CAPITOLO TREDICESIMO
Intanto il Comando di Brigata preparava un attacco al campo di aviazione di Arcore, dove erano in riparazione aereo-siluranti S79: nell’hangar erano pronti per il decollo sei di questi aerei che noi avremmo dovuto sabotare. Facemmo tutti i nostri preparativi; mettemmo a punto un piano e partimmo tutti insieme per Arcore.
Era la sera del 20 ottobre 1944.
Seguendo le stradine di campagna avanzammo dalla parte nord di cascina Velasca; attraversammo un campo fino all’altezza della palazzina (edificio che si trovava all’interno del campo d’aviazione): mettemmo in atto il solito dispositivo di sicurezza per coprirci le spalle e la via di accesso al campo. Quindi entrò in azione la squadra sabotatori. Di soppiatto, strisciando contro il muretto ed evitando di fare rumore per non mettere in allarme le sentinelle, arrivammo all’ingresso dell’hangar. Con un paranco sfondammo la porta, ed estratte dagli zaini le bottiglie Molotov le lanciammo dentro le cabine di pilotaggio. Le bottiglie si ruppero, la benzina s’infiammò. Scappammo fuori in attesa di sentire i primi botti, ma ciò non avvenne. Bruciato il contenuto, la fiamma non si allargò ma si spense. Incredibile! Dopo un attimo di perplessità, Emilio ebbe un’idea che noi tutti approvammo. Si trattava di smantellare un pagliaio ai margini del campo, e in diverse riprese portare delle bracciate di paglia e deporle nelle cabine degli aerei; poi, sempre di corsa, arricchire la dose con delle bombole di ossigeno e acetilene, quindi dell’olio, legname e tutto quello che poteva far fuoco; infine coi cerini appiccare il fuoco in più punti. Facemmo tutto ciò e l’esito fu più che positivo. Sempre di corsa ci ricongiungemmo alla squadra di guardia e tornammo a casa al suono cadenzato e fragoroso delle esplosioni degli aerei, cantando “Va fuori d’Italia, va fuori stranier” e “Bandiera rossa”. Cinque aerei furono distrutti completamente ed uno venne danneggiato. Il giorno seguente Radio Londra, nel suo bollettino di guerra, annunciava l’azione al campo d’aviazione di Arcore, condotta dal 1° distaccamento della 103^ Brigata Garibaldi S.A.P. Vincenzo Gabellini. All’azione di sabotaggio avevano partecipato:
Cognome Nome Nome di battaglia
ROTA Iginio ACCIAIO
PELLEGATTA Renato RENA
MOTTA Aldo MIRCO
COLOMBO Pierino RABO
RONCHI Luigi NABO
CEREDA Emilio CID
CARZANIGA Mario IVAN
CARZANIGA Erminio MARESCIALLO
LEVATI Carlo TOM
RIGAMONTI Gaetano
RONCHI Luigi
RONCO Giuseppe
RUGGERI Ruggero
Dopo questo attacco cambiammo la base e ci frazionammo in diversi gruppetti: per misura precauzionale non ci dovevamo incontrare per qualche giorno.
Terminato questo periodo di breve stasi rientrammo alla base e la nostra prima preoccupazione fu quella di decidere come affrontare l’approssimarsi dell’inverno. La soluzione fu quella di frequentare la base di giorno e di trovare rifugio, per la notte, in qualche posto un po’ più caldo. Così si andava a dormire in casa di contadini alla periferia di Vimercate, a volte a Rossino o dove capitava; certo, mai più di due o tre notti nello stesso posto.
Il 25 ottobre del 1944, alle ore 11.30, dovevo trovarmi alla stazione del tram di Vimercate per ricevere ordini direttamente dal Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi di Milano, comandante Vergani, circa la liberazione di un nostro compagno della 104^ brigata, e precisamente Livio Cesana, che era stato catturato e condannato a morte tramite impiccagione. L’ordine era di recarsi a Gerno, dopo Arcore, dove ci avrebbe atteso una nostra staffetta la quale doveva impartirci le ultime disposizioni per salvare il nostro compagno.
Tornato alla base, avvertii il comandante Iginio e gli altri e, dissotterrate le armi, ci avviammo in bicicletta, in ordine sparso, per diverse direzioni, verso Gerno. Avevamo con noi un mitra, sei pistole e una dozzina di bombe a mano, con una discreta provvista di munizioni; il mitra era nascosto in un sacco che Mario teneva sul manubrio della bicicletta. Attraversata la periferia di Oreno, seguendo le stradine di campagna, arrivammo a Gerno. Nell’aria c’era una certa tensione: la gente era chiusa nelle case, alcuni contadini al lavoro nei campi ci guardavano con sospetto e noi sei eravamo in una posizione un po’ scoperta. Il luogo prefissato per l’incontro con la staffetta era quello, ma non c’era ancora nessuno. Il comandante Iginio decise di entrare in paese per chiedere informazioni; ritornò dicendoci che non aveva trovato nessuno, ma che aveva visto dei manifesti che annunciavano l’esecuzione di Livio Cesana per le ore 15.00. Nel frattempo la staffetta, con le informazioni che aspettavamo, non era arrivata. Ci avviammo, attraverso i campi, in direzione del ponte di Gerno. Poco dopo vedemmo spuntare un camion militare tutto chiuso, seguito, a non molta distanza, da una macchina militare. Erano le 15.00. La cosa ci insospettì, ma, senza ordini, rimanemmo inattivi. A noi non restò altro che rientrare dalla missione, senza aver potuto salvare il Cesana. Il giorno seguente il Comando Brigate Garibaldi di Milano ci informò che l’impiccagione era avvenuta appena dopo il ponte di Gerno.
Una mattina giunse alla nostra base la notizia che Alberto Paleari e Giuseppe Centemero, partigiani appartenenti alla 104^ Garibaldi, brigata che stava subendo una vera e propria decimazione, erano stati catturati dai fascisti a Monza; dopo essere stati torturati, la sera del 8 novembre 1944 furono uccisi a colpi di mitra in piazza Trento Trieste.
Sempre nel mese di novembre, precisamente il 5, i fascisti di Vimercate uccidevano, a Ruginello, l’ex militare Antonio Colombo, semplicemente perché si trovava fuori casa dopo il coprifuoco.
La paura dell’imminente fine rendeva i fascisti più feroci, mostrandoli alla pari dei loro amici nazisti, inventori dei campi di sterminio in tutta Europa.