CAPITOLO SECONDO
Non è inutile affermare che la guerra è dura per tutti. I segni che lascia sono, talvolta, incancellabili. Sopravvivere, poi, nel periodo in cui essa infuria è quanto meno problematico. Il nostro amico “Castagna” non riuscì a nascondere le difficoltà che doveva affrontare per mantenerci; allora chiese collaborazione a una persona anch’essa fidata, padre di sei figli in giovane età, il signor Angelo Tocchetti. Lavorammo la terra per suo conto in cambio dello stretto necessario che ci serviva per sostenerci.
Dopo qualche giorno ci raggiunse Ernesto Motta, fratello di Aldo. Lui restò sempre con la famiglia Tocchetti e fece da amministratore delle loro proprietà: una cava di pietra, terreni a Oggiono, terreni collinari , castagneti e vigne. Rimase in famiglia a Imberido.
I tedeschi dal canto loro, vedendo che i bandi non avevano dato l’esito voluto nonostante la minaccia della pena di morte, palesarono l’intenzione di usare sistemi più drastici. Per noi non vi erano atre scelte. Il darsi alla macchia era una soluzione che non presentava altre alternative per sottrarsi ai tedeschi, ma in quei momenti occorreva essere consapevoli dei rischi che si correvano e responsabili delle nostre azioni. Bisognava chiamare a raccolta tutti i nostri pensieri e il nostro coraggio; dovevamo sapere che ci apprestavamo ad affrontare un’impari lotta con un nemico reso ancor più furioso dalle sconfitte e dal tradimento del suo ex alleato.
Eravamo giovani, senza esperienza, ma, scaraventati nella bufera della guerra, diventammo adulti in fretta. I nostri vent’anni non mancavano di coraggio, una coscienza maturava in noi sebbene ancora confusa nel decidere sul domani. La situazione che si presentava ci spingeva verso la ribellione totale contro i tedeschi, perché invasori della nostra terra e contro i fascisti, perché ostinati tenutari di idee e di iniziative che non potevano sortire effetto alcuno se non la disfatta totale.
In quei giorni ci tornava alla mente quello che i nostri padri ci raccontavano nel chiuso delle nostre case: la prepotenza con la quale il fascismo era salito al potere, con le squadracce nere che bruciavano le sedi sindacali e le cooperative socialiste e cattoliche; come veniva impedito agli universitari la scuola libera e come veniva negata la realtà delle altre nazioni libere. Vanno ricordate le fatidiche scritte nei locali pubblici come quella che avvertiva: “qui non si parla di politica” e le scritte sui muri delle piazze: “Il Duce ha sempre ragione”; “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi”; “E’ l’aratro che traccia il solco, è la spada che lo difende”.
Anche la libertà di parola era vietata e criticare il regime poteva significare affrontare un processo e la conseguente galera, o per i più fortunati il confino; altri, invece, per non subire il fascismo dovevano emigrare in altri paesi, poiché sotto il regime occorreva il libretto di lavoro e la tessera del fascio (più importante del primo). Tutti quelli che rimanevano e che, bene o male, avevano un lavoro erano obbligati dai “padroni del vapore” a manifestare per il fascio ed anche a recarsi in piazza del Duomo a Milano ad ascoltare e ad applaudire le dichiarazioni di guerra; inoltre erano obbligati ad appendere la medaglia di presenza se non volevano perdere il lavoro.
E chi non ricordava quando le nostre mamme avevano dovuto separarsi dalle loro fedi per donare l’oro alla Patria, ricevendo in cambio semplicemente anelli di metallo? E, ancora, l’ordine del regime che imponeva di togliere, sempre per la Patria, le cancellate, le campane dai campanili e per ultimo anche i rottami dalle cantine; il tutto per la vittoria finale!
Tutto ciò, che in quei giorni veniva sempre più chiaro alla mente, ci stimolava a capire anche il perché della guerra e da chi era voluta.
Dal popolo e dalla gente oppressa è scaturita l’esigenza di difendere la nostra terra dall’aggressione tedesca. Eravamo stati abituati dai nostri capi ad aggredire altri popoli: andavamo dalla Russia ai Balcani senza nemmeno il minimo necessario per proteggerci dal freddo, con nel cuore il vuoto e con la bocca piena di “spazio vitale, spazio vitale”. Era questo che interessava ai nostri padroni, che parlavano con la voce di Mussolini. Non ci si preoccupava della nostra miseria, del nostro meridione. Noi, in quei giorni, abbiamo deciso di combattere e lottare per riscattarci agli occhi del mondo e per far trionfare l’ideale di libertà che il fascismo per vent’anni aveva offuscato.