CAPITOLO DICIOTTESIMO
A metà aprile ebbi un contatto col Diligenti, che mi disse di stare pronto per il 1° maggio, giorno teoricamente fissato per l’insurrezione, che però avvenne prima: il 25 aprile 1945.
I giovani partigiani del Fronte della Gioventù, comandati da Walter Comi, durante l’insurrezione popolare del 25 aprile occuparono il Comune, la Caserma dei Carabinieri, la G.I.L (già sede di alcuni Ministeri della R.S.I.), le scuole, le fabbriche. Il Linificio, la Filatura, la Sirti (fabbriche sfollate da Milano) venivano occupate e presidiate dai lavoratori e dalle lavoratrici.
Una colonna di camion tedeschi in fuga transitava sulla strada per Bellusco; all’altezza della Filatura veniva attaccata dagli insorti: nello scontro moriva un civile, Orazio Parma, mentre stava chiudendo le imposte per proteggersi. I soldati tedeschi vennero fatti prigionieri. Gli insorti di San Maurizio si scontrarono con un gruppo di fascisti in fuga e un tenente colonnello venne mortalmente colpito.
Testimonia Ida Motta:
“Il 24 aprile 1945 vengo avvicinata da Ambrogio Scaccabarozzi nel vicolo Bonsaglio, abituale luogo di ritrovo, il quale mi disse di informare Carlo di tornare a casa per partecipare alla insurrezione ormai imminente.
Parto il 26, in bicicletta, con Paola Villa, per raggiungerlo e informarlo. Passando per Oreno, davanti al Cimitero, vedo a terra morto il federale di Milano Vaghi”.
La mattina del 26 aprile due staffette arrivarono a Ello, Paola e Ida (che poi diverrà mia moglie), e mi invitarono a scendere subito ma con prudenza, perché fino a Casatenovo la zona era libera mentre altre zone non lo erano ancora. Inforcammo le biciclette e prima di partire salutai Giovanni e la sorella, mentre i vicini di casa, sorpresi di avere avuto per circa tre mesi un partigiano condannato a morte in contumacia, senza saperlo, si scusavano e mi salutavano facendomi tanti auguri.
Con prudenza percorremmo la strada fino a Oggiono, distanziati per non dare nell’occhio; poi, fuori Oggiono ci avvicinammo a un camioncino con la bandiera tricolore (dopo aver messo i nostri bracciali tricolori) e…… chi ti trovo? Proprio Luciano Carminati, il “dottore” di Trezzo sull’Adda. Andiamo a Casatenovo allo stabilimento del Vismara, brulicante di uomini e mezzi. Il figlio del Vismara mi offrì vitto ed ospitalità ma io gentilmente rifiutai e ripartimmo per Vimercate.
Entrai in paese dal rione San Maurizio ed andai subito alla casa dell’ex G.I.L., trasformata dai tedeschi in caserma ed officina e diventata ora sede del nostro Comando di divisione; arrivai attorno alle 14.00 e le prime persone che incontrai, con grande emozione, furono Federico Giambelli e Vittorino Fumagalli. Verso sera feci visita alla mia famiglia: immaginate l’atmosfera di quell’incontro con mia madre e mio padre, che dopo tante sofferenze avevano la gioia di riabbracciare il proprio figlio, miracolosamente scampato all’eccidio di Arcore! Per un attimo non credettero ai loro occhi. Il giorno dopo mio padre mi raccontò del suo periodo trascorso in carcere: lui e Alfredo erano i due più anziani dei familiari rimasti in prigione. Andai a trovare Alfredo e sua moglie e li ringraziai per l’aiuto che mi avevano dato quell’orribile notte.
Il mezzogiorno del 27, giornata di vento e pioggia, rientro al Comando. Alle 14.00 suonò l’allarme: una colonna motorizzata tedesca, lasciata l’autostrada di Agrate, si dirigeva, attraverso Ornago e Bellusco, verso il campo trincerato di Merate. Questa colonna, ad Ornago catturava un partigiano: Giovanni Ripamonti, fratello del Gaetano, capo pattuglia di Rossino. In combattimento ravvicinato cadevano quattro partigiani nei pressi della cascina Camuzzago. Il Comandante della colonna, per poter passare indisturbato, aveva fatto camminare Giovanni davanti all’autoblindo di testa (lo liberarono solo quando si riterranno al sicuro).
