CAPITOLO OTTAVO
L’episodio precedente non ci scoraggiò. Gli incaricati del comando studiarono un piano di attacco abbastanza ambizioso, che doveva portare i partigiani a colpire i fascisti nelle caserme. Proposto il piano mancava, però, un particolare importante: il camioncino che ci avrebbe trasportati nella caserma. A quei tempi, quando per girare in bicicletta occorreva il permesso, pensare di trovare un camioncino a benzina era utopistico, perché solo i collaborazionisti dei fascisti erano autorizzati ad averlo; non solo, ma anche la benzina era assegnata solo ai militari. Della soluzione del problema “camioncino” si occupò il distaccamento di Trezzo, per l’occasione arricchito da due partigiani della Brigata Moscatelli (facenti parte di una pattuglia che a seguito di un fallito colpo alla caserma di Bergamo venne ospitata dai compagni di Trezzo). Al colpo partecipammo anche noi, in quanto l’unico che sapeva guidare il camioncino era proprio il nostro comandante.
A mezzanotte in punto ci trovammo sulla riva dell’Adda, dove ci attendeva una barca che doveva trasportarci sull’altra sponda, a Brembate; la nostra traversata era protetta da finti pescatori. Tutto si svolse senza complicazioni e dopo mezz’ora di strada a piedi arrivammo alla casa del collaborazionista possessore del camioncino. Scavalcato il muro di cinta ci si presentò l’interessato, il quale, svegliato di soprassalto, per la paura si diede alla fuga. Il nostro comandante, Iginio, esperto in motori ed autista, montò in macchina, mentre altri due, con il mitra, si misero sui parafanghi laterali; tutti gli altri dietro, con le armi in pugno. Per passare dalla parte bergamasca a quella milanese occorreva attraversare il ponte di Trezzo, che era sempre sorvegliato dai fascisti. Ma l’imperativo era uno: passare ad ogni costo! Decidemmo di giocare sulla sorpresa e molto sulla fortuna. Salimmo sul ponte a grande velocità cercando di battere sul tempo l’allarme delle guardie: ci riuscimmo, dal momento che nemmeno uno sparo accompagnò il nostro passaggio. Intanto un’altra squadra, in un luogo diverso dal nostro, era riuscita a recuperare due fusti di benzina dopo un conflitto a fuoco con i collaborazionisti. La missione si concluse con l’occultamento del camioncino e dei due fusti di benzina in un cascinale sotto il nostro controllo.
Al rientro, all’altezza di Busnago ci imbattemmo in una pattuglia di fascisti e inevitabile fu lo scontro a fuoco. Il giorno dopo sapemmo che un fascista era rimasto ucciso.