CAPITOLO QUINDICESIMO
Le informazioni sul campo di aviazione di Arcore arrivavano puntualmente e con dovizia di particolari: nei capannoni dell’officina sostavano camion militari in riparazione, mentre nell’hangar vi erano sempre aerei. La forza di guardia era costituita da avieri comandati da un ufficiale, armati tutti di mitra. I militari del corpo di guardia non erano più di 12; l’unica variante era costituita dai civili che formano le squadre antincendio e le guardie notturne. Erano in tutto una ventina.
A questo attacco partecipavano, oltre a noi, anche il gruppo di Rossino, i giovani del fronte della gioventù e quelli dell’Oratorio. Il punto di incontro fu stabilito nei pressi del ponte di legno sul torrente Molgora. Vennero distribuite le armi da noi portate. Iginio, Renato ed altri quattro indossarono le divise dei repubblichini sottratte alla caserma di Vaprio; questo travestimento serviva per non insospettire la ronda dei repubblichini, che controllava l’ingresso del campo, e per facilitare la loro cattura. La pattuglia fu arrestata e imprigionata negli uffici e tenuta sotto controllo da un nostro compagno in abiti civili. Era la sera del 29 dicembre 1944. Alle ore 21.00, attraverso i campi raggiungemmo l’aeroporto di Arcore e dopo le ultime istruzioni ci dividemmo in due gruppi: il primo, guidato da Iginio, aveva il compito di bloccare la pattuglia fascista di ronda (istituita dopo il primo sabotaggio); il secondo, al quale appartenevo (sono stato designato responsabile del gruppo dal comandante Iginio Rota), doveva, invece, sabotare gli aerei ed i camion militari.Noi ci appostammo in un boschetto adiacente il campo, in attesa del segnale che avrebbe dato il via al sabotaggio, mentre Iginio partì seguito dal mitragliere del Breda 30 e da altri quattro.
Nell’attesa, mentalmente cercavo di immaginare l’attacco alla pattuglia concentrandomi nel buio. La serata non era come quella di Vaprio, al contrario era bella e per di più c’era la luna piena. I pensieri scorrevano velocemente, poi un po’ più lentamente, finché arrivò il momento del segnale. Era passata circa mezz’ora quando, verso la palazzina, si sentirono scoppiare bombe a mano e si videro lampi che squarciavano la notte. Stava succedendo qualcosa di imprevisto nell’azione della prima squadra; mille pensieri si agitavano: forse li avevano scoperti.
Uno scontro a fuoco era previsto, ma non movimentato come quello. Infatti era un fuoco di fila di mortai e mitragliatrici; poi si sentì anche la presenza di armi automatiche leggere. Fuochi e colpi si allungavano fino ai margini del campo. Volevano stanarci, sapevano ormai che in quei tipici attacchi partigiani i gruppi di assalto erano sempre più di uno.
Il segnale che doveva portare in azione il secondo gruppo doveva darlo Renato. Dopo breve tempo arrivò ansimando e ci spiegò che l’assalto stava per fallire perché l’azione che doveva consentire al primo gruppo di bloccare i dodici fascisti che stavano nella palazzina del campo non era riuscita. Il motivo lo sapemmo dopo. A questo punto si decise da parte del secondo gruppo di mettere in atto il piano di emergenza, che consisteva nel coprire la ritirata degli uomini della prima squadra. Ci dividemmo in più gruppi e avanzammo verso la palazzina. Dopo mezz’ora di intenso fuoco le munizioni cominciavano a scarseggiare, al contrario del fuoco nemico che aumentava sempre più. Ad un certo punto ci rendemmo conto che non potevamo più resistere. Il numero degli uomini e delle armi nemiche era troppo superiore. Decidemmo di sfruttare l’unica alternativa che ci era rimasta se non volevamo essere circondati e imprigionati: la ritirata. Mentre ci apprestavamo ad effettuarla ci venne incontro uno dei sei componenti della prima squadra, il mitragliere, che, dopo aver esaurito le munizioni, era riuscito a sottrarsi al combattimento. Attraverso i campi, dopo circa un’ora di marcia, raggiungemmo la base.
