CAPITOLO SEDICESIMO
Solo l’intervento di una spia fascista di Vimercate portò all’identificazione del nostro comandante, barbaramente sfigurato dopo essere stato ucciso. La morte di un gruppo di avieri fascisti venne confermata dai giornali, i quali cercavano di minimizzare l’azione partigiana.
Intanto la spia fascista, lavorando nell’ombra, riusciva a fornire i nomi degli altri componenti dell’azione al campo di Arcore e a condurre la squadra politica di Monza nelle nostre case. Noi, però, li avevamo preceduti mettendoci al sicuro. Pierino e Luigi erano andati a Milano da alcuni loro conoscenti, altri si erano allontanati in zone diverse. A casa era rimasto Aldo, che di sera però si allontanava. Renato e Emilio avevano preso anche loro le dovute precauzioni. Per conto mio, di giorno mi spostavo nelle diverse basi che avevamo; di notte, dopo il coprifuoco, ritornavo in paese, sempre nell’attesa dell’ordine di allontanarci.
Il 1° gennaio 1945 ci fu un colloquio con una staffetta partigiana la quale ci invitò alla periferia di Cavenago Brianza per avere le istruzioni necessarie onde metterci in salvo partendo per la montagna. In giornata avvertii gli altri tre e la notte del 2 gennaio ci trovammo all’appuntamento fissato per le dieci di sera; ci diedero le istruzioni, quindi ritornammo a casa per prendere gli zaini e qualche indumento. Avremmo dovuto ripartire per la nuova destinazione alle tre della stessa notte e, visto che in giro non c’era nessuno ed essendoci un po’ di tempo, pensai di coricarmi un momento per riposare prima del lungo viaggio.
Emilio, entrato in casa sua, ne usciva accompagnato da un gruppo di repubblichini guidati dal capo della squadra politica di Monza e dalla spia; subito dopo fu la volta di Aldo. Per colmo di sfortuna, il fato volle che quella sera erano rientrati da Milano anche Pierino e Luigi: anche loro furono immediatamente arrestati. Così rimanemmo liberi solo Renato e io. Entrambi avevamo qualche possibilità in più per sfuggire alla cattura, dal momento che abitavamo in periferia. La meticolosità, però, con la quale la spia guidava la squadra politica e la perfetta conoscenza dei luoghi e delle persone resero praticamente inutile qualunque nostro vantaggio. Si recarono a colpo sicuro a casa di Renato. Non ebbero bisogno di individuare la porta poiché già la conoscevano. Bussarono con violenza e Renato, intuito immediatamente il pericolo, riuscì a nascondersi nel vano di una finestra che dava su un altro cortile, attiguo alla sua abitazione. In un primo momento la scrupolosa perquisizione dei repubblichini ebbe esito negativo. Erano sul punto di tornare sui propri passi, quando dissuasi dalla spia, rientrarono. La spia indicò la finestra, la fece aprire: per Renato non ci fu più scampo.
Erano le due di notte e nel dormiveglia sentii dei rumori. Bussarono alla porta del piano terreno. Mia madre, che stava sempre sul chi vive, capì subito che si trattava dei fascisti e si affrettò a svegliarmi. Saltai subito in piedi, mi avvolsi attorno al collo i pantaloni e presi in mano le scarpe, poi, con una calma che mi stupiva, avvertii mio padre della sorte che gli sarebbe toccata se non mi avessero preso: egli mi disse di non preoccuparmi e di mettermi in salvo. Mentre i fascisti ispezionavano i locali del piano terreno, io, al piano superiore, uscii dalla camera da letto e bussai subito alla porta dei vicini (Alfredo Parma e Teresa Pirola) . Mi aprirono immediatamente, poiché erano già svegli. La casa era circondata. L’ultima finestra dava su un pollaio, che faceva da divisorio fra il cortile e la campagna libera: era per me l’unica via di uscita. Per disorientare i fascisti decisi di fare appostare il marito alla prima finestra e la moglie alla seconda; e io, alla terza finestra, ero pronto