CAPITOLO SESTO
Erano circa le nove e trenta di sera quando ci appostammo all’altezza del casello di Cavenago Brianza; eravamo schierati tutti su di un lato, mentre due di noi si trovavano sopra il cavalcavia per segnalare il momento più propizio per attaccare la colonna. Il segnale, un colpo di pistola, venne dato dopo un’ora dal nostro arrivo. Ebbe inizio un’intensa sparatoria, di breve durata, ma che si rivelò molto efficace poiché vennero colpiti diversi automezzi di cui uno prese fuoco. Prima che i tedeschi avessero il tempo di organizzarsi per rispondere al nostro fuoco ci ritirammo, evitando così l’errore di accettare la battaglia. Il nostro armamento era molto scarso e bisognava fare economia di munizioni poiché non abbondavano mai.
Questa azione fu di grande aiuto al nostro morale soprattutto perché essa rappresentava il battesimo del fuoco. Dopo l’azione dell’autostrada bisognava sabotare una trebbiatrice alla cascina Gallo, una grande fattoria di Ornago per rallentare la trebbiatura del grano che tedeschi e fascisti sequestravano per le loro forze armate. Una sera ci recammo alla cascina e mettemmo una bomba al tritolo nella trebbiatrice; dopo pochi minuti la macchina era fuori uso. Continuarono gli approcci e si consolidarono i collegamenti con il gruppo di Trezzo d’Adda; anche per loro era indispensabile il collegamento per poter agire in modo più vasto, estendendo la guerriglia partigiana fino ai confini del Bergamasco.
L’entrata del gruppo di Trezzo creò la necessità di rivedere i criteri organizzativi onde poter gettare le basi per una formazione più vasta. Venne così creato il primo distaccamento della 103^ brigata Garibaldi in formazione. Naturalmente tale estensione creava problemi anche per l’armamento dei componenti, in quanto le poche armi che eravamo riusciti a trovare non erano più sufficienti. Così si operarono dei disarmi individuali a fascisti e a tedeschi. In seguito il gruppo di Agrate ci segnalò la presenza di molte armi nascoste lungo le sponde del torrente Molgora: le recuperammo tutte senza molte difficoltà. I contatti continuavano e il gruppo di Bernareggio, anch’esso entrato a far parte della nostra formazione, andava a completare il 1° distaccamento della 103^ brigata Garibaldi che assumeva proporzioni di una vera e propria formazione partigiana operante in azioni sempre più importanti. Due antifascisti, uno appartenente al P.C.I. e l’altro al P.S.I., si adoperavano per procurare l’aiuto indispensabile di medici su cui poter contare nel caso ci fossero stati dei feriti. I due esponenti politici erano Achille Frigerio (P.C.I.) e Umberto Valaguzza del P.S.I.U.P.
Achille Frigerio (di Gaetano), operaio fonditore, comunista, era nato a Vimercate il 7 maggio 1900 (deceduto il 23 aprile 1961). Nel 1928 dovette espatriare in Francia a causa della sua attività politica anti-fascista. Nel 1936 partì come volontario per la Spagna, nelle Brigate Internazionali. Gravemente ferito durante una battaglia, rientrato in Francia venne rinchiuso nel campo di concentramento di Fernet. Nel 1941 il Governo francese decise l’espulsione di tutti gli imprigionati. Frigerio, consegnato al regime fascista fu confinato a Ventotene. Dopo il 25 luglio 1943, alla caduta di Mussolini, viene liberato. Torna a Vimercate e riprende la lotta contro i nazi-fascisti. Rappresentante del P.C.I. nel C.L.N. di Vimercate preside il Tribunale del popolo che il 28 aprile 1945 condanna a morte il gerarca Roberto Farinacci.
Umberto Valaguzza era stato decorato con medaglia d’argento per gli atti di valore compiuti durante il primo conflitto mondiale.
Anche senza appartenere ad una determinata organizzazione politica, i medici (professor Miani, primario, e dottor Foti) davano il loro contributo alla Resistenza, affrontando rischi consimili a quelli dei partigiani.
Verso la metà del ’44 eravamo un gruppo armato ed organizzato come forza permanente della Resistenza attiva, impegnata anche in azioni di guerriglia molto rischiose; da qui nasceva la necessità di avere un soccorso sicuro nel caso ci fossero stati dei feriti gravi.
