendeva necessaria anzitutto l'azione efficace ed equitativa di persona estranea alle lotte locali, per riportare alle sue antiche tradizioni di pace, di fratellanza e di amore, il paese.
È inutile che io qui ripeta le ragioni che provocarono la crisi della passata amministrazione, come riverbero e ripercussione di tutta la situazione generale della nostra amata Patria.
Né, d'altra parte, ciò sarebbe opportuno in questo momento in cui l'agognata pacificazione è riuscita completamente, meglio trionfalmente, dalle urne che vi hanno portato al seggio che oggi occupate, senza riguardi a principi che non siano chimere o che siano avulsi a quell'indirizzo di governo, fonte di volere e di fatti, costituzionalmente ricostruttore, che oggi per il bene d'Italia regge le sorti dello Stato, e lo Stato indirizza ai più alti costumi civili e politici; sempre ispirandosi alla consacrazione delle più pure idealità che a Vittorio Veneto hanno trovato il glorioso e trionfale cimento ed a Roma sull'altare della Patria trovano e troveranno al di sopra di tutto e di tutti il perenne rito sacro dell'anima italiana. (...) Così, l'esito delle elezioni, svoltesi in piena e fraterna concordia, così il ritorno, dopo le convulsioni passate, a quell'atmosfera di tranquilla vita di collaborazione cittadina, così la preparazione, il piedistallo della sana opera vostra amministrativa, dalla quale Vimercate attende ogni auspicato miglioramento al suo avvenire".
Dopo il passaggio delle consegne dal Commissario Zuliani al Sindaco, quest'ultimo illustrò le disposizioni di tipo economico da adottarsi per riportare non in parità bensì in attivo il deficitario bilancio comunale. Bollani indicò, col termine "blocco", il gruppo di sanzioni sotto riportate:
a) - imposta di famiglia estesa anche ai contadini prima esenti, comprendendo nella stessa anche il reddito derivato dal bestiame;
b) - iscrizione d'ufficio di L.15.000 di tassa bestiame detraendo tale somma dalla sovrimposta comunale terreni e fabbricati;
c) - in futuro si diminuirà ulteriormente la già sopra citata imposta terreni/fabbricati, diversificando l'imposta sul bestiame da quella di famiglia, mantenendole entrambe.
Il blocco proposto dal Sindaco era allineato con quanto avveniva a livello nazionale:
vennero abolite la nominatività dei titoli azionari e il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita; tolto il blocco dei fitti; riprivatizzata la gestione delle linee telefoniche urbane; lasciate cadere le misure sui sovrapprofitti di guerra. Contemporaneamente si procedette alla decurtazione del salario degli operai, all'abolizione dei decreti sulla concessione delle terre incolte ai contadini, alla revisione dei contratti agrari in senso favorevole alla gran proprietà, all'espulsione dagli impieghi pubblici di tutto il personale considerato d’orientamento antinazionale.
"Il proprietario di un latifondo di Bellusco, voleva vendere, a caro prezzo, la terra ai coloni. Appoggiato da squadristi costrinse i contadini ad acquistare la casa colonica e l'appezzamento a loro assegnato. Tutti sottoscrissero il contratto. Chi aveva figli già grandi e quindi in grado di apportare un contributo economico alla famiglia d’origine riuscì, anche se con grandi sacrifici, a saldare il debito; chi invece, come mio padre, non poteva contare su tale apporto dovette versare una caparra e saldare il resto entro un numero troppo limitato d’anni. Nel contratto vi era inserita una clausola che consentiva al venditore, qualora il debito non fosse stato estinto entro il termine stabilito, di riprendersi la proprietà trattenendo il denaro versato dal colono (norma ancor oggi vigente). Mio padre versò L.27.000 come acconto per acquistare podere e locali; il tutto fu stimato in L.55.000 e, non essendo riuscito a racimolare in tempo utile la rimanente somma, perse la casa, la terra e il denaro versato!". (Ambrogio Brambilla)
Iniziava così la "nuova era fascista"; le squadracce continuavano a manganellare e a servire i detentori da sempre del potere. Il 23 Giugno venne assassinato dai fascisti don Giovanni Minzoni.
"Una mattina nebbiosa del '23, in compagnia di mio padre, mi stavo recando alla funzione mattutina. Giunti davanti alla chiesa assistemmo ad un violento pestaggio, compiuto da giovani fascisti, nei confronti di un anziano signore del quale ignoro l'identità. Lo batterono selvaggiamente con pugni, calci, e col manganello lasciandolo esanime, col corpo tumefatto e sanguinante. Ricordo di aver provato enorme disgusto nel vedere linciare una persona, per di più anziana, e rimasi stupefatto perché non esisteva alcuna ragione per farlo". (Emilio Brambilla)
"Era una domenica di primavera quando alcuni fascisti in camicia nera irruppero nella casa del popolo per un "controllo"; in seguito a questa visita ci fu l'arresto di 11 compagni tra i quali i fratelli Levati e Pietro Galbussera, noti antifascisti.
