CAPITOLO UNDICESIMO
Altri gruppi andavano formandosi in seguito alle nostre azioni, le quali incoraggiavano i giovani a organizzarsi per poter colpire sempre più rapidamente i nazi-fascisti. Questi gruppi erano quelli di Agrate, Concorezzo e Brugherio che, pur essendo privi di esperienza, non mancavano di iniziative, quali scrivere e affiggere volantini, sabotare linee telefoniche al servizio dei nazi-fascisti e operare qualche disarmo individuale. La formazione di questi gruppi ci spronava a intensificare la lotta, contando anche sul loro appoggio.
Intanto dal Comando di brigata ci veniva comunicata l’imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; notizia che ci procurò molta gioia. Il lancio dall’aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: “Lucio 101” che significava attesa; “Lucio 101 il pollo è cotto” voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere tre falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Per mesi andammo avanti tutte le notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso “Pollo”, che non venne mai; tant’è vero che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: “Se il pollo c’è……. ormai è carbonizzato!”. Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l’assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d’Adda.
Giunsero alla nostra base due partigiani, “Walter” e Gianni, inviati dal Comando Brigata Garibaldi di Milano per esporci il piano di attacco. Di comune accordo stabilimmo una data; venne avvertito il distaccamento di Trezzo di scendere dalle montagne per incontrarci e formare la squadra di punta per poter condurre con successo l’azione di disarmo. Prelevammo il camioncino (già in nostro possesso) e lo preparammo.
Il piano di attacco era il seguente:
ritrovo dei due gruppi alla periferia di Vaprio alle ore 21.15 del giorno 6 ottobre 1944. Divisione in quattro squadre i cui compiti erano così ripartiti:
1- bloccare la pattuglia in perlustrazione
2 - bloccare le entrate di Vaprio
3 - pattugliare la periferia, assaltare il Municipio
4 – assaltare la caserma.
Subito dopo le istruzioni venne dato il via all’azione. Come a voler preannunciare il via, anche un violento temporale si scatenò sopra di noi. La prima squadra ebbe un bel da fare per cercare la pattuglia fascista che, a causa della pioggia, si era rifugiata in un’osteria. Per stanarla, uno dei nostri si mise a fischiettare cercando di attirare l’attenzione; finalmente i fascisti uscirono con le armi in pugno pronti a sparare. L’intera prima squadra in un attimo la disarmò e la convinse a dire la parola d’ordine; inoltre la pattuglia fascista doveva essere usata anche per penetrare in caserma con una scusa abbastanza plausibile. Intanto si aggregò anche la quarta squadra che si portò, accompagnandosi con la pattuglia nera, davanti alla porta della caserma. Bussarono e si presentò la sentinella, la quale, dopo aver sentito la parola d’ordine, chiese alla pattuglia il motivo dell’improvviso rientro: a tale domanda i fascisti catturati risposero che in giro per il paese non c’era nessuno e pertanto era inutile continuare il pattugliamento sotto il temporale. La sentinella fece scorrere il catenaccio ed aprì la porta: i fascisti vennero spinti da una parte, e i nostri piombarono nell’interno della caserma intimando ai presenti di mettersi contro il muro con le mani in alto. Entrata la prima squadra, essa tenne a bada i fascisti mentre noi piantonavamo l’ingresso. Altri, con il comandante Iginio, andarono a perlustrare i locali; nella cameretta del Sergente maggiore della G.N.R. trovammo, curiosamente, una copia clandestina dell’”Avanti”.
Furono recuperati: un Breda 30 con quattro cassette di munizioni, una dozzina di moschetti, sei mitra, due rivoltelle e parecchie munizioni; prendemmo anche coperte, zaini e alcune loro divise. Il nostro comandante passò in rivista tutti i fascisti schierati contro il muro: tra loro c’erano dei giovani come noi, probabilmente precettati. Successivamente furono spogliati delle loro divise e lasciati in mutande ad ascoltare il discorso del comandante, che li invitava a ritornare alle proprie case. Furono distribuiti loro i soldi della cassa perché potessero pagarsi il viaggio di ritorno. Li costringemmo ad uscire con noi, sotto la pioggia, non curandoci del loro abbigliamento ridotto. Vincemmo la loro riluttanza sparando in aria, a scopo intimidatorio, alcuni colpi di rivoltella affinché si allontanassero.
Quegli spari per aria, fra l’altro indicavano il segnale della fine operazione anche per la terza squadra, che si era nel frattempo recata al Municipio per distruggere gli elenchi dei contadini che non avevano consegnato sufficiente grano all’ammasso e altri documenti relativi ai renitenti alla leva. Per caricare tutto il bottino sul camioncino noi dovemmo ritornare a piedi. Il camioncino con il suo carico venne ospitato nel cortile del Salumificio Mauri di Cavenago Brianza (il Mauri era un liberale).
Arrivammo alla base alle cinque del mattino. Di guardia rimase Pierino, il meno provato in quella notte, mentre noi ci sdraiammo sui nostri letti di paglia. Durante l’attacco alla caserma, il distaccamento di Vaprio d’Adda ha presidiato tutti gli accessi al paese, garantendo così l’intervento.
L’attacco alla caserma di Vaprio ebbe come conseguenza un massiccio rastrellamento: ben 2.000 repubblichini vennero sguinzagliati in tutta la zona sospetta: essi avrebbero dovuto iniziare proprio da Vimercate per estendere poi l’azione a Trezzo, Cassano e Vaprio. A quel rastrellamento parteciparono gli uomini a disposizione, compresi quelli del Comando. Fra questi ultimi c’era anche la nostra quinta colonna che agiva all’interno del comando, la quale, intervenendo al momento più opportuno, riuscì a fare iniziare il rastrellamento da Bellusco, dicendo che era superfluo far battere una zona come Vimercate, che al momento contava il migliore presidio fascista della Brianza. La fortuna e l’abilità del nostro collaboratore ci permise di rimanere un po’ in pace a riposare. Se le cose fossero andate diversamente saremmo stati accerchiati e forse fatti prigionieri. Così, mentre noi rimanevamo tagliati fuori, i repubblichini continuavano le loro ricerche, entrando anche nelle chiese e minacciando di deportare in Germania tutti gli uomini validi che avessero trovato. Naturalmente queste minacce e i feroci massacri che compivano nell’Italia occupata non facevano che aumentare l’odio già diffuso fra la gente, che ormai desiderava liberarsi al più presto dei tedeschi e dei fascisti.
Il rastrellamento si concluse senza che venisse catturato un solo partigiano, tuttavia esso sconvolse la rete dell’organizzazione partigiana della zona. Il giorno seguente il nostro comandante Iginio, direttamente responsabile dell’operazione “Vaprio”, fu convocato dal Comando di brigata, dove gli venne comunicato che a seguito della nostra azione altri repubblichini avevano abbandonato la caserma di Pozzo d’Adda.
Dopo l’azione di Vaprio, Walter e Gianni, i due gappisti che l’avevano preparata con l’Iginio Rota, venivano inviati alla 119^ brigata Garibaldi, nella zona di Desio-Seregno.
Dopo il fallito rastrellamento, Dario Motta venne arrestato per sospetta intelligenza con la Resistenza e rinchiuso a San Vittore: uscirà il 25 aprile.