Il socialista Umberto Valaguzza, che svolgeva funzioni di barbiere nell’interno dell’Ospedale, riusciva con grande cautela a fissare gli appuntamenti sotto forma di visita medica che doveva avere come paziente il politico Achille Frigerio e come medico curante il dottor Foti. Gli incontri avvenivano in un reparto dell’Ospedale rispettando tutte le regole della clandestinità: esso ebbero termine con l’impegno da parte del chirurgo a dare tutto il suo contributo professionale alla causa della Resistenza.
Come prima prova gli venne data l’opportunità di confermare questo suo impegno aiutando una staffetta della Resistenza, Bambina Villa, ad entrare in Ospedale saltuariamente in qualità di crocerossina; in seguito ella fu di valido aiuto ad apportare i primi soccorsi ai nostri feriti. La prova più impegnativa che il chirurgo dovette sostenere come uomo e come medico fu quella di aiutare un partigiano di Arcore, Teruzzi, ferito e fatto prigioniero dopo uno scontro con i fascisti. Portato in Ospedale, il chirurgo lo dovette operare sotto controllo costante dei fascisti stessi. Il prigioniero doveva essere consegnato ai “repubblichini” perfettamente guarito per essere immediatamente fucilato. Di conseguenza, appena il ferito dava segni di guarigione, veniva portato in sala operatoria e di nuovo operato, ritardandone la consegna ai fascisti. Il partigiano fu operato più volte e la sua degenza durò fino al 25 aprile; ma questi continui interventi suscitavano gravi sospetti da parte dei fascisti nei confronto del medico, il quale ogni volta si vedeva messa in gioco la propria serietà professionale, con il rischio di trovarsi con il suo paziente dinnanzi al plotone di esecuzione. Ma ancora una volta la leggenda di Penelope, che tesseva la tela di giorno mentre la disfaceva di notte nell’attesa del ritorno di Ulisse, si ripeteva con il medesimo successo sul prigioniero, fruttandogli la salvezza.
Intanto i colloqui tra il dottore e il Frigerio si svolgevano regolarmente con tutti i crismi della legalità, infatti questi si presentava puntualmente per la visita medica pagando il dovuto al dottore, il quale restituiva la somma assieme ad una finta ricevuta.
Il medico istruì alcune donne, appartenenti ai “gruppi difesa della donna”, con mansioni di infermiera (la già citata Bambina Villa di Oreno e Angelica e Paola Villa). Le appartenenti a questi gruppi svolgevano, inoltre, mansioni di staffetta partigiana tenendo il collegamento fra i gruppi di resistenza.
Nel frattempo i fascisti di Vimercate inviavano lettere anonime al Consiglio di disciplina di Milano informandolo dell’atteggiamento del medico, che in seguito a denuncia fu chiamato nella sede centrale del partito fascista e duramente rimproverato; fra l’altro la sua posizione era già grave in quanto non era neppure iscritto al partito. Nonostante ciò egli riusciva a mantenersi indipendente, incoraggiando anche gli altri componenti dell’Ospedale a non giurare per i fascisti.
Sul finire dell’estate del 1944 avvertimmo la necessità di stabilire un collegamento con la 104^ brigata Garibaldi che s’era formata ad Arcore. Ciò per ampliare il fronte della Resistenza e per avere un appoggio reciproco nel caso ci fossimo trovati in difficoltà. Estendemmo i nostri contatti anche con gli anti-fascisti di Monza, al fine di allacciare un dialogo politico, necessario per le nostre azioni future.
Un altro episodio che ricordo avvenne quando la primavera del ’45 era vicina e tutto era tranquillo come prima di un temporale; ma ecco un nuovo fatto ad interrompere questa quiete: un giovane si presentava all’Ospedale dichiarando di essere stato ferito da un proiettile mentre ritornava a casa in bicicletta. Il medico, dopo averlo operato d’urgenza, stendeva la regolare denuncia ai Carabinieri; ma il Frigerio era ad attenderlo sulla porta per informarlo che il paziente appena operato era un partigiano di Concorezzo. Il medico ancora una volta omise la denuncia mettendo tutto a tacere.