CAPITOLO SETTIMO
In agosto un anti-fascista monzese venne a Vimercate per incontrarci; alla stazione del tram eravamo in due ad aspettarlo: Dario Motta del gruppo di Ruginello, che lo conosceva, e io che avevo il compito di portarli entrambi alla base. Sceso dal tram, il politico e l’altro non fecero in tempo a salutarsi che vennero immediatamente arrestati da due uomini in borghese. Io che, come convenuto, ero a distanza, non potei far altro che assistere inerme alla scena. Si seppe, poi, che dopo l’interrogatorio il politico monzese fu internato a Mathausen, mentre il partigiano del gruppo di Ruginello, Dario Motta, portato a Monza fu rinchiuso nella Casa del Balilla, che si trovava nei pressi dello scalo merci. Dario, dopo essere fuggito per ben due volte, venne portato al Comando dei Repubblichini di Milano, dove uno dei comandanti era un ufficiale di Vimercate: questi, riconosciutolo, gli propose di entrare nelle Brigate nere, evitando così il campo di concentramento in Germania. Queste informazioni ci vennero date dalle madre, che lavorava presso l’oreficeria di un antifascista della D.C., Felice Sirtori, dal quale essa attingeva tutte le notizie che venivano portate da un esponente del C.L.N. locale.
Per tramite della madre il partigiano voleva conoscere le nostre decisioni. Ovviamente noi optammo per la seconda alternativa perché, oltre a evitargli il campo di concentramento, potevamo avere un ottimo punto di riferimento per quanto concerneva i movimenti delle Brigate nere.
Il nostro distaccamento acquisiva sempre più notorietà, per cui non passò molto tempo che un altro gruppo, e precisamente quello di Colnago-Cornate, entrava a far parte del nostro movimento. Il primo incontro lo avemmo in un cortile di Cornate, ma ci trovammo subito di fronte a un problema da risolvere: in quella zona agiva una banda di ladri che si spacciava per una formazione partigiana. Non vi fu indugio da parte nostra: imbracciammo le armi e pattugliammo tutto il circondario riuscendo a metterla in fuga.
In seguito, dopo la sconfitta di Oltre il Colle (Bergamo), si aggregarono a noi tre partigiani: un gigante, che noi chiamavamo Zambo, un ex operaio della Falck e Alberto Gabellini (nome di battaglia Walter). Successivamente vennero anche due fratelli di Monza (appartenenti al P.C.I.) e altri che non potevano più rimanere nella propria zona operativa. I due fratelli di Monza, Emilio e Aldo Diligenti, facevano parte del gruppo “Cinque Giornate” dell’ex esercito italiano, situato nella fortezza di San Martino sopra Varese, il cui comando era affidato al colonnello Croce, che vi aveva inquadrato 200 sbandati in tre compagnie con il compito di rendere la fortezza inespugnabile. I tedeschi attaccarono il 14 novembre 1943 e il primo giorno fu favorevole ai difensori di San Martino. Il secondo giorno, dopo un bombardamento dell’aviazione tedesca e un attacco dell’artiglieria, i nemici conquistarono la vetta e dopo alterne vicende si aggiudicarono la battaglia finale. I 200 uomini di San Martino erano misti fra italiani, inglesi, serbi e greci. Due furono i morti e 36 quelli fatti prigionieri e successivamente fucilati. I tedeschi persero un aereo e subirono 240 morti; il nemico aveva pagato caro il suo attacco, ma il presidio partigiano fu distrutto.
Uno dei due fratelli Diligenti fu ferito ma riuscì ugualmente ad attraversare le linee nemiche e rifugiarsi in pianura. La nostra base veniva considerata il rifugio più sicuro.
Alberto Gabellini figlio di Vincenzo, assassinato dai fascisti nel 1922, era occupato come operaio alla Isotta Fraschini: già pronto a espatriare per andare a combattere in difesa della Repubblica spagnola non ricevette il consenso degli antifascisti di Cavenago Brianza. Arrestato per attività antifascista la mattina del 26 giugno 1937, venne condannato a cinque anni di confino all’isola di Ponza. Il 14 agosto 1939 venne trasferito alle isole Tremiti; liberato il 19 agosto 1943 raggiunge Cambiago il 9 settembre e divenne uno dei Gappisti di Rubini (3^ G.A.P. Milano). Poi si rifugiò sui monti bergamaschi, a Oltre il Colle – Zambla alta, con un gruppo di partigiani, perché sulla sua testa pendeva una taglia. Dopo la sconfitta subita da parte dei repubblichini in un conflitto a fuoco, Walter venne fatto prigioniero; durante il suo trasferimento in Germania evase e riprese la lotta aggregandosi al 1° distaccamento della 103^ brigata S.A.P. Garibaldi. Arrestato, imprigionato a Monza, è stato fucilato per rappresaglia, insieme ad altri sei partigiani, a Pessano il 9 marzo 1945.
In un’altra azione di sabotaggio contro i nazifascisti ci prefiggemmo di far crollare, ad Aicurzio, un traliccio dell’alta tensione che portava energia elettrica agli stabilimenti di Sesto San Giovanni. Data l’inefficienza dell’esplosivo a nostra disposizione il tentativo fallì. Non fallì, invece, la rappresaglia dei nazifascisti, che venuti a conoscenza del sabotaggio, sia pure mancato, impiccarono ad Aicurzio un ostaggio detenuto nelle carceri di Monza: Giovanni Bersani. Il Bersani (nato il 12 luglio 1926 a Ronco dell’Adige, abitante a Monza in Via Ariani 6) era stato arrestato il 7 luglio 1944 a Monza per aver sparato, ferendolo gravemente, su un legionario della “Speer” certo Iwanoff. Egli è stato impiccato su un traliccio dell’alta tensione presso Aicurzio ed è rimasto esposto per 24 ore. Il giorno 26 luglio 1944 il cadavere veniva rimosso senza alcuna cerimonia funebre.
.L’impiccagione di Giovanni Bersani fu un durissimo colpo che mise in discussione tutto il nostro operato: ci sentivamo tristi, angosciati, ma dentro di noi sapevamo per certo di non essere colpevoli della sua morte, perché l’ideale della libertà oltre la morte. Sarebbe potuto succedere a noi:eravamo preparati anche a questo. Per non vanificare il sacrificio di questo giovane che, come molti altri aveva donato la propria vita, ribadimmo il nostro intento di continuare la lotta contro chi era causa di tali lutti.
In quel periodo la sede del Comando della 103^ brigata Garibaldi era a Trezzo sull’Adda.