CAPITOLO DECIMO
Intanto la sorveglianza dei fascisti si era fatta ancora più intensa e rabbiosa, e per circolare a piedi o in bicicletta occorrevano dei permessi speciali, vale a dire l’esonero dal servizio militare. Il Mansin, il proprietario della base, pur svolgendo il suo lavoro nei campi senza badare troppo a noi, ci teneva informati dei vari movimenti in paese. Lo spirito che si aveva a vent’anni e la posizione in cui ci trovavamo ci induceva a qualsiasi sacrificio: anche se si dormiva per terra, con sotto un po’ di paglia , non ci si faceva troppo caso.
Per quanto riguardava il nostro vettovagliamento i rifornimenti di cereali e granaglia venivano effettuati dalla ditta Comi alimentari, di Vimercate e quelli delle cosiddette pietanze, dal salumificio Mauri di Cavenago Brianza. Inoltre avevamo l’aiuto di gruppi di contadini e anche il contributo finanziario che ricevevamo ogni tanto attraverso le sottoscrizioni degli operai nelle fabbriche.
A tale proposito ogni tanto venivano indette delle riunioni di rappresentanti delle brigate 103^ e 104^ Garibaldi per studiare i piani di rifornimento viveri. Una di queste riunioni avvenne l’11 novembre ’44 all’osteria del Valentino. Nella mattinata erano presenti i comandanti delle due brigate, il Commissario politico della 103^ ed un membro del C.L.N. di Cavenago Brianza. I partecipanti all’incontro erano il Comandante della 103^ brigata Garibaldi, Guido Venegoni (uno dei quattro fratelli antifascisti di Legnano), Eliseo Galliani della 104^ brigata Garibaldi, Mario Fumagalli, Comandante del 4° distaccamento Cavenago Brianza, Aldo Diligenti, Commissario politico del 1° distaccamento ed io. Esaurita la prima fase dell’incontro ci lasciammo per rivederci nella stessa giornata alle ore 13.30. Col Commissario politico mi recai all’osteria del Valentino per l’appuntamento pomeridiano. Erano circa le 13.20 quando, attraverso i campi, vedemmo spuntare la grossa figura del proprietario dell’osteria con in spalla un attrezzo agricolo, il quale ci avvicinò invitandoci a sparire immediatamente perché gli altri erano stati arrestati. I tre furono portati alla caserma di Vimercate e successivamente furono inviati a Monza per dei confronti. A loro carico non risultò nulla. Dopo ventidue giorni li scarcerarono.
In questo periodo la nostra attività venne interrotta per timore che i tre potessero essere fucilati per rappresaglia in seguito alle nostre azioni. Non perdemmo del tempo però e ne approfittammo per rivedere la nostra organizzazione allo scopo di perfezionarla. La cosa più importante che emerse fu la cosiddetta squadra di punta, formata in collaborazione con i compagni di Trezzo, che aveva il compito di condurre azioni rischiose quanto impegnative.
A comandare la suddetta squadra venne riconfermato Iginio Rota. Dopo la scarcerazione dei tre partigiani riprendemmo il nostro lavoro. Una sera ricevemmo ordini per il recupero di un motocarro che doveva servire per un’azione da condurre molto lontano dalla base. Non ci fu difficile prelevarne uno a un collaborazionista dei nazifascisti che, colto di sorpresa ed impaurito dal nostro numero e dalle nostre armi, non oppose alcuna resistenza.
Una notte di settembre del 1944, nella località di Cornate-Colnago, abbiamo prelevato dal rottamaio un motocarro Gilera, nuovo di zecca, denominato “8 bulloni”. Il motocarro sarebbe servito a trasportare un comando della squadra di punta del primo distaccamento della 103^ brigata Garibaldi in una località denominata “X”, nel comune di Truccazzano, per la eliminazione di un criminale fascista. Alla guida c’era il nostro Iginio; responsabile dell’azione era “Walter”, con l’inseparabile Gianni.
Partimmo verso l’imbrunire. All’imbocco del cavalcavia della statale Milano-Brescia, all’altezza di Inzago, c’era un segnale rosso mobile per un controllo: era un posto di blocco dei tedeschi.