Nel frattempo, io Mario e Erminio (anch’essi rientrati) caricavamo su un camion una trentina di uomini e ci lanciavamo all’inseguimento, sotto il comando del tenente dell’esercito Jimmi Marchini. All’altezza di Bernareggio -Imbersago incontrammo la colonna dei tedeschi: alcune raffiche sparate da Mario fecero fermare la colonna per un attimo e dal camion dei tedeschi si alzò la bandiera bianca. Non ci fidammo di quell’improvviso segnale di resa e, dato l’ordine di abbandonare il camion, ci disponemmo all’attacco della colonna. La resa dei tedeschi fu una sventagliata di mitraglia, che per fortuna non colpì nessuno; noi rispondemmo ed il mitragliatore di Mario ferì il portaordini tedesco. La colonna si mosse di nuovo e noi riprendemmo l’inseguimento: all’altezza di Cernusco Lombardone si fermò e si arrese. Il tenente Jimmi parlamentò col maggiore comandante la colonna il quale non voleva arrendersi ai ribelli ma agli americani. Mentre procedevamo al disarmo dei prigionieri giunse una folla inferocita che, giustamente, prese tutto quello che trova utile, viveri e quant’altro. Noi intanto piazzammo alcune mitragliatrici leggere in testa ed in coda alla colonna e dopo l’arrivo del colonnello comandante la divisione “Fiume Adda” conducemmo i prigionieri nella Villa del Conte Luraghi, dove il maggiore si arrese all’evidenza dei fatti. Condotti a Vimercate vennero ospitati per alcuni giorni e poi consegnati agli americani a Brivio.
I prigionieri erano 90 uomini e 12 donne; il bottino di guerra era composto da pistole Mascin e mitragliatrici leggere, un cannoncino antiaereo a tiro rapido, un’autoblindo e una decina di camion e una stazione radio rice-trasmittente.
Il 28 mattina mi recai ad Arcore al cimitero a rendere omaggio ai miei compagni caduti. Al ritorno andai a fare visita alle famiglie per portare il mio conforto: in me loro vedevano non solo il superstite, ma una persona che li avrebbe sempre aiutati ad alleviare le loro sofferenze.
Il 28 pomeriggio abbiamo avuto notizia che Carlo Galbussera, partigiano del gruppo di Ornago, era caduto in combattimento durante lo scontro con un gruppo di tedeschi alla cabina elettrica della Falck di Capriate (con lui perdettero la vita altri otto partigiani).
Mentre i rappresentanti politici assumevano il governo locale del Comune, la lotta armata proseguiva in tutta la zona: in molti casi si svolsero vere e proprie battaglie. Il C.L.N. aveva per tempo pensato e preparato anche i servizi di assistenza sanitaria ed aveva preso contatti, per avere la loro collaborazione attiva, col primario dell’Ospedale di Vimercate, prof. Miani e col vice primario, dott. Foti, i quali, come abbiamo detto precedentemente, prestarono la loro opera molto prima dell’Insurrezione. Va ricordato che l’opera dei due medici fu molto utile prima e durante la liberazione, per gli interventi chirurgici sui feriti da parte del dott. Foti e per aver messo a disposizione tutto e tutti, in quei durissimi giorni, da parte del prof. Miani.
Altri importanti fatti avvenivano in Vimercate: si costituì un Comitato per l’assistenza ai reduci di guerra, che incominciavano a rientrare con tutti i mezzi. Questo Comitato era presieduto dal signor Gudman, direttore dello stabilimento Filatura e tessitura di Vimercate. Vimercate fu uno dei centri di raccolta e di smistamento di questi reduci. Qui ricevevano i primi concreti soccorsi in viveri e denaro. Non va, inoltre, dimenticato che a Vimercate aveva sede un Ministero della Repubblica di Salò: gli archivi furono requisiti e consegnati poi alle Autorità.
Io, nel frattempo, venivo nominato dal C.L.N. responsabile della polizia locale; con dodici uomini dovevo mantenere l’ordine pubblico e custodire i prigionieri di guerra e quelli politici. In quei giorni i fatti si susseguivano freneticamente e si vivevano intensamente.
Il 27 aprile la 176^ brigata catturava una colonna fascista in fuga verso la Svizzera, con al seguito nientemeno che il numero due del fascismo, il fascistissimo Roberto Farinacci. Il gerarca viaggiava assieme alla marchesa Carla Medici del Vascello (segretaria dei fasci femminili e sua intima), su una Aprilia mimetizzata: auto che venne fermata da una sventagliata di mitra, presso Beverate (Como).
Farinacci venne portato a Merate, dove trascorse la notte nella villa del conte Prinetti; il mattino seguente, 28 aprile, fu condotto al comando di divisione di Vimercate.
A questo punto ricordo che il comando generale del CLNAI aveva da tempo stabilito la pena di morte per i maggiori responsabili del fascismo. I criminali fascisti dovevano essere portati alla sede regionale del CLNAI, procedura da considerarsi nulla qualora sorgessero gravi problemi per il trasporto del colpevole; in tal caso si dava ampia facoltà decisionale ai comandi divisionali partigiani.
Così, siccome le vie d’accesso a Milano erano percorse da numerose colonne tedesche in ritirata, si decise di procedere all’esecuzione del gerarca, dopo averlo processato di fronte a una giuria popolare.
Il processo avvenne nella sala del Consiglio comunale: il pubblico accusatore era Achille Frigerio, del CLN locale, i giurati erano i familiari dei partigiani fucilati ad Arcore, presidente del Tribunale era l’avvocato Carlo Tolla di Vimercate. Il Farinacci tentò di difendersi dicendo che lui era dal 1926 che non aveva più niente a che fare col fascismo (!?)
