CAPITOLO QUINTO
Alto, grosso, con gli stivali lustri e le mani di legno accuratamente contenute in guanti di pelle nera, Vaghi, che aveva aderito alla Repubblica di Salò, era un prodotto tipico del fascismo. Egli era solo il vice federale di Milano, ma raccoglieva in sé tutto il periodo nero, del nero fascismo, ed era deciso a riscattarsi dinnanzi ai tedeschi.
Noi, più accomunati che mai, continuavamo la nostra propaganda anche coi contadini, invitandoli a nascondere parte dei raccolti; e a volte intervenivamo direttamente, durante la pesatura del grano, obbligando i commissari fascisti a registrare un quantitativo minore a vantaggio degli stessi contadini, che potevano avere farina in più per sfamarsi. Questo nuovo modo di comunicare attraverso i volantini, di cui non abbiamo potuto tenere delle copie, risultava un metodo di opposizione al nemico che incoraggiava moralmente la gente, portandola tacitamente a simpatizzare e avere fiducia verso gli uomini della resistenza; si creava una coscienza nella gente e uno stimolo a partecipare al cambiamento. La nostra azione propagandistica suscitava una reazione positiva nell’opinione pubblica, non solo di Vimercate, ma anche di tutta la zona adiacente. Questo legame di simpatia segnava il risveglio dell’antifascismo, gettando le basi per la democrazia e per la liberazione dall’invasore tedesco e dal fascismo. Bisognava battersi non solo per aiutare gli Alleati nell’intento di porre velocemente fine alla guerra, ma anche per riscattarsi agli occhi del mondo e per dire a noi stessi che si doveva avere fiducia nell’azione intrapresa; un’azione difficile, con poche armi ma con tanta speranza, in quel momento indispensabile a innescare i nostri animi, il nostro coraggio, mettendo al servizio della causa le nostre giovani vite. Non era giusto attendere passivamente mentre altri giovani di altri paesi combattevano e morivano per la nostra libertà. Questa è stata una riflessione che ci ha sempre accompagnato e confortato durante i venti mesi di lotta armata.
I fascisti vimercatesi formarono, per reagire alla nostra propaganda, nuove pattuglie per fare rispettare il coprifuoco; la domenica si schieravano in piazza pretendendo il saluto romano: chi non lo esibiva veniva schiaffeggiato pubblicamente dal vice federale in persona. Si convocavano, inoltre, in sede i genitori dei renitenti alla leva minacciandoli di severe rappresaglie se non avessero convinto i figli a presentarsi alle armi. Intanto in noi si formava una coscienza più matura, più consapevole di appartenere a un movimento clandestino ormai comune in quasi tutti i paesi d’Italia.
Occorreva prendere delle precauzioni incominciando dai nostri nomi. Ci eravamo imposti dei nomi di battaglia e delle parole d’ordine: servivano a regolare i nostri movimenti in modo disciplinato e responsabile e ci permettevano di evitare di mettere in pericolo la nostra vita e quella dei nostri compagni di lotta. Le nostre azioni di propaganda indussero gli antifascisti a cercare un contatto con noi. Dopo l’inverno del ’43 (trascorso, come accennato prima, tra le montagne e poi a costituire un gruppo di resistenza locale) uno dei nostri, e precisamente Pierino, veniva avvicinato da una persona la quale con discrezione chiedeva di poter parlare con qualcuno al fine di consolidare il gruppo o addirittura crearlo ufficialmente. Pierino ci riferì in merito al colloquio avuto e, dopo averne discusso, decidemmo di ascoltare tali proposte. I contatti che seguirono, su suggerimento del partigiano Mario Fumagalli di Cavenago Brianza, dipendente della ditta Sirti di Vimercate, con questo antifascista del P.C.I. (Umberto Comi di Vimercate), avvennero rispettando tutte le regole della clandestinità; i luoghi erano sempre differenti e il più possibile lontani dalla base. Si arrivò così alla decisione di potenziare il gruppo inserendo, come uomo d’azione, Iginio Rota, che si rivelò utile sia per i collegamenti con gli altri gruppi, sia per l’indirizzo politico cui apparteneva: Iginio Rota militava, infatti, nelle file del P.C.I. Nato nel 1921 da famiglia impiegatizia aveva prestato servizio militare presso l’8° Reggimento Autieri di Bologna, come sergente. A lui venne affidato il comando con una decisione che fino a quel momento non avevamo conosciuto: la votazione.
La prima azione, certamente indispensabile, fu quella di reperire il maggior numero possibile di armi e munizioni: fissata la data, Iginio ed io partimmo, avvalendoci della collaborazione di Alessandro Brambilla, un contadino militante antifascista del P.C.I.. Con il carro (botte del pozzo nero) che egli ci mise a disposizione ci dirigemmo verso Sant’Albino, dove ci attendeva un certo “Mascet” (Eugenio Mascetti era un operaio della Breda di Sesto San Giovanni, antifascista del P.C.I., che aveva organizzato gli scioperi del 1943/44. Scoperto e ricercato si diede alla clandestinità. Organizzatore instancabile della Resistenza armata in Brianza, la sua base operativa era a Cavenago Brianza). Questi ci indicò il luogo dove si trovavano le armi che i soldati dell’ex esercito avevano abbandonato durante la fuga: là riposti in un carro, sotto la paglia, vi erano non più di una decina di moschetti, che trasbordammo in fretta, scegliendo per il viaggio di ritorno un itinerario diverso da quello dell’andata. Organizzammo un meticoloso servizio di scorta, tale da salvaguardare il buon esito della spedizione. Così in pieno giorno e sotto il naso dei fascisti riuscivamo a portare a termine la prima azione diurna allo scoperto.
Nel frattempo si stabilirono i contatti con altri piccoli gruppi di compagni e dopo una valutazione scrupolosa si decideva di incorporarli nel nostro gruppo; il primo fu quello di Rossino, il cui comandante era Gaetano Rigamonti, il quale rimaneva sempre alla sua base mantenendosi strettamente a contatto con noi. Negli ultimi giorni di marzo del 1944, io e Aldo prendemmo contatti con un coetaneo, il commilitone Dario Motta, il quale aderì subito al nostro movimento; in seguito Dario si rivelò molto utile per il trasporto d’armi e per l’affissione dei manifestini. Frattanto Iginio prendeva contatti con due cugini, Mario ed Erminio Carzaniga, che ben presto entrarono a far parte del nostro distaccamento.
Organizzammo, in seguito, ed esattamente ai primi di aprile del 1944, la prima vera azione di sabotaggio contro i nazi-fascisti. Avevamo saputo dal “Mascet”, che dell’impresa fu un protagonista, del transito sull’autostrada di una colonna motorizzata tedesca, la quale doveva trasferirsi da Milano a Brescia.
Decidemmo di attaccarla.