Sempre nello stesso anno i fascisti compirono un'ennesima incursione distruggendo tutte le derrate alimentari e facendo esplodere bombe a mano sui davanzali delle finestre". (Giuseppe Ravasi)
"Mio padre Carlo, detto Nino da tutti, aveva tenuto diversi comizi ai contadini delle leghe rosse; con lui operava Camerani, d’origine romagnola, trasferitosi in Brianza allo scopo di sensibilizzare i coloni a continuare la lotta intrapresa. Loro amico era l'On Riboldi, spesso ospite nella nostra casa. Con l'avvento del fascismo e col dilagare del terrore seminato dalle squadracce, mio padre e Camerani furono costretti a darsi alla macchia, vivendo così nella clandestinità. Mio compito era di portare, nascostamente, le lettere di Camerani alla moglie, ospitata nella casa del dott. Cremagnani, e di comunicarle verbalmente alcuni messaggi impossibili a mettersi per iscritto. Mi veniva sempre raccomandata la massima prudenza, senza da parte mia capirne il motivo. Finché un giorno, mentre mi recavo in bicicletta all'abitazione dei Cremagnani per adempiere al mio compito di "postino", vidi un certo Marchesi, di circa 70 anni, uscire dalla Trattoria Brianza per dirigersi probabilmente verso casa. Un gruppo di fascisti lo avvicinò e cominciarono a colpirlo con bastoni, manganelli e calci, lasciandolo sanguinante ed esanime al suolo. Fu il mio primo impatto con l'insensata violenza fascista! Fuggii lontano, spaventato ed inorridito per quanto avevo visto: ora comprendevo il perché di tutte le raccomandazioni impartitemi.
Un giorno di primavera del '23, una decina di scalmanati in camicia nera irruppero nel cortile urlando il nome di mio padre accompagnandolo ad epiteti alquanto ingiuriosi. Mio nonno, andando verso di loro, chiese cosa volessero da Nino; essi risposero di essere a conoscenza dell'attività sovversiva da lui svolta e che il giusto castigo era la morte; per il momento sarebbero bastate alcune buone manganellate d'assaggio per ammorbidirlo e tenerlo in esercizio. Fortunatamente quel giorno non lo trovarono, ma tutti capimmo che non sarebbe sempre andata così. Alcuni mesi più tardi, mentre stava attraversando piazza Roma, mio padre notò, dalla parte opposta, un gruppo di fascisti appoggiati ad un muro e parlottanti tra loro. Vide nel mezzo quell'abruzzese che, da esagitato e sadico, aveva comandato e diretto i pestaggi più cruenti; questi lo scorse, si avvicinò e con aria di sfida gli mollò due schiaffoni in pieno viso. Mio zio assistette alla scena dall'ingresso dell'albergo "della corona", senza riflettere attraversò la strada, si avventò contro quel fascista e, stesolo a terra, lo riempì di pugni. Nessuno dei suoi camerati reagì poiché nei pressi comparve un esponente del PNF locale, che interrogò mio zio sul motivo del suo intervento; ottenuta risposta si rivolse all'abruzzese dicendogli: "Da domani non ti voglio più vedere a Vimercate". Infatti non lo vedemmo mai più.
Sul finire di quell'anno i soprusi contro la nostra famiglia s’intensificarono; arrestarono mio padre, misero sottosopra la nostra casa durante l'irruzione, e lo tradussero alle carceri di Monza per sottoporlo a processo. La nostra famiglia, d’origine contadina, faticò non poco per mettere insieme il denaro necessario a pagare l'avvocato di difesa. Il giorno fissato per il dibattimento ci recammo in Tribunale, dove vedemmo giungere un carrozzone con una decina di detenuti incatenati l'un l'altro; tra loro riconoscemmo il nostro genitore.
Iniziò il processo, ma dell'avvocato difensore, pagato con tanti sacrifici, nessuna traccia. La requisitoria terminò con "assoluzione per insufficienza di prove"; contenti abbracciammo papà e solo in quel momento vedemmo comparire il "nostro" avvocato che ci chiese l'esito della sentenza. Col sorriso sul volto raggiante rispose: "Avete visto! Con la mia assenza voluta ho fatto in modo di ottenere dalla Corte l'assoluzione del vostro caro! Andate, andate felici ora!". La paura di opporsi ai Giudici in difesa di un imputato accusato d’attività antifascista, rischiando di perdere l'esercizio della professione, aveva convinto l'avvocato a non presentarsi in Tribunale dopo avere però ricevuto il proprio onorario". (Cesare Redaelli)
La casa del popolo di via Cavour oltre ad essere sede delle organizzazioni cooperativistiche e punto di ritrovo per gli antifascisti locali, offriva anche momenti di svago collettivo.
"Avevo circa 13 anni, suonavo la mandola nell'orchestra la "Mandolinata", composta da 60 elementi, che ogni domenica si esibiva presso la casa del popolo; direttore era il Maestro Lissoni di Monza che, durante la settimana, oltre ad insegnare musica, ci parlava di libertà e democrazia". (Cesare Redaelli)
A livello nazionale si costituirono il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale che divenne il vero e proprio esercito personale di Mussolini.
Questa Milizia raccolse i membri delle squadre fasciste, conferendo loro una posizione giuridica e un obbligo alla disciplina che li sottrasse all'influenza, sino allora determinante, dei capi fascisti locali. In previsione del momento elettorale dell'anno successivo fu varata una riforma elettorale attraverso una legge che assegnava i 2/3 dei seggi alla lista che avrebbe riportato la maggioranza relativa dei voti validi.