CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Il 13 novembre 1944 il generale Alexander lanciò un appello radiofonico a tutte le brigate partigiane, invitandole ad abbandonare la lotta sulle montagne e a scendere in pianura, poiché l’approssimarsi dell’inverno (per noi era il secondo) avrebbe costituito un grosso problema per loro e per ciò che concerneva l’aiuto militare. Quell’inverno fu molto nevoso : caddero 60 centimetri di neve e il freddo fu intenso.
Subito dopo fece seguito un discorso di Mussolini, che naturalmente ci invitò a deporre le armi, a consegnarci nelle caserme e porre fine alla guerriglia: come un buon padre verso il figliol prodigo, Egli ci avrebbe perdonati e graziati. Di promesse ormai ne avevamo sentite tante, anzi troppe, e nessuno ci credette. Rimanemmo in formazione anche con la prospettiva di dover superare l’inverno, che aveva tanto preoccupato il generale Alexander.
Intanto i nazi-fascisti continuavano a deportare in Germania gli operai accusati di sabotaggio alla produzione, a fucilare e a impiccare, a più riprese, partigiani e civili.
La ferocia dei criminali nazifascisti si scatenava incontrollata, senza risparmiare nessuno.
Alla Villa Triste, in via Paolo Uccello a Milano, la banda Koch era specializzata in torture di tutti i tipi: carboni incandescenti sotto i piedi, sale in bocca, strappamento delle unghie dei piedi e poi delle mani, senza contare le percosse con colpi di spranghe di ferro; le torture continuavano fino al limite della sopportazione umana.
Questo era lo spietato nemico che si doveva combattere: fedeli ai nostri ideali non ci ritirammo dalla lotta, ma ci stringemmo l’uno accanto all’altro cercando di colpire sempre più efficacemente l’incontrollata mostruosità nazi-fascista. Il nostro motto era diventato: “A morte i tedeschi invasori e i loro lacchè fascisti”.
Intanto ci preparavamo per il secondo attacco al campo di aviazione di Arcore; nell’attesa, tentammo, con il gruppo di Bernareggio, di sabotare la linea ferroviaria Milano-Sondrio, sulla quale transitavano, di notte, i treni merci verso la Germania: treni carichi di merci e di macchinari rubati all’Italia con l’aiuto dei fascisti.
Due ragazzi dell’Oratorio, Carlo Verderio e Angelo Nava, ci fornirono l’occorrente per quell’azione, e cioè paranchi e chiavi fisse per lo sbullonamento delle traversine dei binari ferroviari. L’appuntamento del nostro gruppo con quello di Bernareggio era stato fissato presso il cimitero di quel paese. Da lì, attraverso la campagna, arrivammo fino alla linea ferroviaria nel tratto fra Usmate e Bernate: svitammo i bulloni e con i paranchi togliemmo gli spezzoni alle giunte delle rotaie e spostammo uno dei binari. Dopo un po’ d’attesa sopraggiunse il treno merci, che prima sferragliò e poi si rovesciò su di un fianco come un buffo pachiderma. Il sabotaggio era però riuscito solo in parte, perché la mattina successiva il danno era già stato riparato. In seguito a questo attentato i nazifascisti presero le loro misure di sicurezza mettendo di guardia alle rotaie, per tutte le notti seguenti, dei civili di Arcore, Bernate e Usmate (distanti l’uno dall’altro circa un chilometro), che avrebbero pagato con la propria vita un eventuale favoreggiamento al sabotaggio.