Condannato a morte, venne condotto in piazza Unità d’Italia accompagnato da don Attilio Bassi e da don Anselmo Radaelli del Collegio Tommaseo; dopo il conforto religioso venne passato per le armi. Tale era l’esasperazione della popolazione così duramente provata dalla guerra e dalle violenze dei nazifascisti, che inveì anche contro il cadavere e a stento la si poteva trattenere. Appena fu possibile gli uomini del servizio d’ordine scortarono il corteo funebre a Cimitero, onde evitare inconvenienti.
Una sera, mentre ero a rapporto dal C.L.N. per discutere sull’ordine pubblico e sulla prossima manifestazione del 1° maggio, nella Caserma avveniva un processo militare, svolto dal Comando di divisione, per decidere sulla fucilazione di sei fascisti della sezione zona di Vimercate.
All’uscita dal Comune, dove avevo partecipato alla riunione, incontrai il tenente Jimmi, che mi mise al corrente della riunione in Caserma e mi disse di essere molto preoccupato per la sorte del fratello maggiore. Io cercai di entrare in Caserma, ma per ordine del Comando mi fu impedito.
L’esecuzione dei fascisti avvenne al cimitero: credo che grazie all’opera svolta dal tenente Jimmi, venne risparmiata la vita al fratello.
Finalmente il 27 rientrarono in bicicletta i giovani condannati a trent’anni: due del Fronte della Gioventù (Enrico Assi e Felice Carzaniga) e due dell’Oratorio (Carlo Verderio e Angelo Nava) col Dario Motta: quasi tutta la gente del paese era ad accoglierli. Erano migliaia ad aspettare e tutti volevano dimostrare il loro affetto, la loro fiducia in questi ragazzi che avevano tanto rischiato. Anche Dario Motta ricevette la riconoscenza della gente, che lo interrogava su come era riuscito a cavarsela nella difficile situazione in cui si trovava: era più che logico chiederglielo e, serenamente, Dario rispose che solo con una grande fede nei valori per i quali si aveva combattuto e rischiato si poteva fare il doppio gioco perché consapevoli di contribuire alla causa di tutti, cioè quella della libertà dal fascismo. Ebbe la forza di farlo perché gli era stato ordinato di agire così e miracolosamente si era salvato grazie all’insurrezione all’interno di San Vittore, dove anche lui ultimamente era stato rinchiuso perché sospettato di essere in collegamento con noi.
La spia numero uno (che aveva permesso la cattura dei miei compagni, venne presa da partigiani milanesi in un abbaino della città, dove s’era nascosta: quando venne consegnata al comando di divisione di Vimercate si è dovuto faticare molto per evitare un linciaggio da parte della popolazione, che voleva fare giustizia sommaria. Vista la situazione creatasi, la spia venne subito portata in un altro luogo e fucilata. La seconda spia non venne mai catturata poiché non fu mai trovata.
L’8 maggio finalmente venne dichiarata la fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo cinque anni finalmente le luci si accesero in strada e nelle case, e quello fu un grande giorno. Cominciava per le famiglie l’angosciosa attesa del rientro dai campi di prigionia dei reduci: molte famiglie ebbero la gioia di riabbracciare i propri cari, ma tante altre, purtroppo, ebbero l’amarezza di non vederli più.
Durante l’insurrezione è stata allestita una mensa all’Asilo Ponti, non solo per i combattenti della Resistenza ma anche per i prigionieri che rientravano in Italia. Il comando della divisione Fiume Adda ha organizzato parecchie colonne di camion per Gorizia, trasportando, per settimane, centinaia di soldati ex prigionieri dei tedeschi. Qui venivano visitati dai medici, rifocillati e inviati poi ai propri paesi.
Agli Alleati furono consegnate, a più riprese, diverse centinaia di prigionieri tedeschi e fascisti; poi i partigiani consegnarono le armi e rientrarono nella vita civile.
Da quel momento l’Italia della Resistenza doveva incominciare un faticoso cammino fra lutti e rovine, tra miseria morale e materiale; tutti insieme, dalla popolazione ai reduci ai partigiani, iniziammo, dal cosiddetto anno zero, a ricostruire e a sperare in un mondo più giusto, più umano, più civile.
Il 13 maggio 1945 venivano traslate le salme dei Martiri Vimercatesi dal cimitero di Arcore al cimitero di Vimercate. Vennero allineate presso il muro di cinta della proprietà del conte Borromeo ad Oreno. Il corteo funebre, attraverso due ali di folla, partì con le bare portate a spalla dai partigiani, scortato dal Comando generale della divisione Fiume Adda. Lo precedeva il Prevosto ed i preti della Diocesi. Nella Chiesa di Santo Stefano veniva officiata la S. Messa in loro onore. Dalla Chiesa al camposanto il funerale veniva accompagnato da una moltitudine di persone. Monsignor Enrico Assi, al cimitero, concluse la cerimonia con un’orazione funebre (vedi Appendice 2).
Il 19 maggio la maestra Vignarca, con le scolaresche, ricordava di fronte al Monumento dei Martiri Vimercatesi, al cimitero, il sacrificio dei giovani partigiani (vedi Appendice 3).