Il posto di blocco era stato messo perché a Inzago il coprifuoco era anticipato alle nove, anziché alle dieci come in tutto il territorio occupato dai nazifascisti; questo perché era stato arrestato un politico che doveva essere fucilato (il professor Quintino Di Vona). Iginio decelerò e tirò verso il segnale; appena vicino al posto di blocco partirono diverse raffiche di mitra dal nostro motocarro. (il giorno successivo abbiamo saputo che era stato abbattuto un ufficiale tedesco); a questo punto la pattuglia tedesca dislocata sul ponte, riparandosi dietro a dei carri di contadini in transito per Milano, aprì un fuoco micidiale. L’abilità di Iginio, che procedeva a zig-zag, ci portò fuori tiro, consentendo così di dileguandoci attraverso strade di campagna. Intanto fascisti e tedeschi davano l’allarme a tutte le caserme della zona. Le strade di campagna si assomigliavano un po’ tutte, specie di notte. “Walter”, che conosceva il luogo, cercò di orientarsi per sottrarci all’inseguimento e per portare a compimento l’azione. Proseguimmo un po’ per intuito e finimmo in un cortile dove c’era un gran fermento: eravamo entrati in una caserma di repubblichini! Solo il sangue freddo di Iginio ci salvò: egli, infatti, chiese un’informazione, qualificandosi come lattaio dell’Invernizzi, perché aveva smarrito la strada per Truccazzano (si fece passare per un autista appena assunto). Noi eravamo appiattiti sul fondo del cassone, senza respiro. I fascisti erano indaffarati a prepararsi per lo scontro coi partigiani e non badarono al contenuto del motocarro.
Ripartiti per la zona “X”, non ci siamo arrivati subito perché abbiamo sbagliato cascina. Finalmente giungemmo a destinazione e in quel momento “Walter” ci mise al corrente dell’operazione militare da svolgere. “Walter”, Gianni e due o tre di noi salirono alcune rampe di scale, mentre gli altri rimasero a fare da copertura. Dopo breve tempo scese il gruppo con due individui anziché uno. I due gappisti portarono a termine l’esecuzione che gli era stata ordinata dal Comando GAP di Milano. Il criminale di guerra era il Segretario repubblichino di Pisa (il secondo uomo veniva lasciato in vita).
Rientrammo al canto di “Bandiera rossa” e percorrendo una strada diversa dall’andata: come in tutte le azioni, mai percorrere la stessa strada.
Prima di raggiungere la base c’era ancora un’azione da compiere per il recupero di armi e munizioni. In una cascina nei pressi di Ornago-Roncello, cascina Gallo, era sfollato un fascista con moglie e figli. Entrammo in cucina dopo
aver bussato: si presentò l’interessato il quale, naturalmente, capì subito e fece tutto quello che gli venne richiesto. Fu troppo premuroso nella consegna di uno zaino pieno di munizioni, rivoltelle e bombe a mano: insospettiti frugammo dappertutto, compresa la camera da letto, recuperando anche dei mitra. Il fascista era un membro dell’O.V.R.A. e in quella occasione venne risparmiato perché “Walter” fu mosso da pietà per i bambini. Il fascista non fu più visto.
Ripartimmo nuovamente, questa volta per incontrare il gruppo di Trezzo e diversi partigiani di Busnago che ci aspettavano per la consegna del motocarro da restituire al proprietario, ma un chilometro prima dell’incontro si affloscia una gomma e restiamo a piedi. Quando i partigiani di Busnago ci vennero incontro e presero in consegna il motocarro, ci salutammo. Finalmente quella lunga notte era terminata.
Eravamo pronti per la prossima azione. Nessuna tregua ai nazifascisti. Le brigate d’assalto Garibaldi hanno giurato lotta senza tregua.
Intanto il gruppo di Trezzo aveva concluso un’ennesima azione militare contro una colonna di automezzi tedeschi che transitavano sull’autostrada Milano-Brescia. In quella occasione i partigiani riuscirono ad incendiare parecchi autocarri. La reazione dei tedeschi fu, come al solito, violenta; fu anche improduttiva però, perché pur sparando per molto tempo non riuscirono a catturare nessun partigiano. Al rientro i partigiani di Trezzo si scontrarono casualmente con una pattuglia fascista attirata in zona dagli spari; ne seguì un corpo a corpo nel quale i fascisti ebbero la peggio. I nostri compagni, riconosciuti, dovettero però evacuare la loro base di Trezzo e rifugiarsi sulle montagne del bergamasco, in Val Brembana. Gli attacchi della 103^ continuavano nonostante il temporaneo allontanamento dei partigiani di Trezzo.