Qui ci rendemmo subito conto che lo stare insieme era pericoloso: ognuno doveva andare per conto proprio e trovarsi un rifugio in attesa di una nuova convocazione. Così fu fatto. A presidiare la base e a nascondere le armi e le poche munizioni che ancora avevamo restammo io e il mitragliere. Aspettammo un paio di ore senza che nessuno rientrasse Il silenzio profondo nel buio assoluto ci lasciava sgomenti e sembrava annunciare cattive notizie. Infine, verso l’alba, lasciammo la base.
Io mi recai a casa. Erano da poco suonate le sette quando si aprì la porta di casa mia ed entrò uno dei sei: era il Commissario politico. Mi spiegò che dopo essersi sottratto al fuoco dei tedeschi, avendo perso i contatti con gli altri, si era ritirato e dopo essere arrivato fino a San Maurizio si era rifugiato in un cascinotto, sfinito dalle estenuanti azioni della notte. Mi chiese degli altri, ma a parte lui e il mitragliere, non si era ancora visto nessuno; a questo punto mi feci spiegare bene come si erano svolti i fatti e lui iniziò il suo racconto.
La prima parte dell’operazione, mi disse, era riuscita alla perfezione. Avevano, infatti, sorpreso la ronda composta da tre uomini che, imprigionati, erano stati successivamente disarmati, legati e rinchiusi in uno stanzino e sorvegliati da un partigiano. Poi avevano deciso di catturare i dodici fascisti che stavano nell’interno della palazzina dell’aeroporto; per farlo misero in opera il piano che prevedeva il controllo della strada d’ingresso al campo da parte del mitragliere del Breda 30 e del capo arma. Un quarto uomo, messo a guardia della palazzina, aveva il compito, perfettamente eseguito, di tagliare i fili del telefono. I due rimasti, il comandante Iginio e l’altro partigiano (il commissario politico) dovevano irrompere nella stanza dove erano i fascisti, per coglierli di sorpresa e imprigionarli. Con grande decisione Iginio, precedendo il compagno, si avvicina alla porta d’ingresso della stanza: ode un vocio sommesso, capisce che il nemico non sospetta niente e che il fattore sorpresa era una componente a suo favore; ha solo un attimo di titubanza, poi lancia un’occhiata di intesa al suo compagno e quindi, con un violento calcio, spalanca la porta. All’imperativo “Mani in alto!” pronunciato da Iginio, i fascisti non oppongono alcuna resistenza. Uno di loro, però, che evidentemente era in fondo alla stanza e molto vicino alla finestra, riesce, non visto, a fuggire. Cerca scampo tentando di imboccare il viadotto di uscita, ma si imbatte nel partigiano che era a guardia all’esterno della palazzina. Ne nasce un violento corpo a corpo nel quale il partigiano stava per soccombere. A questo punto, richiamato dalle grida del compagno in difficoltà, interviene il partigiano che doveva fare irruzione con Iginio nella stanza: spara una raffica di mitra che colpisce, non si sa se mortalmente, il fascista. Frattanto gli altri rimasti colgono l’attimo favorevole e tentano di eliminare Iginio, rimasto solo. Quest’ultimo intuisce le loro intenzioni e cerca di precederli premendo il grilletto del mitra. L’arma però si inceppa , i fascisti gli balzano addosso e nel corpo a corpo Iginio viene colpito mortalmente. La reazione degli altri componenti il gruppo è immediata. I fascisti sono allo scoperto, e sotto i colpi del Breda 30 ne cadono parecchi. Si tenta, poi, il recupero della salma del comandante ma l’arrivo di un nuovo contingente nemico, tedeschi compresi, fa rinunciare all’impresa. Il gruppo riesce a sottrarsi a un combattimento troppo impari. Ciascuno si ritira per proprio conto; lascia la posizione anche il partigiano che teneva a bada la ronda.
Alla battaglia avevano partecipato:
ROTA Iginio PELLEGATTA Renato
MOTTA Aldo COLOMBO Pierino
RONCHI Luigi CEREDA Emilio
CARZANIGA Mario CARZANIGA Erminio
CARZANIGA Felice FORMENTI Giuseppe
CANTU’ Giulio LEVATI Carlo
RIGAMONTI Gaetano RONCO Luigi
RONCO Giuseppe RUGGERI Ruggero
MAURI Luciano NAVA Angelo
ASSI Enrico VERDERIO Carlo
DILIGENTI Emilio DILIGENTI Aldo
RONCHI Giancarlo ASSI Luigi