a saltare. Al mio via le tre finestre si spalancarono violentemente e, come avevo previsto, ciò sorprese i fascisti. Fui lesto ad approfittarne e saltai sul tetto del pollaio scavalcando, quindi, il muro di cinta che faceva da divisorio. Tentai di saltare dentro il cortile di una casa adiacente (della famiglia Fanettti) ma non ci riuscii; saltai, allora, il primo muro di cinta di un’altra casa (l’Osteria del Fornasino, parente del fascista G.M.), ma trovai un cane che continuava ad abbaiare, segnalando così la mia posizione. Per sottrarmi, infilai la scala del caseggiato fino ad arrivare sul solaio; intanto si sentivano i repubblichini che gridavano: “E’ scappato”. Scesi la scala e mi imbattei di nuovo nel cane: riuscii a prenderlo e lo scaraventai lontano mettendolo a tacere. Scavalcai un altro muro di cinta, ma a 50 metri di distanza c’erano i fascisti girati di spalle: saltai giù per il muro, cadendo nella neve, e strisciando riuscii a portarmi verso il cimitero, non molto lontano da casa mia. La luna piena rifletteva sulla neve candida i suoi raggi rischiarando la gelida notte. Il silenzio veniva interrotto dagli urli fascisti che si facevano sempre più vicini. Appena al di là della strada c’era il cimitero, cintato da un muricciolo, poi il Molgora affiancato da robinie. Arrivare fin laggiù, in mezzo a quei boschetti, poteva rappresentare un nascondiglio sicuro. Non persi tempo e ci arrivai di corsa buttandomi sotto un mucchio di neve che ricopriva delle foglie: il leggero tepore che queste emanavano mi consentì di riscaldarmi e di riprendermi. Dopo un po’ mi infilai i pantaloni. Le scarpe le avevo perse, i piedi erano gelati, ma coi fascisti alle calcagna non c’era il tempo per pensarci. Essi si stavano dirigendo verso la nostra base, io allora fuggii all’altra parte, verso Ruginello per avvertire il presidio partigiano e per avere notizie.
Seguii il torrente, poi risalii e attraversai la campagna sino ad arrivare ai margini della strada. Alla prima persona che vidi domandai se aveva visto i fascisti nei dintorni; dopo un momento di sorpresa mi rispose di no e aggiunse che era tutto tranquillo, almeno per il momento. Siccome mi aveva riconosciuto lo pregai di non fare parola con nessuno altrimenti sarebbe stato considerato l’unico responsabile nell’eventualità mi fosse successo qualcosa. Si irrigidì assumendo l’atteggiamento tipico del vecchio uomo di carattere che non tradisce la parola data. Se ne andò borbottando “Me sunt un galatom!”. Era il suocero di Gaetano Cantù, messo comunale.
Intanto s’erano fatte le cinque del mattino quando giunsi alla base di Ruginello; bussai alla porta di un partigiano, Benedetto Motta, che mi fece entrare in cucina. In fondo alla stanza c’era un camino già acceso. Ci sedemmo accanto al fuoco e mentre gli spiegavo cos’era accaduto, mi riscaldai a quel tepore; feci un bagno ai piedi tutti insanguinati, e poi mi feci dare un paio di scarpe e una giubba. Poco dopo lo ringraziai e lo salutai. Mi allontanai dirigendomi verso Moriano, da una mia zia dove, oltre a cercare un rifugio provvisorio, avrei potuto avere notizie dei miei.
Per evitare sorprese mi misi al riparo nel suo cascinotto di campagna. Mia zia frattanto si era recata a casa mia agendo con circospezione. Era riuscita a sapere che tanto mio padre quando il vicino di casa, Alfredo Parma, erano stati arrestati. Mi aveva riferito, inoltre, che un fascista di Vimercate, un medico molto noto, aveva minacciato mia madre di fucilarmi sotto i suoi occhi nell’eventualità che mi avessero preso. Avevano arrestato, inoltre, la sorella maggiore e la fidanzata di Iginio. In seguito iniziarono la ricerca anche della sorella maggiore di Aldo Motta che, però, intuendo il pericolo, si era allontanata e venne ospitata da una zia a Milano.
