Nel corso delle mie ricerche sull'antifascismo e la Resistenza nella Brianza orientale ho avuto l'occasione, qualche anno fa, di incontrare Carlo Levati di Vimercate.
Levati, condannato a morte in contumacia dal Tribunale militare straordinario di guerra di Milano per l'attacco partigiano al campo di aviazione di Arcore del 20 dicembre 1944, è uno dei più autorevoli superstiti e testimoni locali di un periodo storico tanto tragico, ma foriero dei nuovi destini dell'Italia democratica.
Il suo impegno per la difesa della democrazia, conquistata a caro prezzo, e messa a repentaglio a più riprese nel corso della storia della Repubblica, è poi continuato in particolare nel costante contatto diretto con le scolaresche, dialogando coi giovani su fascismo e Resistenza.
Preziosa fonte di memoria storica ed esempio di impegno civile e culturale, dunque, Carlo Levati; ed è proprio da una stima e un'amicizia che si sono consolidate nel tempo che è maturata l'idea di lavorare alla stesura di questo testo, per lasciare, di quegli anni, duratura memoria.
E' stato un lavoro impegnativo, che ha portato Carlo Levati a riassestare i ricordi, precisando date, avvenimenti, nomi di persone e di luoghi, e a esprimere pensieri e stati d'animo.
Abbiamo lavorato con entusiasmo : lui scrivendo, io sollecitandolo con domande; una collaborazione che tanto mi ha dato e della quale vado orgoglioso.
Levati inizia a raccontarci la sua esperienza dall'8 settembre 1943, quando , soldato a Genova, diventa "sbandato" e fa ritorno a Vimercate.
Dopo essere sfollato sulle alture del lecchese, a Imberido, e dopo essere entrato a far parte di un gruppo di partigiani presso l'eremo del Monte San Genesio, ritorna a Vimercate, deciso,con altri "pochi amici ma molto fidati", a combattere i nazifascisti nella nostra zona.
Da quel momento, per il gruppo che poi diventerà il 1° distaccamento della 103a brigata Garibaldi, è tutto un crescendo di azioni : da quelle propagandistiche, all'approvvigionamento di armi e munizioni, ai sabotaggi e agli attacchi a colonne nazifasciste e a caserme.
Un'intensa attività di guerriglia, che farà di quegli uomini uno dei gruppi più ardimentosi della resistenza nella Brianza orientale.
Le pagine di Levati si fanno altamente drammatiche dove racconta del fallito attacco del 20 dicembre 1944 al campo d'aviazione di Arcore, nel quale cadde Iginio Rota, e dove racconta della sua rocambolesca fuga e della fucilazione di cinque compagni d'armi.
L'autore ha voluto intitolare il suo libro "Ribelli per amore della libertà" ; a questo proposito voglio ricordare che all'appello del filosofo fascista Giovanni Gentile rivolto a tutti gli italiani perché recuperassero lo "spirito nazionale" per rifare la " patria disfatta" , Concetto Marchesi rispondeva dalle pagine di "La Rinascita" ( mensile del Pci, luglio 1944) scrivendo, ad un certo punto, che nel generale disfacimento " restano, per fortuna d'Italia, i "ribelli", Eccellenza Gentile : quelli che voi chiamate i "sobillatori", i "traditori, venduti o in buona fede" ".
Un "ribelle" era, appunto, Carlo Levati, come "ribelli" erano i suoi compagni che lasciarono le giovani vite sul campo di Arcore; come "ribelli" furono le decine di migliaia di partigiani, di ogni colore politico.
Ribelli alla soggezione dell'Italia al nazismo, ribelli al collaborazionismo del fascismo saloino, ribelli a un malinteso "spirito nazionale".
Scrive ad un certo punto Carlo Levati : " Bisognava battersi non solo per aiutare gli Alleati nell'intento di porre velocemente fine alla guerra, ma anche per riscattarsi agli occhi del mondo e per dire a noi stessi che si doveva avere fiducia nell'azione intrapresa(...) Non era giusto attendere passivamente mentre giovani di altri paesi combattevano e morivano per la nostra libertà".
Qui sta il nuovo sentimento della patria ( dell'impegno, della responsabilità, del sacrificio per un'Italia libera e democratica) del quale era portatore l'antifascismo. Ribelli, veri patrioti.
Giorgio Perego