Il mio peregrinare continuava e mi recai a Rossino, dove il primo incontro l’ebbi con Fiorina, la signora che gestiva l’osteria/trattoria. Subito le venne spontanea la domanda: “Stai fuggendo in seguito della sparatoria di stanotte?” Istintivamente risponsi di no e che la mia presenza, inconsueta per l’orario, era per un incontro con Gaetano Rigamonti. Intanto mi scodellava una zuppa calda, della quale ne sentivo proprio il bisogno, e chiamava Gaetano. Appena terminata la zuppa, io e Gaetano lasciammo Fiorina ringraziandola. Per diversi giorni ebbi ospitalità e protezione da parte del gruppo. Durante la permanenza col distaccamento di Rossino cambiavamo tutte le notti il rifugio. Nella vallata di Bellusco ebbi un incontro, alla presenza del comandante Gaetano, con i miei fratelli Felice e Ambrogio, con mio zio Carlo Villa e con mio cognato Giuseppe Verderio, venuti per rendersi conto della mia fuga e pressati dalle drammatiche circostanze nelle quali si trovavano le famiglie degli arrestati. In primo luogo Alfredo Parma, padre di sei figli, incarcerato per l’aiuto datomi durante la mia fuga; la famiglia Verderio/Levati per l’inspiegabile arresto del figlio Carlo, mio nipote; l’arresto di mio padre. Spiegai loro del nostro impegno nella lotta armata contro i nazifascisti e che il consegnarmi ai fascisti significava certamente la mia fine. Se questo era quello che volevano io ero pronto, ma li esortai a non credere alle lusinghe e alle pressioni fasciste che promettevano, al massimo, la mia deportazione in Germania, come prigioniero di guerra. A loro ricordai l’arresto e la scarcerazione del padre di Achille Bala. Cercai di convincere i miei familiari che anche mio padre e Alfredo sarebbero stati scarcerati, e forse anche il nipote Carlo. Mi diedero tutti i soldi che avevano: l’incontro ebbe termine con la speranza di rivederci presto.
In seguito a un collegamento fra il Comando di Brigata e il gruppo, attraverso una staffetta partigiana, seppi che dovevo trasferirmi a Cavenago Brianza e successivamente in montagna. Eseguii alla lettera le disposizioni e mi incamminai verso la mia destinazione attraverso una campagna ricoperta da una spessa coltre di neve Una volta giunto seppi da un membro del C.L.N. di Cavenago che Rossino era stata rastrellata da cima a fondo proprio perché la mia presenza era stata segnalata. Mi risollevai nel morale quando l’informatore aggiunse che nessuno del gruppo era stato arrestato. La notte successiva, nel rifugio venne anche il partigiano Emilio Diligenti, che ebbe parte attiva nella sfortunata impresa in cui cadde Iginio. Da Emilio seppi che quattro giovani, due dell’Oratorio e due del Fronte della Gioventù, erano stati arrestati. Anche i tre sacerdoti: don Enrico Assi, don Attilio Bassi e don Luigi Sala e l’orefice, Felice Sirtori, subirono la stessa sorte. Don Enrico, rilasciato con gli altri due sacerdoti, venne poi nuovamente arrestato; anche uno dei giovani dell’Oratorio, dopo essere stato rilasciato, venne di nuovo arrestato. Più fortunati furono gli altri componenti dell’azione di Arcore che, messi in allarme dalla seconda ondata di arresti, si allontanarono definitivamente dal paese evitando così di essere arrestati.
Anche a Cavenago rimasi per poco tempo. Il tempo che vi trascorsi, a cavallo di due notti, sempre chiuso in camera, è stato caratterizzato da un fatto curioso: le voci di donne che gridavano “Andiamo sull’autostrada che hanno bombardato un camion pieno di zucchero!”. Ciò avrebbe potuto avere gravi conseguenze: il richiamare l’attenzione dei nazifascisti su Cavenago comportava un grosso rischio per il suo rifugio partigiano, ancora sconosciuto ai nemici. La mia presenza e l’eventuale mia identificazione avrebbero costituito praticamente la fine anche di questa base.
Scortato da un componente del gruppo di Rossino, Giuseppe Ronco, andai a piedi alla stazione ferroviaria di Molteno Brianza, dove mi incontrai con la sorella di Aldo, proveniente da Milano. Con lei, sempre a piedi, raggiunsi quello che era già stato il nostro primo rifugio dopo l’8 settembre. Il rifugio sicuro ci fu fornito dal cognato e dalla sorella (Giovanni Ratti e Egidia) del signor Tocchetti, a Ello, sopra Imberido. Onestamente dissi loro che ero ricercato dai fascisti perché partigiano, di conseguenza chi mi aiutava subiva la mia stessa sorte. Mi risposero che avevano capito e che potevo restare. Durante la mia permanenza aiutavo Giovanni nel suo laboratorio di falegnameria e nel suo campo. Qui venni raggiunto il 25 aprile dalle staffette Ida Motta e Paola Villa. La montagna era sicura: i fascisti se ne tenevano alla larga quell’inverno.